Bizet

Conversando con…..Veronica Simeoni

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Tra una recita e l’altra di Werther Amneris Vagante si concede il piacere di una lunga e appagante chiacchierata con Veronica Simeoni, una Charlotte intensa e di notevole spessore, che qui conferma le doti innate di grande interprete unite ad una completa padronanza della tecnica vocale e ad un timbro prezioso. A ciò si aggiunge la spontanea forza comunicativa e una solare disponibilità a raccontarsi…..il legame empatico é subito stabilito, anzi si rafforza nel corso della conversazione. Iniziamo parlando di capelli, di crazy colors che Veronica ama e che si alternano sul suo taglio corto, ma la solida e scrupolosa artista del canto si fa serissima alla prima vera domanda.

Alla prima di Werther qui al Teatro Massimo di Palermo ha assistito anche la signora Kabaivanska con la quale hai studiato e ti sei perfezionata. Com’è nato il vostro rapporto e come ha influito nello sviluppo della tua carriera?

Ci siamo incontrate nel 2004 quando ancora studiavo al Conservatorio di Adria. Per seguirla e perfezionarmi con lei ho sostenuto tutti gli esami che mancavano al diploma in un solo anno invece che nei restanti due, altrimenti non avrei potuto accedere ai suoi corsi. Il nostro è stato da subito un rapporto reciproco di totale fiducia, necessario tra allievo ed insegnante. Il canto è un’entità talmente delicata, astratta e complicata che è fondamentale affidarsi alla persona giusta. L’ho seguita per anni, dall’Accademia Chigiana fino in Bulgaria e ho capito che aveva profondamente ragione quando sosteneva che il canto è un lavoro di bottega, costante e difficile.  Anche adesso il nostro rapporto continua ed è fatto di controlli continui, un po’ come fare il tagliando all’auto! Tra di noi c’è una vera amicizia, anzi di più. …..è quasi come una seconda mamma.

Com’é averla in teatro durante una recita?

É difficile da spiegare, averla lì in platea mi tranquillizza ma allo stesso tempo mi mette pressione perché mi sprona a dare il meglio per farle piacere. É uno stimolo in più proprio perchè lei è il mio strumento di controllo, in special modo oggi che la carriera del cantante lirico  si è accorciata.  Tutto è più veloce,  si monta una produzione molto più in fretta, i tempi di pausa e quindi di recupero sono sempre più brevi,  ma le corde vocali non sono diventate bioniche nel frattempo! Sono sempre le stesse.

Parliamo un po’ di questo Werther palermitano con il Maestro Wellber. Ho notato che non si è mai fermato dopo i pezzi chiusi e questo ha disorientato un po’ il pubblico che in qualche occasione ha anche applaudito a scena aperta mentre l’orchestra continuava a suonare.

In effetti il Maestro Wellber aveva scelto a monte di non spezzare la tensione drammatica. Non si è fermato intenzionalmente dopo Pourquoi me réveiller perchè il numero non prevede una chiusura, in quanto legato al duetto seguente nel quale si raggiunge il climax con il bacio. Alcuni direttori scelgono di fare un crescendo per poi fermarsi e consentire al pubblico di applaudire alla fine dell’aria di Werther che è il momento più conosciuto dell’opera, ma Wellber ha preferito non alterare il pathos che monta fino al culmine del bacio.

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Per Charlotte il momento topico arriva sempre nel terzo atto con l’aria delle lettere che ha una forza quasi viscerale. Per te che hai fatto di Charlotte uno dei tuoi personaggi totem é complicato gestire l’emozione e mantenere il controllo durante la performance? 

É certamente molto difficile mantenere il giusto equilibrio. Non possiamo mai abbandonarci completamente anche perchè è fondamentale tenere sotto controllo il pubblico le cui reazioni sono imprevedibili. Mi è capitato in Carmen che non scattasse l’applauso né dopo l’Habanera né dopo l’aria delle carte. D’altronde l’applauso può essere liberatorio, quindi esplode, oppure intimo. In quel caso capisco che non si riesca neanche ad applaudire quando si é completamente   dentro lo spettacolo tanto da  non poter muovere neanche un muscolo.

