Wagner tra lungaggini, racconti e cinema

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Cosa rende ostico l’approccio a Wagner  per chi non ha radici mitteleurope?  La dilatazione dei tempi? La selva di simboli? L’intreccio stretto dei Leitmotive?  Il superamento della forma a pezzi chiusi? O ancora la difficoltà  di mettere in scena l’insieme di tutti questi elementi?  Provocatoriamente si potrebbe dire che nelle opere del compositore tedesco non succede nulla o quasi, il che pretende dallo spettatore un ascolto concentrato esigente e prolungato, al di là  della soglia di attenzione.

Una delle componenti fondanti della drammaturgia wagneriana è infatti il racconto , lungo, spesso dolente e di conseguenza estremamente impegnativo per chi guarda e ascolta. Se in Valchiria la narrazione di Siegmund  sul suo passato infelice Friedmund darf  ich nicht heißen  attrae e affascina per via della sua vena ariosa, non altrettanta immediatezza sul pubblico ha l’amaro soliloquio di Wotan dell’atto II , vero snodo dell’intera Tetralogia. Qui il Wagner magniloquente rinuncia a qualsiasi artifizio sonoro in una realtà  che è sospesa e stagnante attraverso rallentando,  pause e linee tortuose che necessitano di un vero cantante-attore.

Lo stesso Tristano  , nell’interminabile monologo che polarizza  l’atto III dell’opera, delira e oscilla fra la maledizione della vita che ferocemente lo separa dalla donna amata, e la gioia febbrile per l’arrivo della stessa nonostante la presenza della luce del giorno, nemica della coppia di amanti. Non c’è azione in scena, tutto è  fortemente interiorizzato e subordinato alla musica, unica entità in grado di rappresentare il dramma e la realtà più intima.

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Se poi guardiamo ad Hans Sachs  e a Gurnemanz , catalizzatori rispettivamente in Meistersinger  Parsifal , gli interventi solistici si fanno ancora più lunghi. Gurnemanz è assimilabile al coro di euripidea memoria; commenta, racconta, spiega, ma non dà alcun contributo allo sviluppo dell’azione. Il suo è il ruolo più corposo di tutta l’opera tanto da sostenere quasi per intero l’esteso atto I.

Analogamente Hans Sachs, in quello che è il più controverso monologo di tutta la produzione wagneriana, si guadagna la benevolenza del pubblico più agé presente in sala con la perorazione in favore del cambiamento, pur sempre rispettoso dei valori tradizionali e dell’ordine costituito.

Ciascuno di questi episodi diventa il fulcro morale, vero baricentro della partitura di riferimento, e pone lo spettatore di fronte ad un bivio: seguire il personaggio lungo il viaggio interiore scendendo a sua volta nei recessi dell’io senziente, oppure sfuggire all’autoanalisi cedendo ad una più riposante noia.

E’ singolare allora come a questa diffusa idea di pesantezza faccia da contraltare l’uso frequente di pagine wagneriane nel cinema. Un chien andalou di Bunuel fu la prima pellicola ad inserire un brano del compositore tedesco come colonna sonora. Il cortometraggio muto, visionaria testimonianza del movimento surrealista, realizzato nel 1929 dal regista spagnolo in collaborazione con Salvador Dalì, presentava una serie di scene inverosimili e incoerenti, senza un vero ordine cronologico, forte di una robusta componente onirica. L’unico vero filo conduttore era quindi il Liebestod  da Tristano e Isotta che attraversava per intero le immagini esaltandone l’atmosfera psicoanalitica.

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In tempi recenti è John Boorman che ha attinto a piene mani a Wagner per Excalibur, fra le più riuscite rivisitazioni cinematografiche della saga Arturiana. Il Tristanakkord suggella la nascita dell’amore proibito fra Lancillotto e Ginevra  e . lungo tutto il film permane la traslazione tra la coppia degli infelici amanti di Camelot e gli altrettanto tragici Tristano e Isotta. La ferita del cavaliere della Tavola Rotonda, materiale ma sopratutto dell’anima, è per il regista equiparabile a quella dell’eroe wagneriano.

Altra forte suggestione suscitano i frammenti dalla Morte di Sigfrido dal Crepuscolo degli Dei che introducono i titoli di testa per poi seguire Artù lungo tutto il suo percorso di formazione fino al ritorno di Excalibur nel lago e financo nei titoli di coda.

Lo stesso personaggio  Parsifal si intreccia con alcune pagine dell’omonima opera negli episodi che lo mostrano alla ricerca del Graal. L’approccio di Boorman alla saga è duro e tranchant, ma stabilisce molteplici punti di contatto con l’epos wagneriano, dimostrando come l’opulenza e gli ipertrofismi delle partiture possano diventare facilmente accessibili se ridotti in pillole.

