CAVALLERIA E PAGLIACCI: McVICAR Vs. STOELZL, ALVAREZ Vs. KAUFMANN

by Caterina De Simone

 

Partitura cav un foglio

Nella scorpacciata primaverile di Cav & Pag (diminutivo orribilmente usato nel mondo anglosassone per definire il dittico verista per antonomasia ) che i teatri d’opera di mezzo mondo propongono, è interessante mettere allo specchio due produzioni che hanno debuttato a distanza di poche settimane a New York e a Salisburgo. E’ vero che nel presentare Amneris Vagante ho affermato di volermi sottrarre alla logica del confronto e della pagella ormai imperante in ogni ambito, ma in questo caso non mi sembra di tradire le mie linee programmatiche in quanto la comparazione si svolge tra artisti in piena attività e non con cantanti o direttori o registi del passato più o meno remoto.

Il Met ha offerto recentemente un nuovo allestimento di Cavalleria Rusticana e Pagliacci  dopo i 38 anni di zeffirelliana memoria, mentre il Festival di Pasqua di Salisburgo ha scelto di rappresentare i due atti unici per la prima volta dalla sua istituzione. E’ chiaro che i due teatri sono portatori di idee totalmente opposte in fatto di teatro musicale e lo si è visto già nella scelta del regista.  Nonostante queste premesse David Mc Vicar  , non più enfant prodige della scena musicale ma semplicemente grande regista fedele ai libretti d’opera, e Philipp Stoelzl , fautore del Regietheater tedesco, partendo da due concezioni diverse di fare melodramma hanno raggiunto lo stesso punto di arrivo seguendo vie differenti. Entrambi hanno infatti esaltato il senso di oppressione e di ristretta prospettiva  presente in Mascagni contrapponendolo alla finta allegria e solarità di Pagliacci. Ecco quindi il colore plumbeo, le poche luci a gettare ombre lugubri sul nero dei  costumi , le strutture massicce e opprimenti che chiudono l’orizzonte di Cavalleria secondo  Mc Vicar , mentre l’omologo tedesco conferma l’atmosfera claustrofobica dividendo la scena in sei parti tutte bianche, nere e grigie , quasi una morsa sui personaggi. Fin qui i punti di contatto tra le due produzioni . Mc Vicar è stato senza dubbio vincente nel voler puntare sull’ idea della casta , sulla logica dell’esclusione che colpisce inesorabilmente Santuzza . La pedana girevole sulla quale si colloca il lungo tavolo attorno al quale si sviluppano i contrasti, fa sì che Santuzza rimanga sola sotto lo sguardo severo della società, oppure ne resti fuori mentre quella stessa società partecipa ai riti pasquali montandoci sopra. L’unico momento in cui la giovane sembra riuscire a penetrare il muro delle convenzioni è all’interno dell’Intermezzo , durante il quale viene circondata da figuranti che portano dei lumini in attesa del tragico epilogo. Qui per fortuna non c’è una Sicilia stereotipata e fatta di luoghi comuni come nella produzione salisburghese (pochezza di idee e vera caduta di stile il ricorso alla mafia da parte de regista Philipp Stoelzl ), c’è una generica spazialità tesa a mettere in risalto il dramma di una donna sedotta, ingannata e per di più rifiutata dai suoi simili. Per contrasto Stoelzl pone l’accento invece sul personaggio non secondario di  Lola sfrondandola da tutte le convenzionali concezioni di donna priva di scrupoli e opportunista,laddove al Met resta la solita sfrontata cattiva femmina . Anche Mamma Lucia a New York finisce per legarsi sinceramente a Santuzza contrariamente alla caratterizzazione salisburghese che ci presenta una donna totalmente anaffettiva e collusa con la mafia. Quanto a Turiddu in entrambe le produzioni è  visto semplicemente come quel che è: un giovanotto superficiale e debole in preda alle sue pulsioni. Musicalmente è impossibile stabilire un confronto tra la lettura di Christian Thielemann e quella di Fabio Luisi . Tanto è levigata e scarna quella del direttore tedesco, tanto procede per contrasti quella di Luisi. Entrambi hanno disincrostato le partiture dei due atti unici dalle scorie veriste di tradizione, ma nella loro concertazione sembra di essere di fronte allo stesso paesaggio marino: mare in bonaccia nel primo caso, mare agitato nel secondo. Per entrambi i colori sono splendidi e le orchestre sono macchine meravigliose, ma le sensazioni che suscitano sono profondamente diverse. A Salisburgo si ammira la bellezza del suono, al Met in quel suono ci si può anche perdere. A vantaggio di Thielemann c’è alla fine un cast disciplinato, convinto di partecipare ad team work ; su Luisi pesano purtroppo la deriva di Marcelo Alvarez e di George Gagnidze che Luisi non è riuscito a tenere a freno. E’ inutile dire che Jonas Kaufmann è il bonus che qualsiasi direttore o regista vorrebbe avere, e lo sa bene Mc Vicar che lo ha diretto a Londra sia nell’ Adriana Lecouvreur che in Andrea Chénier . Il suo Turiddu salva la produzione salisburghese dalla contaminazione mafiosa in cui cade Stoelzl ; vocalmente è inutile ribadire quanto sia preciso e ardente dove serve , oltre che splendido attore. Giganteggia sul resto del cast senza però mettere in difficoltà i suoi compagni. Marcelo Alvarez , invece, va a briglia sciolta, infischiandosene di dizione e legato, forzando gli acuti e regalandoci il solito campionario di gesti e occhiate convenzionali. Per assimilazione Eva Maria Westbroek , seppure un po’ stanca rispetto alla bella prova nello Chenier londinese a fianco di Kaufmann , è invece una Santuzza  intensa ed angosciata , sempre in scena secondo le direttiva di regia, vero punto di forza dello spettacolo, contrariamente a Lyudmila Monastyrska , monolitica e dalla oscura dizione a Salisburgo. Se alla fine  il match si chiude con una vittoria ai punti del Met su Salisburgo , in Pagliacci il risultato è un pareggio. 20150425_201617