Durante la recita come leggi l’umore della sala? Quanto tempo ti ci vuole per capire che tipo di pubblico hai davanti e cosa aspettarti?

Dipende molto da come mi sento in palcoscenico.  Se c’è agitazione o nervosismo questo influenza anche me, é inevitabile, perché questi sentimenti sono contagiosi  e si diffondono tra il cast. Quando ci si tranquillizza e la recita va avanti senza problemi, allora posso concentrarmi sul pubblico e sopratutto sul silenzio che prova quanto gli spettatori siano coinvolti. Si sviluppa sempre un’energia che circola tra il palcoscenico e  la platea.

Stiamo parlando di Werther e anche di Carmen, il tuo repertorio è fatto di molti ruoli francesi. Da cosa nasce questa tua predilezione verso le opere francesi?

Anche qui c’entra la Signora Kabaivanska che, durante i miei anni all’accademia di Verona, mi sentì preparare il ruolo di Azucena e da subito mi disse che non ero ancora pronta. É ovvio che ascoltai  il suo consiglio e  preparai invece Dalila, dal momento che già negli anni di conservatorio mi ero accostata a Mon coeur s’ouvre à ta voix. Quando Rania mi sentì disse subito che era adatto alla mia voce e  mi esortò a continuare a studiare quel repertorio. Devo dire tra l’altro che ho una naturale inclinazione verso la lingua francese, la sua musicalità e la Francia in generale.

Un altro ruolo francese che sembra fatto per te è Marguerite della Damnation de Faust.  Ce  l’hai già in calendario?

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Sì, penso di poterlo già anticipare perché la stagione sarà presentata a breve, debutterò nel ruolo a Roma e sarà lo spettacolo inaugurale della nuova stagione con il Maestro Gatti sul podio e la regia di Damiano Michieletto. Le regie di Michieletto sono spesso controverse, in realtà sono sempre molto coerenti e la sua visione drammaturgica è  ben chiara.

La tendenza degli ultimi anni per voi cantanti  è quella di focalizzarsi più su un certo repertorio. Sei d’accordo o preferisci mantenere una scelta più ampia?

A me personalmente dà fastidio essere etichettata o incasellata. Nella mia carriera ho solo escluso a priori Mozart e Rossini perché so che non fanno per me. Di Rossini ho fatto Lo Stabat Mater e la Petite Messe Solemnelle e come opere ho cantato il Guglielmo Tell che è un Rossini  differente e poi è  in francese quindi il mio territorio abituale. La mia strada naturale porta a Verdi,  all’inizio della carriera ho cantato molto Verdi per poi metterlo un po’ da parte. Adesso però ho in mente di ritornare sempre più a questo repertorio. Un mio grande desiderio  sarebbe quello di cantare Eboli nel Don Carlos, quindi ancora francese. Nella versione italiana ho affrontato il ruolo solo in una produzione a Zurigo.

Quando prepari un personaggio nuovo ascolti le interpretazioni del passato? 

Di solito non vado molto indietro, mai più degli anni 70. Anche perché i tempi di esecuzione allora erano molto diversi e poi io sono figlia del mio tempo e non capisco chi resta ancorato alle epoche passate. Proprio come al cinema anche il modo di fare teatro musicale è cambiato e sono del parere che lo spettatore debba entrare in sala con la mente libera e priva di pregiudizi e preconcetti. Il rinnovamento è inevitabile e necessario.

Torniamo alla tua carriera. Tra i personaggi da te affrontati in passato c’è Adalgisa che ultimamente sta un po’ ritornando alla corda sopranile. Sono infatti sempre più numerosi i soprano che cantano questo ruolo. Il tuo registro acuto è sicurissimo, alla luce di questo hai già pianificato una incursione nel repertorio sopranile? 

In effetti è già da un po’ che penso a ruoli come la Lady dal Macbeth e Santuzza dalla Cavalleria Rusticana.  Ovviamente prima di avventurarmi dovrei avere la certezza di poter collaborare con il direttore e con il regista giusti. Se il progetto fosse molto interessante,  con uno sviluppo del ruolo che possa convenirmi allora non esiterei a farlo. Certo ci vuole molta cautela ed è fondamentale stabilire delle tappe di avvicinamento e poi anche cosa cantare dopo. Non si può fare su e giù da una corda all’altra in tempi molto ristretti. La riuscita sta nella giusta programmazione.

