PA-PA-PA-PA…….IL FLAUTO MAGICO al TEATRO MASSIMO di PALERMO

20151013_135042By Caterina de Simone

E’ senza dubbio inutile e anche fuorviante l’esercizio speculativo volto a dissipare l’aura di mistero che avvolge il Flauto Magico di Mozart. Di certo è un’opera bifronte con fruizione sia popolare che eminentemente massonica. La sua prima rappresentazione avvenne infatti il 30 Settembre del 1791, in un momento critico per il futuro della Massoneria che di là a 4 anni sarebbe stata messa al bando da Francesco II,  il quale avrebbe così impedito lo sviluppo di una vera musica massonica che sembrava avviata ad un sicuro successo con Mozart. In realtà il gioco dei simboli, il numero 3 che si ripete, i riti iniziatici e l’ambientazione in un antico Egitto immaginario, sono aperti ad interpretazioni di natura varia, e non solamente come messaggio criptato rivolto agli adepti massonici. La grandezza del Flauto Magico sta anche e sopratutto nelle perfette dinamiche teatrali all’interno di un genere nuovo , la cosiddetta Deutsche Oper che Mozart basò sulla forma del Singspiel e con lo stile della Zauberoper . Il racconto procede così tra elementi fiabeschi e/o allegorici espressi in tono talvolta alto e talaltra popolare. La stessa gerarchia piramidale dei personaggi con Sarastro al vertice e Papageno alla base, specularmente ritrovata anche negli omologhi negativi quali la Regina della Notte e lo schiavo Monostatos , afferma e conferma il principio di simmetria che permea tutta l’opera e che aggiunge sapienza e perfetto equilibrio ad una creazione di rara fattura teatrale. In una messa in scena del Flauto Magico è quindi imperativa, forse più che nella trilogia dapontiana , una sinergia totale tra regia ed interpretazione musicale. Sinergia che è mancata nella ripresa del fortunato allestimento targato Roberto Andò per la regia, con scene e luci di Gianni Carluccio e i costumi di Nanà Cecchi , riproposto al Teatro Massimo di Palermo 14 anni dopo il suo debutto. Tale produzione, di chiara impronta didascalica, con belle luci e costumi giustamente atemporali, utilizza infatti al meglio l’intera sala grande del teatro come per l’entrata in scena di Papageno oppure (sempre nell’atto I) in occasione dell’irruzione dai palchi di proscenio degli animali attirati dal suono del flauto di Tamino. Ma , se nel 2001 la dimensione favolistica privilegiata da Andò a seguire i continui ribaltamenti delle situazioni come in una vera Maschinen-Komoedie , e la direzione musicale di Julie Jones formavano un accordo perfetto, lo stesso non è avvenuto con la combinazione Andò-Ferro.

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Sin dai 3 accordi dell’ouverture la concertazione di Gabriele Ferro si è cristallizzata in una dilatazione e rarefazione dei tempi, privando così la partitura di quel brio e di quella leggerezza sapientemente dosati da Mozart . La scelta filologica del direttore di ridurre l’organico e rialzare la buca, nel tentativo di riprodurre le condizioni proprie della prima viennese, si è rivelata inutile perchè non è stata quindi supportata da una vera lettura mozartiana. Come se non bastasse tale lettura ha messo in seria difficoltà e pericolo la compagnia di canto che schierava tra l’altro i gioielli di famiglia Paolo Fanale e Laura Giordano , palermitani doc e già lanciati vero carriere internazionali in teatri prestigiosi. In particolar modo i tempi letargici staccati da Ferro hanno costretto a faticare non poco il Sarastro di Andrea Mastroni che nel registro grave ha rischiato di capitolare miseramente così come l’Astrifiammante di Cornelia Goetz , completamente disunita nell’aria di sortita dell’atto I. La coppia dei due innamorati Tamino e Pamina, nell’interpretazione di Paolo FanaleLaura Giordano , ha invece superato brillantemente la doppia insidia di partitura e tempi mortiferi,  l’uno con il fraseggio nobile ed una emissione pulita, la deliziosa principessa con la sua linea di canto purissima e fiati lunghissimi oltre che con una interpretazione assertiva lungo tutta l’opera. Forte della sua formidabile esperienza nel ruolo Markus Werba non è mai stato impensierito dalla concertazione antimozartiana di Ferro. Il suo Papageno è ormai termine di paragone per chiunque voglia cimentarsi nel ruolo, in quanto combina armoniosamente la bellezza del timbro, il canto dal calore e peso squisitamente mozartiano con la disinvoltura scenica che mai travalica il buon gusto e la giusta misura. Quindi non più un Papageno pecoreccio e triviale a rimarcare la bassa provenienza del personaggio, ma un Uccellatore simpaticamente popolano e tridimensionale con una graduazione degli stati d’animo ben presente non solo nelle arie e nei recitativi ma anche nei dialoghi parlati. Alla fine ovazioni e pubblico divertito con reciproco scambio di baci con il cast. Come dire che, in tempi di magra, è bene ricorrere all’usato sicuro, sopratutto in una Palermo poco interessata a regie cosiddette moderne.

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Categorie: Mozart, Opera Lirica, recensioni, Teatro Massimo | Tag: , , , , , | 5 commenti

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5 pensieri su “PA-PA-PA-PA…….IL FLAUTO MAGICO al TEATRO MASSIMO di PALERMO

  1. Pingback: PA-PA-PA-PA…….IL FLAUTO MAGICO al TEATRO MASSIMO di PALERMO | Amneris vagante

  2. Il brio mozartiano…lo trovo nella tua scrittura!!!e brava la nostra amneris vagante!

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  3. A Palermo il brio era proprio desaparecido

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  4. E che devo dire? Sempre più brava e “sul pezzo” la nostra Amneris!!

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  5. paridevezzoso

    L’ha ribloggato su Laura Giordano Fansite.

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