CARMEN di picche a Orange

by Caterina De Simone

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La Carmen ” delle carte “, del destino che implacabile dispone delle vite dei due amanti dell’opera di Bizet, è appena stata uccisa per la terza e ultima volta al Teatro antico di Orange nell’ambito del festival Les Chorégie d’Orange fra i refoli di vento e il TGV che in lontananza si fa sentire. Non è stata una serata facile questa del 14 luglio, nonostante gli applausi, la soddisfazione degli organizzatori del festival e degli artisti. La mise en scène di Louis Désiré merita di essere rivista con gli opportuni accorgimenti nello spazio chiuso di un teatro tradizionale. Forse l’idea del regista francese di rapportare tutta la vicenda all’avversità del destino attraverso le enormi carte da gioco presenti in scena ( l’uccisione di Carmen avviene proprio sull’asso di picche, Don José gioca a carte durante l’ouverture come i soldati quando sono in scena ) e le lunghe lance che stringono la morsa del fato sulla coppia di amanti non è da buttar via. Senza dubbio, però, le scene di massa ( arrivo della garde montante e partenza di quella descendante nel I atto e sopratutto l’inizio del IV atto ) sono largamente da rivedere. Sembra che l’horror vacui abbia colpito anche il regista – scenografo – costumista spingendolo a riempire inutilmente la scena senza una vera gestione giustificabile delle masse,  per di più i costumi brutti ed incongruenti non hanno certo contribuito a delineare il concept centrato sul personaggio di Don José che, come in  sogno, rivede gli accadimenti che lo hanno portato ad uccidere Carmen in una citazione esplicita da Mérimée. Lo scempio si é però perpetrato nella concertazione. Si può asciugare e mortificare una somma partitura come quella di Bizet?  Ce l’ha messa proprio tutta in questo senso Mikko Franck.  L’ouverture pesante, anzi banale, priva di qualsiasi lucentezza nonostante l’ottima orchestra di Radio France, lascia già intendere quale sarà la non – chiave di lettura del direttore finlandese. Si continua poi con una Habanera slargata, noiosa e interminabile ed è inutile analizzare uno per uno i singoli pezzi chiusi che scivolano via penosamente.

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 Si può optare per una soluzione coraggiosa, ovvero fare di Carmen un’opera da camera così come lo stesso Bizet l’aveva concepita in principio. Si possono anche ridurre i decibel quasi allo zero nel duetto Don José Micaela del I atto esaltando la trama impalpabile della partitura, per quanto l’esecuzione en plein air non sia la più indicata per una proposta del genere. Ma perché la scelta sia motivata e coerente non si può rispolverare l’edizione Guiraud con i recitativi sulla quale si arrovellano da decenni i musicologi di tutto il mondo ( ormai considerata peraltro un quasi reperto archeologico), né si possono fare tagli arbitrari (vedi il duello José -Escamillo). Musicalmente questa Carmen diventa un pastiche che va avanti bizzarramente in barba ad una compagnia di canto di tutto rispetto scelta in funzione dell’unico ed incontrastato Don José del momento e speriamo ancora per molti anni a venire,  quello Jonas Kaufmann che imperversa indisturbato nell’opera di Bizet su tutti i palcoscenici del mondo della lirica. Nella recita del 14 luglio il tenore tedesco ha offerto una prestazione maiuscola,  nella quale però la performance attoriale ha superato quella vocale. L’aria del fiore, cesellata come non mai, e il finale del IV atto hanno confermato l’eccezionalita’ dell’artista che ha pennellato un Don José ancora diverso dagli altri finora caratterizzati perché totalmente annientato dalla Carmen virago di Kate Aldrich. La mezzosoprano americana, fascino quasi manageriale e seduttiva in modo intellettuale, quindi deprivata da ogni carnalità,  ha offerto una immagine della gitana che si concede agli uomini ora disorientandoli come nel caso di Don José , ora  illudendoli come fa con Zuniga o appagandosene quando ne  riconosce lo spirito libero come per Escamillo.  Il canto della Aldrich è sfaccettato e tecnicamente impeccabile ma manca un po’ di volume , probabilmente sarebbe stato più incisivo con un’acustica diversa che non all’aperto. Kyle Ketelsen è  un Escamillo incolore,  più a suo agio nella tessitura acuta che nel grave, mentre una menzione special meritano lo Zuniga di Jean Teitgen e la Frasquita della canadese Hélène Guilmette, deliziosa e già pronta per il ruolo maggiore di Micaela al quale sicuramente avrebbe apportato una ventata di freschezza  contrariamente ad Inva Mula , statica e dal francese incomprensibile. Il contesto dell’enorme teatro romano con gli ottomila e più spettatori civilissimi , e per una volta dall’età media NON GERIATRICA,  è impressionante ed è fantastico che il festival estivo più longevo d’Europa vada avanti anno dopo anno tanto da aver convinto un fuoriclasse come Jonas Kaufmann,  da sempre contrario a produzioni d’opera all’aperto, ad esibirvisi.

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Categorie: Bizet, Festival estivi, Opera Lirica, recensioni | Tag: , , , , , , , , , | 6 commenti

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6 pensieri su “CARMEN di picche a Orange

  1. Adriana Biagiarelli

    Come la rigiri resta sempre una critica negativa, salvo il caro ragazzo che questa volta si salva per il rotto della cuffia , giocando facile con un cast non alla sua altezza.visto bene su 3sat appena arrivata a monaco!

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  2. M’ accora per mikko…..ricordo un suo bel Tristan!!

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  3. Don jose

    Perfetta……condivido totalmente!!!!

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