Riguardo ai tempi com’è la tua programmazione?  

Il mio calendario è a due o tre anni e devo dire che i teatri italiani arrivano sempre un po’ al fotofinish.

E le vacanze trovano un posto nella tua vita frenetica di cantante giramondo?

Purtroppo le vacanze sono compresse nei piccoli buchi e spesso non sono neanche vere vacanze perché la mente è comunque al prossimo impegno, magari all’inizio delle prove del successivo spettacolo. Poi la vita di coppia é  estremamente complicata quando si fa lo stesso mestiere. Io e il mio compagno ( il tenore Roberto Aronica n.d.r. ) tentiamo di incastrare i nostri calendari per non vederci solo all’aeroporto. …..ma è  tutta una corsa ad ostacoli. Poi però vai in scena, l’adrenalina ti sostiene e il pubblico ti ripaga della solitudine e delle difficoltà.

Empatica, Veronica Simeoni é  così. Una giovane donna moderna che ama la sua professione, tando da trasfondere tutta la sua energia in quello che fa. Il suo talento, la sua voce e il suo essere vera sono un regalo per il pubblico che ha la fortuna di ascoltarla e, ne  sono certa, anche per chi ne incrocia il cammino.

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Sehnsucht, struggimento, yearning, langueur

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C’é uno strumento in orchestra la cui voce suggerisce come nessun altra quel sentimento di profondo desiderio, unito alla sensazione di vuoto e mancanza dell’altro, al quale la lingua tedesca ha dato il nome  Sehnsucht. Impropriamente chiamato struggimento e meglio definito yearning in inglese, delinea un intero universo legato agli affetti più intimi della sfera personale. L’etimologia oscura e controversa ne fa risalire l’affascinante nome, corno inglese, all’espressione francese cor anglé , angolato, perchè in origine presentava una canna che formava un angolo al centro. Per assonanza l’aggettivo anglé fu tradotto erroneamente come inglese, in realtà si trattava di un parente prossimo dell’oboe, anch’esso ad ancia doppia, e nulla aveva a che vedere con i corni. La sua sonorità è difatti molto vicina a quella del più conosciuto fratello, è solo più piena e meno penetrante per via dell’estensione una quinta sotto.

Nel teatro musicale fu Rossini che per primo lo impiegò  come strumento solista in orchestra nell’ouverture del Guglielmo Tell, sfruttandone la voce melanconica per descrivere la serenità ritrovata dopo il temporale. Non era ancora struggimento, bensì  uso quasi pastorale, in una rielaborazione raffinata del ranz des vaches , il canto popolare degli allevatori svizzeri.

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Diventò langueur  già in Berlioz, in quella straordinaria invenzione melodica che è la romanza di Marguerite, D’amour l’ardente flamme, nella quarta parte della Damnation de Faust. Era il 1846 e il compositore francese aveva ultimato la stesura definitiva del materiale motivico risalente al 1829 e contenuto nelle Huit scènes de Faust. La sua era una personale rielaborazione del mito di Faust secondo Goethe, all’interno della quale la figura dell’innocente fanciulla sedotta e abbandonata passava dall’innamoramento alla disillusione in un’amara espansione lirica. Ricordo bruciante, attesa vana, desiderio e speranza sono nell’emozionale tessuto orchestrale che sostiene la voce nell’aria cantata da una Marguerite stanca che si strugge d’amore. Il corno inglese introduce l’episodio e prepara il terreno sul quale il canto si muoverà, contestualizza l’aria a metà del percorso, infine chiudendo nostalgico, strumento obbligato in orchestra che tocca le fibre di una ferita perennemente esposta che potrà rimarginarsi solo al ritorno dell’amato.