Colori e finta allegria sia a New York che in Austria, commedia finale che dispiega il meglio dei due allestimenti; tutto è sopra le righe, in una dimensione di guitti che vivono in modo iperreattivo anche le situazioni più banali. Nell’economia dello stesso impianto scenico comune ai due atti unici Mc Vicar ha portato in scena un salto temporale di cinquant’anni , caratterizzando il suo Pagliacci come  uscito da Poveri ma belli , in questo con il grande contributo di Patricia Racette , vocalmente meno raffinata di Maria Agresta, Nedda a Salisburgo , ma bravissima protagonista del vaudeville finale, laddove la Agresta offriva un personaggio interiorizzato nella ricerca di aria e di libertà. Il Tonio di George Gagnidze strabuzza gli occhi e canta un prologo da guitto televisivo ( ed è il suo migliore passaggio di tutto lo spettacolo) , ma come già in Cavalleria, sembra la fotocopia baritonale del protagonista Alvarez quanto a gestione del fiato e a convenzioni veriste. Quanto a Canio anche qui il tenore argentino sciupa la sua naturale facilità di canto con una emissione forzata e il suo solito gioco teatrale esagitato. Sopra le righe in Ma un tal gioco… , in ombra nella commedia finale dopo aver perso la testa in Vesti la giubba , arriva esausto per mancanza di disciplina in fondo alla recita. Chi invece è un modello nella  gestione delle risorse è sempre Jonas Kaufmann , che in particolar modo in Pagliacci offre una prova esemplare. Vocalmente esprime tutta la follia lucida del suo Canio , mentre l’interprete sembra occupare  il palcoscenico intero. Il mellifluo livore unito all’espressione allucinata  e alla voce sempre perfettamente proiettata, presentano una magistrale simbiosi di controllo vocale e caratterizzazione del personaggio.