Altro esempio di ciò è la Cavalcata delle Valchirie che ritroviamo in due film che sembrano non aver nulla in comune: Apocalypse Now 8 1/2. Nel film di Francis Ford Coppola il brano sottolinea l’attacco degli elicotteri durante la guerra del Vietnam, mentre in Fellini introduce la scena delle terme. I contesti sono estremamente diversi ma in entrambi i casi ritroviamo una costrizione evidente.

E’ forse vero quindi come Wagner vada assimilato a piccole dosi; il gusto va creato ed i sensi stimolati per superare una primordiale sensorialità.

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Categorie: cinema e musica, parallelismi, riflessioni, Wagner | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 8 commenti

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8 pensieri su “Wagner tra lungaggini, racconti e cinema

  1. arnold von

    bellissime riflessioni !vi si trovan alcune spiegazioni e chiavi, anche remote , del mio amore per Richard

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  2. Sottoscrivo di tutto cuore le parole di Arnold, e aggiungo che l’amore per R.W. e per il cinema sono per me un tutt’uno: musica “da ascoltare con gli occhi e vedere con le orecchie”. Ricordo un libricino di Ermanno Comuzio su Wagner e il cinema, significativamente intitolato “L’immagine in me nascosta”. “Du bist das Bild, das ich in mir barg” (Die Walküre): così forse, davvero, Richard avrebbe potuto dire del cinema!

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    • Ti ringrazio per il tuo commento e sono in perfetta sintonia a proposito della musica “da ascoltare con gli occhi e vedere con le orecchie”. Wagner è profondamente “cinematografico” così come Puccini che a ben vedere non è così lontano dagli orizzonti wagneriani.

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  3. Non è un caso che Wagner amasse Eschilo, un autore in cui i monologhi abbondano! Proprio perchè snodo non solo della Valchiria ma di tutto il Ring, il monologo di Wotan (Was keinem in Worten ich kunde…) è così ampio e difficile. Sembra che Wagner proprio per questo abbia voluto ridurre al minimo la musica – con solo quel tema del “corruccio di Wotan” che ritorna tortuoso, trasformandosi in continuazione a dar l’idea di una persona che si volta e rivolta nel letto incapace di prendere sonno. L’uso di mezzi spartani come metodo per sottolineare che siamo al momento clou di tutta la vicenda. E anche Tristano ha da essere pieno di monologhi… l’azione è tutta interiore. I due hanno rivelato di amarsi solo perchè erano convinti di essersi avvelenati. Potevano bere anche una Coca Cola, avrebbe fatto lo stesso effetto – l’importanza era pensare che ci fosse del veleno. Del resto cosa vogliamo che faccia un filtro d’amore su due che si amano già? Il nostro errore sta nel concentrarci sul testo e non sulla musica la cui ricchezza nei leit-motiv, che oggi non sembrano più di moda, racconta tutto quello che il testo non sa dire (La signora del tacere vuol ch’io taccia, se capisco quel che tace, taccio quel che non capisce // Il tuo tacer capisco… un dialogo che farebbe spanciare dalle risa per la sua assurdità non fosse per una musica che rende tutto evidente e logico). Vero che sono più wagneriano di Wagner, ma non si deve temere di immergersi – per dirla con Wagner stesso – nel barattolo di colori. Più ci si addentra in Wagner più ci si rende conto che non c’è particolare inutile, anche nei monologhi di Gurnemanz che tanto spaventarono i maggiorenti di Forza Italia a una prima della Scala (ricordo con divertimento l’espressione allucinata di Contestabile).

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    • Ti rispondo con una banalità: la prima volta che vidi il Tristano nessuno immaginava che saremmo arrivati ai sopratitoli e le opere “straniere” si davano per lo piu in traduzione. Non capii molto di quel che cantavano ma il preludio che ascoltavo per la prima volta entrò come un tarlo nella mia mente. Da allora la mia marcia di avvicinamento a Wagner è stata lenta ma continua. Trovo che nessun altro compositore riesca a stimolare la sete di conoscenza.
      Ti ringrazio per il lungo e articolato commento (si parlava di monologhi o meglio soliloqui lunghi….) che reputo molto prezioso venendo da un wagneriano doc.

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  4. Grazie Caterina per quest’ articolo su Wagner. La prima opera di Wagner che ho sentito/visto era “Tristan und Isolde” (con cantanti meno importanti). Sono rimasta fortemente disturbata della lingua e della storia stessa, ma affascinata della musica. Essendo tedesca posso dire che, la lingua di Wagner è un tedesco inventato al modo del secolo scorso che sembra ampolloso e difficile da digerire. La musica (Leitmotiv e gli ampi archi musicali) mi ha completamente acqustato. Più tardi un certo tenore mi ha mostrato come godermi della musica senza pensare troppe che viene detto.

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    • Il tuo contributo è molto importante per me dal momento che la tua lingua madre è il tedesco, dovresti quindi essere facilitata nell’ascolto. Il fatto che anche per te l’approccio non sia stato facile mi conforta. E certo i cantanti sono il ponte ideale fra il compositore e lo spettatore.

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