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Solo un anno più tardi, nel 1847, al Teatro della Pergola di Firenze debutta Macbeth che Verdi trae dall’omonima tragedia di Shakespeare. Qui il corno inglese appare quasi straniante. Più che sottolineare uno struggimento suggerisce e descrive la follia della sanguinaria Lady Macbeth nel momento in cui la sua mente è già stata inghiottita dall’allucinato rigurgito di coscienza. Siamo nel quarto atto, i profughi scozzesi lamentano lo stato di sanguinaria repressione nel quale versa la loro patria sotto il tiranno Macbeth, Macduff piange lo sterminio della sua famiglia e i sensi di colpa fino ad allora sopiti divorano la Lady  nella celebre scena del sonnambulismo. Verdi prescrive la sordina per  gli archi, clarinetto e corno inglese sono obbligati.  L’atmosfera si incupisce mentre i due strumenti introducono la regina. Il canto è spezzato, fatto di frasi smozzicate intervallate dagli interventi del corno inglese fino alla conclusione. Il clima è allucinato in un perfetto connubio di forza drammatica  e musicale.

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Nel Tristano e Isotta si ha la consacrazione dello strumento che del resto ricopre un ruolo sostanziale nella concezione sonora di Wagner. Collocate all’inizio del terzo atto troviamo 40 battute di straordinaria bellezza, forse il più geniale assolo mai scritto per il corno inglese che, secondo i dettami del compositore, dovevano essere intonate dallo strumentista dell’orchestra e non da un solista. E’ un triste lamento che racchiude nel suo timbro la sublimazione dell’attesa, la  lotta interiore e il delirio di Tristano morente.

E poi come dimenticare la consapevolezza di Don José, l’accettazione passiva dell’amore che sconvolgerà la sua esistenza in Carmen….Prima che il tenore  intoni La fleur que tu m’avais jétée è sempre il corno inglese che riprende da solo il tema del destino già enunciato nell’ouverture dai tremoli degli archi e dai tromboni. Lo stesso tema apparirà ancora nel corso dell’opera, mai però così languidamente addolcito a snudare i sentimenti del protagonista.

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Nuit d’été a Macerata

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Serata autunnale più che estiva, inutile scrutare il cielo gonfio di pioggia alla ricerca di stelle cadenti, ma serata ideale per un recital suggestivo in un milieu affascinante come il piccolo teatro Lauro Rossi di Macerata. La variegata offerta musicale del Macerata Opera Festival comprendeva  anche un ciclo di concerti ospitati nel  teatrino del Bibiena, tra i quali spiccava, per qualità del programma e degli interpreti, quello di Veronica Simeoni accompagnata al piano da  Michele D’Elia.

La prima parte della serata ha offerto il ciclo berlioziano Les Nuits d’été, corpus di sei melodie che il compositore scrisse nel 1841 su poesie dell’amico Théophile Gautier, ritrovandosi nelle atmosfere romantiche e notturne presenti ne La corneale de la mort, raccolta  di 57 liriche pubblicata dal poeta francese tre anni prima. Cosa orientò Berlioz  nella scelta dei testi é difficile dirlo in mancanza di dichiarazioni o testimonianze precise. Si pensa alla fine del suo matrimonio e alla nascita di un nuovo amore. Quale che sia stata  l’ispirazione , questa raccolta  presenta  una unità e una coerenza che la accomunano ai grandi cicli liederistici schubertiani, dunque costituisce una sfida per ogni interprete che le si  voglia accostare. Veronica Simeoni ha mostrato tutta la freschezza di una voce sana, forte di una tecnica immacolata, passando con estrema grazia dalla semplice joie de vivre della canzone iniziale Villanelle alla sensualità nascosta de Le Spectre de la Rose, per poi immergersi completamente nelle atmosfere crepuscolari di Sur les lagune sfoderando al contempo  una invidiabile omogeneità di emissione sia nella salita all’acuto che nella ricaduta nel grave. In Absence il mezzosoprano romano ha poi cesellato tutta  la desolazione per la mancanza della persona amata, trascolorando in Au cimetière per poi ritornare, quasi in un’atmosfera irreale, alla leggerezza de L’île inconnue. Il pubblico ipnotizzato ha così  seguito fino all’ultima nota, quasi in apnea, il canto morbido e agevolmente piegato al contesto intimistico, quasi meditativo  in connubio perfetto con l’accompagnamento di Michele D’Elia.

