WAGNER -VICK seconda giornata del Ring al Teatro Massimo

by Caterina De Simone

 

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A due anni dallo stop forzato dovuto ai tagli di bilancio e alle lotte di potere scatenatesi attorno alla sovrintendenza del Teatro Massimo riparte il progetto Ring affidato a Graham Vick . Con la seconda giornata il concept e la visione completa che il regista inglese aveva ideato per il teatro palermitano confermano questa tetralogia come una fra le più interessanti portate in scena in tempi recenti. L’edificio teatrale con il suo enorme palcoscenico messo a nudo completamente nel terzo atto partecipa esso stesso dei riti di passaggio e dei conflitti che animano il Siegfried . Non c’è sosta o pausa durante lo sviluppo dell’opera che consenta al pubblico palermitano di distrarsi. L’audience E’ nella storia quando Mime entra ed esce dai palchi di proscenio, quando Wanderer/Wotan appare minaccioso dal fondo della platea oppure quando Fafner, risvegliatosi nel secondo atto , fa risuonare la sua voce nella sala come se quella stessa voce scendesse amplificata da chissà quale fonte. E’ un Ring duro quello concepito da Vick , tranciante come Notung , la spada che accompagna le gesta degli eroi lungo le tre giornate. Dagli dei antropomorfi  la società degli eroi in nuce e degli umani prende le qualità e gli aspetti peggiori in un milieu fatto di sordidi e lerci monolocali (ritorna lo squallido setting domestico  già presentato nella casa di Hunding  e Sieglinde della Walkyria e riproposto  come antro di Mime nel I atto) , mentre gli spazi aperti sono discariche attraversate e battute da mimi a confermare la violenza di tale mondo senza speranza e perciò dedito alla sopraffazione.  Wanderer/Wotan sodomizza Mime e stupra Erda come se tali violazioni potessero allontanare lo spettro  del suo potere declinante e quindi abusato e confermato attraverso l’uccisione di Siegmund e la punizione di Bruenhilde. Tutto è eminentemente teatrale, perfetto , equilibrato e sviluppato nella Inszenierung di Vick. Persino il fondale pendente e ricurvo che descrive il bosco nel quale il giovane irruento Siegfried si interroga sulle sue origini è esplicativo . Il team creativo con il quale il regista inglese ha lavorato forma parte integrante dell’intero progetto, in un unicum che vede le scene ed i costumi appropriati e attualizzati di Richard Hudson , le luci perfettamente al servizio dello spettacolo di Giuseppe Di Iorio e le azioni mimiche di  Ron Howell che arricchiscono e completano, senza però prevaricare , la messa in scena.

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Se L’Oro del Reno originariamente presentato nel 2013 ( anno wagneriano nel quale il teatro palermitano avrebbe dovuto presentare la Tetralogia completa)  aveva vinto il Premio Abbiati , anche questo Siegfried avrebbe avuto le carte in regola per riportare quello stesso premio a Palermo. Purtroppo il periodo ipotetico in questo caso è d’obbligo in quanto, a fronte di un concept compiuto e di una buona  prova dell’orchestra guidata da Stefan Anton Reck , anello debolissimo di una catena quasi inscalfibile è stato proprio il Siegfried di Christian Voigt. A differenza del prologo e della prima giornata Siegfried è un’opera basata quasi per intero sulle  doti di grande resistenza e varietà di accenti del protagonista, doti  che oggi è difficile riunire  in un solo cantante al quale si chiede di restare in scena cantando per la durata di quasi tutte   le tre ore e mezza al netto degli intervalli . A questo proposito la prova di Voigt è andata avanti fra palesi problemi  di intonazione e una scarsa tenuta che sommandosi ad un timbro già di per sé poco gradevole hanno annullato la bella resa attoriale che il tenore tedesco ha esibito. La spocchiosa baldanza dell’adolescente che non conosce la paura e il risveglio dei sensi dell’incontro con Bruenhilde c’erano tutti , così come l’estatico interrogarsi sulla stirpe di provenienza e l’assertività con la quale il giovane forgia e ricompone Notung . Ma , a parte la indubbia abilità di percussionista dimostrata nell’episodio della spada , del Wort-Ton-Drama wagneriano non c’è traccia nel suo declamato arioso. E dire che la compagnia di canto attorno a lui annoverava le voci maschili dell’ ottimo Mime di Peter Bronder , mai caricaturale e wagneriano doc,  e di Thomas Gazheli che faceva risuonare il suo Wanderer/Wotan in tutta la sala oltre che sul palcoscenico denudato . Dirompente personalità anche per Meagan Miller , la Bruenhilde  simil-replicante che svegliata da Siegfried gli insegna attraverso l’amore la paura, aiutandolo di fatto  a compiere il rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, e bella vocalità piena per l’ Erda di Judit Kutasi . Menzione speciale per Deborah Leonetti che in versione boyscout è stata uno splendido uccellino nel Waldweben , e più che corretti l’Alberich di Sergei Leiferkus e il Fafner di Michael Eder . E’ interessante notare inoltre come l’orchestra del Teatro Massimo, sotto la mano esperta e certosina di Reck, sia riuscita a produrre sonorità che si avvicinano ai dettami delle compagini prettamente wagneriane nonostante la scarsa dimestichezza con questo repertorio. Sicuramente l’organico è sottodimensionato, ma le prime parti chiamate in special modo nel secondo atto a prove robuste hanno superato la prova (pensiamo al tema del corno di Siegfried) dimostrando quindi come il lavoro specifico del direttore tedesco volto più all’insegnamento dello stile wagneriano che al raggiungimento di sonorità ridondanti e roboanti abbia dato i suoi frutti. Fra meno di un mese la Tetralogia verrà portata a compimento con Goetterdaemmerung che vedrà al suo debutto palermitano la splendida Iréne Theorin nel ruolo di Bruenhilde con il solito Voigt e l’accoppiata vincente Reck-Vick. Prima di chiudere con Siegfried il 29 dicembre il regista inglese ha parlato di prove già iniziate da qualche settimana “Dopo tutto mancano solo quattro settimane alla prima! ” a conferma che il suo progetto Ring è e rimane eminentemente teatrale, senza la necessità di ricorrere a tecnologie estreme che spesso distraggono il pubblico , ma lavorando invece sulla recitazione e sul canto nella giusta combinazione e senza autocompiacimenti registici.

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