Il Caravaggio rubato

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Ci sono momenti in cui ci si sente fieri di appartenere ad una schiatta spesso vituperata e tacciata di disonestà congenita, quella dei Siciliani. Uno di quei momenti lo abbiamo vissuto da spettatori  in occasione della prima esecuzione assoluta de Il Caravaggio rubato, definito forse impropriamente Oratorio giornalistico perché di difficile catalogazione, al Teatro Massimo di Palermo. Si deve al direttore artistico del teatro, Oscar Pizzo, l’idea primigenia di commissionare una nuova composizione a Giovanni Sollima,  violoncellista talentuoso nonchè figlio del clavicembalista e compositore palermitano Eliodoro. Questa idea si è poi arricchita di un testo recitato, di immagini e video che hanno composto un unicum avvincente nel quale il capoluogo siciliano si è specchiato.  La voce recitante di Attilio Bolzoni ci racconta con la sua prosa asciutta, con i suoi talia, talia, talia (guarda , guarda, guarda) la Palermo indolente che si lascia cadere addosso le brutture mafiose con le loro leggi non scritte. Maglia e pantaloni scuri, il giornalista siede su una sedia  in palcoscenico, a sinistra, e declama il suo testo con una semplicità disarmante. Sullo sfondo le fotografie di un’altra grande palermitana, Letizia Battaglia e poi i video di Igor Renzetti. Quanto è viva e palpabile la città degli anni di piombo mentre la musica di Giovanni Sollima procede a larghe pennellate e di cesello! Bellissime le sue percussioni ad acqua  ( chi avrebbe mai immaginato che delle semplici tinozze piene d’ acqua potessero creare una tale suggestione) come un tempo sospeso che transita al di sopra di omicidi, sparizioni e furti misteriosi come quello del Caravaggio rubato.  Già perché il titolo scelto per la composizione, che non è descrittiva e nemmeno contiene riferimenti alla Natività dipinta dal pittore lombardo, trafugata misteriosamente dall’Oratorio di S. Lorenzo nel 1969, si attaglia perfettamente alla vicenda. Il coro in palcoscenico intona un Gloria e poi un madrigale che Sollima ha tratto da fonti medievali e rinascimentali in un gioco di contaminazioni raffinate. Cellule sonore si rincorrono, spariscono e poi ricompaiono variate, in un gioco imitatativo dal quale si stacca il violoncello solista. Le percussioni abbandonano l’acqua e si fondono con i fiati, echi di sonorità balcaniche  che giungono al parossismo. Non è musica descrittiva e neanche a programma, non è colonna sonora, ma come dipinge Palermo! La città con le sue contraddizioni , con il vuoto, con la sua assenza è tutta là . Chi ancora sostiene che la musica seria, musica colta che dir si voglia,  sia morta e non abbia ragione di esistere perché non riempe i teatri avrebbe dovuto essere presente. In platea poltrone e sedie di giro aggiunte, palchi e anfiteatro pieni e ovazioni per i protagonisti della serata alla fine. La serata è nel pollice alzato mostrato da Oscar Pizzo all’orchesta e a Sollima tra gli applausi finali. Non è autoreferenzialita’ , è solo un’altra sfida vinta.

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