La seconda parte ha invece offerto i contrasti forti del repertorio operistico francese con una D’amour l’ardente flamme da La Damnation de Faust  amara e suggestiva nella trascrizione per pianoforte. Chiusura in bellezza infine con Mon coeur s’ouvre à ta voix da Samson et Dalila  e con una rutilante ed insinuante al tempo stesso Carmen nella Séguedille. Il piccolo palcoscenico del Lauro Rossi sembrava non riuscire a contenere l’ interprete che, con il suo fantastico caschetto di capelli blu e lo squisito abito d’ispirazione pre-romantica, magneticamente interpretava ora Marguerite, ora Didone e le altre eroine dell’opera francese. Grande stupore quindi per la facilità e semplicità nel passare dalle atmosfere  delicate e notturne di un corpus prettamente cameristico quale è  la versione originaria de Les Nuits d’été ,  alla voce piena e spiegata del contesto lirico sia pure in trascrizione per pianoforte.

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Conversando con…… JESSICA NUCCIO

by Caterina De Simone

 

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Il caffé Gambrinus nel cuore di Napoli è il luogo ideale per incontrare Jessica Nuccio che fra pochi giorni debutterà nel ruolo di Micaela nella nuova produzione di Carmen al Teatro San Carlo . Caffé e un piccolo cannolo a ribadire le affinità tra Palermo e Napoli, la giovane soprano dispiega tutta la sua “palermitanitudine” nel senso migliore del termine. E’ infatti una giovane donna che racchiude in sé le migliori qualità della gente del capoluogo siciliano con la sua solarità e schiettezza , ma anche con la dedizione al lavoro e l’attaccamento alla famiglia.  Donna completa in entrambe le dimensioni , professionale e privata si è affacciata alla ribalta del piccolo mondo della lirica dopo aver vinto il concorso Marcello Giordani,  iniziando così una carriera che le ha già dato molte soddisfazioni e che molto altro le offrirà nei prossimi anni.

Com’é questa Micaela che stai provando in questi giorni? Spesso è un personaggio dimenticato dai registi che si concentrano invece sulle dinamiche Carmen – Don José

Mi piace credere che Micaela , almeno la mia Micaela qui a Napoli, non sia affatto una stupida. Io non la vedo  come la solita ragazzina ingenua e con la testa fra le nuvole,   è un vero personaggio con un suo spessore psicologico. E’ una giovane donna che sa cosa vuole, di solidi principi e che lotta per avere Don José , ma che finisce per soccombere al ciclone Carmen.

Si dice spesso che questo ruolo sia facile da debuttare proprio perchè “tanto tutti guardano e ascoltano solo Carmen….”

Non sono assolutamente d’accordo. La parte essenzialmente è breve: un duetto e un’aria. Ma è una scrittura molto impegnativa! Attraverso  solo queste due scene si può mostrare il proprio valore, quindi ci vogliono nervi saldi e una tecnica impeccabile, altrimenti si rischia di andare a fondo.

Come sarà questa nuova produzione di Carmen al San Carlo?

Non vorrei anticipare molto… il regista Finzi Pasca ha un po’ sgombrato l’opera dai troppi effetti da cartolina. Il palcoscenico sarà sgombro, pochissimi elementi in scena è con un gioco di luminarie e luci particolari che si adatteranno ad ogni momento dell’azione . Resta comunque il fatto che la vicenda si svolge in Spagna, quindi il libretto è rispettato. Non abbiamo però ancora cominciato le prove in palcoscenico, quindi non posso dire di più. Abbiamo ogni giorno prove di regia , e l’orchestra è già al lavoro di suo.

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Com’è lavorare col maestro Metha?

Non è la prima volta che ho il privilegio di lavorarci insieme, ma ribadisco che è un piacere essere diretta da lui. L’estate prossima tornerò a Macerata per l‘Otello, un ennesimo debutto con Desdemona , ma posso dire di sentire la parte già un po’ mia perchè è stato proprio  il Maestro Metha a darmi preziosi suggerimenti quando ho cantato con lui a Valencia l’anno passato.