E’ davvero un peccato che non si possa realizzare la sintesi ideale tra le due produzioni riunendo il meglio di entrambe, certo ancora una volta il bonus Kaufmann riesce sempre a far pendere il piatto della bilancia o a riequilibrare le sorti.13863

Categorie: Opera Lirica, recensioni, Salisburgo Pasqua 2015, verismo musicale | Tag: , , , , , , , , , | 9 commenti

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9 pensieri su “CAVALLERIA E PAGLIACCI: McVICAR Vs. STOELZL, ALVAREZ Vs. KAUFMANN

  1. Mariella Pandolfi

    Grazie!. Una doppia lettura magistrale!

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  2. Adriana Biagiarelli

    Grazie per il preciso resoconto. Mi sono persa il Met per colpa del telefono! Capisco che il vocal coatch sia stata un po’ di parte , non poteva essere altrimenti!

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    • Il vocal coach è sempre di parte……si vedeva molto?
      A parte tutto io avrei preso McVicar ,Luisi ,Kaufmann, Westbroek. Una specie di collage insomma

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  3. don jose`

    Aspettando l aereo per Trieste, due impressioni su Cav-Pagliacci di Bilbao !! Altri mezzi (pensa che il coro e` composto da gente che fa un altro lavoro durante la giornata), ma buon fiuto. L´idea e`utilizzare la stessa scenografia (Gabriele Moreschi, con regia di Joan Anton Rechi) per le due opere:una piazza del Sud Italia con tanto di chiesa e casette di mamma Lucia e Alfio una di fronte all`altra. Santuzza e`sempre presente, dall´ìnizio alla fine, intermezzo compreso,ed il tutto si svolge nel massimo rispetto della tradizione. Il colpo di scena arriva con i Pagliacci: all`inizio dell`opera si vede la stessa piazza di Cavalleria,ma qualche anno dopo, con Santuzza che saluta il figlio (probabilmente avuto da Turiddu) che parte in cerca di lavoro e che dopo il prologo lo riabbraccia mentre annuncia lo spettacolo fra 23 ore: Canio figlio di Turiddu e Santuzza!!!!! Poi tutto “normale”, rispettando anche qui la tradizione, finche`al termine Santuzza va a togliere di mano a Canio il coltello che ha appena colpito Nedda e Silvio.Non male come idea……approfittando del fatto che Santuzza era Daniela Barcellona, che comunque doveva aspettare la fine dei Pagliacci, diretti dal marito Alessandro Vitiello:-))))
    Piu`tardi la parte vocale…..

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    • Però sembra che sia una moda quella del figlio di Santuzza e Turiddu! Non mi pronuncio perché non ho visto lo spettacolo, ma grazie del resoconto.

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  4. don jose`

    Come ti ho detto, se Salisburgo aveva Jonas, Bilbao aveva Gregory Kunde, un tenore che non finisce mai di stupire, e che qui affrontava per la prima volta il “verismo”, con risultati invero eccezionali!!! Ha una voce che fluisce spontanea e copiosa, che pare non stancarsi mai, e che sa essere anche introspettiva nell`Addio alla madre e nel Vesti la giubba, e drammaticamente svettante nel finale dei Pagliacci.Un grande Artista, davvero………anche se il Canio di Jonas mi e`parso invero irraggiungibile!!! Ma qui avevamo anche Daniela Barcellona, al suo debutto come Santuzza! FINALMENTE una vera Santuzza, con tutte le note, anche quelle gravi(!!!), e sorprendente attrice in vesti femminili, lei che siamo usi applaudire in parti en travesti.Luca Grassi era il baritono in entrambe le opere, ed ha cantato correttamente, approfondendo maggiormente il ruolo di Tonio rispetto a quello di Alfio, mentre Nedda era interpretata da Inva Mula, che ho visto piu`a suo agio in altri ruoli piu`lirici.Dirigeva Alessandro Vitiello,marito della Barcellona, che ha avuto il suo daffare per tenere in ordine orchestra e coro, riuscendoci comunque egregiamente.

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    • Come sempre caro il mio Don José non riusciamo ad avere cast e produzione perfetti allo stesso tempo. Certo oltre alla moda del figlio della colpa noto che si torna a riproporre il duplice ruolo di Turiddu /Canio cantato dallo stesso tenore dopo anni di separazione netta.

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