Dall’estate scorsa la tua carriera ha avuto un’impennata

E’ vero. Dalla  mia prima Gilda  nel Rigoletto allo Sferisterio di  Macerata ho inanellato una serie di debutti che continueranno per quasi tutto il 2016. Subito dopo Macerata ho cantato a Parma la mia prima Medora nel Corsaro , adesso affronto Micaela e contemporaneamente studio per la Lucia che canterò in Oman. Poi esordirò alla Scala nella Cena delle Beffe , e sarà una doppia prima volta, nel teatro e nel ruolo. E poi ancora Musetta a Liegi, Desdemona a Macerata e Oscar nel Ballo in Maschera a Roma. Saranno otto debutti in poco più di un anno!

Come riesci a tenere tutto sotto controllo, studio, prove , famiglia?

Quello che faccio mi piace molto, e poi credo si tratti solo di organizzarsi al meglio. Attualmente tra una prova e l’altra per Carmen studio a giorni alterni la parte di Micaela e di Lucia. Una delle prime cose che faccio in qualsiasi città in cui mi trovi  per lavoro è trovare un accompagnatore con cui possa preparare il ruolo . E poi…..conciliare la carriera e la vita familiare è dura, ma posso contare sull’appoggio incondizionato dei miei genitori che mi aiutano sopratutto con mio figlio che ha solo due anni e mezzo. Credo fermamente che sia importante la qualità del tempo che si dedica alla propria famiglia, non la quantità. Mio figlio non sembra soffrire i miei ritmi, nè confonde il ruolo dei nonni con quello dei genitori.

Da donna del sud come ti trovi a vivere nel profondo nord ?

Io e Simone ( Piazzola, baritono veronese compagno di Jessica e padre del suo bambino) viviamo a Verona e devo dire che mi trovo benissimo, tra l’altro i miei genitori sono spesso con noi , quindi ho quasi sempre un pezzo di Sicilia con me. Adesso vorrei tornare a cantare al Teatro Massimo di Palermo. Sono tre anni che manco da quel palcoscenico  e spero di realizzare questo mio desiderio al più presto. Da ultimo mi sento di dover comunque ringraziare il mio agente Alessandro Ariosi che mi sta aiutando molto a tracciare un sentiero ben definito nella mia carriera.

Rieccola la “sicilianitudine” fatta di gratitudine e di rapporti umani sinceri, emerge sempre nel calore con il quale Jessica Nuccio parla di sé e della sua vita, del divismo di certi colleghi, spesso fuori posto.

Un aggettivo per definirti prima di lasciarci

Non ho dubbi: “serena” ! Sono una donna serena ed è per me la migliore condizione per potermi impegnare sia nella vita professionale che in quella privata. Però se riuscissi a perdere quegli ultimi chili che ho ancora addosso dalla gravidanza lo sarei al 100%.

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CARMEN di picche a Orange

by Caterina De Simone

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La Carmen ” delle carte “, del destino che implacabile dispone delle vite dei due amanti dell’opera di Bizet, è appena stata uccisa per la terza e ultima volta al Teatro antico di Orange nell’ambito del festival Les Chorégie d’Orange fra i refoli di vento e il TGV che in lontananza si fa sentire. Non è stata una serata facile questa del 14 luglio, nonostante gli applausi, la soddisfazione degli organizzatori del festival e degli artisti. La mise en scène di Louis Désiré merita di essere rivista con gli opportuni accorgimenti nello spazio chiuso di un teatro tradizionale. Forse l’idea del regista francese di rapportare tutta la vicenda all’avversità del destino attraverso le enormi carte da gioco presenti in scena ( l’uccisione di Carmen avviene proprio sull’asso di picche, Don José gioca a carte durante l’ouverture come i soldati quando sono in scena ) e le lunghe lance che stringono la morsa del fato sulla coppia di amanti non è da buttar via. Senza dubbio, però, le scene di massa ( arrivo della garde montante e partenza di quella descendante nel I atto e sopratutto l’inizio del IV atto ) sono largamente da rivedere. Sembra che l’horror vacui abbia colpito anche il regista – scenografo – costumista spingendolo a riempire inutilmente la scena senza una vera gestione giustificabile delle masse,  per di più i costumi brutti ed incongruenti non hanno certo contribuito a delineare il concept centrato sul personaggio di Don José che, come in  sogno, rivede gli accadimenti che lo hanno portato ad uccidere Carmen in una citazione esplicita da Mérimée. Lo scempio si é però perpetrato nella concertazione. Si può asciugare e mortificare una somma partitura come quella di Bizet?  Ce l’ha messa proprio tutta in questo senso Mikko Franck.  L’ouverture pesante, anzi banale, priva di qualsiasi lucentezza nonostante l’ottima orchestra di Radio France, lascia già intendere quale sarà la non – chiave di lettura del direttore finlandese. Si continua poi con una Habanera slargata, noiosa e interminabile ed è inutile analizzare uno per uno i singoli pezzi chiusi che scivolano via penosamente.

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 Si può optare per una soluzione coraggiosa, ovvero fare di Carmen un’opera da camera così come lo stesso Bizet l’aveva concepita in principio. Si possono anche ridurre i decibel quasi allo zero nel duetto Don José Micaela del I atto esaltando la trama impalpabile della partitura, per quanto l’esecuzione en plein air non sia la più indicata per una proposta del genere. Ma perché la scelta sia motivata e coerente non si può rispolverare l’edizione Guiraud con i recitativi sulla quale si arrovellano da decenni i musicologi di tutto il mondo ( ormai considerata peraltro un quasi reperto archeologico), né si possono fare tagli arbitrari (vedi il duello José -Escamillo). Musicalmente questa Carmen diventa un pastiche che va avanti bizzarramente in barba ad una compagnia di canto di tutto rispetto scelta in funzione dell’unico ed incontrastato Don José del momento e speriamo ancora per molti anni a venire,  quello Jonas Kaufmann che imperversa indisturbato nell’opera di Bizet su tutti i palcoscenici del mondo della lirica. Nella recita del 14 luglio il tenore tedesco ha offerto una prestazione maiuscola,  nella quale però la performance attoriale ha superato quella vocale. L’aria del fiore, cesellata come non mai, e il finale del IV atto hanno confermato l’eccezionalita’ dell’artista che ha pennellato un Don José ancora diverso dagli altri finora caratterizzati perché totalmente annientato dalla Carmen virago di Kate Aldrich. La mezzosoprano americana, fascino quasi manageriale e seduttiva in modo intellettuale, quindi deprivata da ogni carnalità,  ha offerto una immagine della gitana che si concede agli uomini ora disorientandoli come nel caso di Don José , ora  illudendoli come fa con Zuniga o appagandosene quando ne  riconosce lo spirito libero come per Escamillo.  Il canto della Aldrich è sfaccettato e tecnicamente impeccabile ma manca un po’ di volume , probabilmente sarebbe stato più incisivo con un’acustica diversa che non all’aperto. Kyle Ketelsen è  un Escamillo incolore,  più a suo agio nella tessitura acuta che nel grave, mentre una menzione special meritano lo Zuniga di Jean Teitgen e la Frasquita della canadese Hélène Guilmette, deliziosa e già pronta per il ruolo maggiore di Micaela al quale sicuramente avrebbe apportato una ventata di freschezza  contrariamente ad Inva Mula , statica e dal francese incomprensibile. Il contesto dell’enorme teatro romano con gli ottomila e più spettatori civilissimi , e per una volta dall’età media NON GERIATRICA,  è impressionante ed è fantastico che il festival estivo più longevo d’Europa vada avanti anno dopo anno tanto da aver convinto un fuoriclasse come Jonas Kaufmann,  da sempre contrario a produzioni d’opera all’aperto, ad esibirvisi.

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Il fascino di CARMEN

by Caterina De Simone

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Sul fascino di Carmen e sul perchè sia , a detta dei più,  l’opera più rappresentata al mondo  si sono versati fiumi di inchiostro e di parole senza però mai riuscire a comprenderne appieno l’appeal. La stessa evoluzione della partitura con i dolorosi ripensamenti, i mille tagli , le modifiche , la trasformazione da Opéra comique in opera romantica, studiati e rivoltati dalle edizioni critiche che ancora si susseguono e che  non hanno mai colto o per meglio dire sciolto l’ enigma Carmen , non hanno scalfito minimamente la fama e il successo di questa pietra miliare del teatro musicale. Certo è che , musicando la novella di Mérimée,  Bizet ha reso immortale una storia che probabilmente avrebbe lasciato una pallida traccia di sé a distanza di un secolo e mezzo.. Chi è Carmen ? E’ l’elemento perturbatore, l’alieno  o meglio il virus che manda in corto circuito il sistema prestabilito dell’ordine societario, e come tale è personaggio sovrapponibile a qualsiasi epoca e in qualsiasi contesto. Allo stesso tempo è  personaggio enigmatico che Bizet scandaglia sapientemente dotandolo di musica travolgente e irresistibile alla quale è impossibile rimanere indifferenti, ma che non rivela niente o quasi di sè, se non nella sottile scena della carte nell’ Atto III , vero banco di prova per ogni cantante che si accosti al ruolo della protagonista. Da qui discende la sfida per ogni regista che voglia mettere in scena il capolavoro di Bizet. Non si tratta di scegliere fra una Spagna da cartolina fatta di mantillas e toreri e una atemporalità che ribadisca l’immortalità della storia, nè tanto meno fra una Carmen tutta provocazone e carnalità e una dal fascino cerebrale. Eppure sempre più si assiste a produzioni che si collocano ad un estremo piuttosto che ad un altro senza creare un ponte o meglio una graduazione nell’ affrontare il personaggio.

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L’enigma è tutto là ed è la prova più dura per il metteur en scène poichè da lì discende la trattazione equilibrata del protagonista maschile Don José : Antagonista? Vittima? Chi è quest’uomo che nella novella di Mérimée racconta la storia di Carmen in prima persona dalla sua prigionia da pluriomicida? In Bizet rappresenta forse la vittima dell’ordine precostituito, debole che si conforma alle regole ma venato di inquietudine latente quindi  conteso tra il fascino della vie errante e l’esistenza piccolo borghese di una vita familiare tranquilla con Micaela. Quest’ultimo  personaggio fu aggiunto da Bizet per rafforzare la drammaturgia dell’opera e per acuire il contrasto di sentimenti vissuti da Don José  come   si vede chiaramente nel duetto piuttosto convenzionale del primo atto nel quale il brigadiere si dimostra rispettoso dei dettami familiari incarnati da Micaela e pronto a sposarla per volere della madre. La fanciulla dalle lunghe trecce dorate in effetti non è l’ingenua sognatrice che spesso ci viene presentata , in realtà  si dimostra volitiva e pronta ad agire sui sensi di colpa che lacerano José  pur di riappropriarsene in un estremo tentativo nel III Atto. Non dimentichiamoci infatti che in Carmen la logica della sopraffazione e dell’aggressione, non solo fisica ma sopratutto psicologica , attraversa tutta l’opera per poi sfociare nel delitto , inevitabile e frutto della incapacità di José di rinunciare alla sua Carmen …adorée che da sua personale carnefice si trasforma in vittima. Il mito di  Carmen attraversa così per merito di Bizet, e quasi trasversalmente, arti di natura profondamente diversa quali il cinema e le arti figurative. Si contano infatti non meno di 50 versioni cinematografiche ricavate dall’opera di Bizet e profondamente distanti una dall’altra, così come distanti sono anche le innumerevoli incisioni a bulino realizzate da Pablo Picasso  nel 1949 e che prendono lo spunto dalla musica di Bizet per mettere in scena l’incendio bruciante di passione che da sempre agitava il grande maestro spagnolo. Nonostante tutto,  il fascino e l’attrattiva di Carmen restano ancora un enigma irrisolto per merito della partitura somma , sia  eseguita con i soli pezzi chiusi e i dialoghi parlati nella Edizione criticatissima Oeser   che nella  trasposizione con i recitativi di Guiraud  oppure ancora nelle mille forme spurie e non a cui assistiamo in teatro. Ogni nuova produzione ricrea la magia purchè cantata  e concertata a dovere e lo spettatore  andrà sempre a teatro a vederla, con la speranza che l’enigma si sciolga.

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La CARMEN di ANITA

by Caterina De Simone

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Il Teatro alla Scala in formato EXPO  si affida a produzioni collaudate che garantiscono un considerevole incremento delle “alzate di sipario”  e incassi più che soddisfacenti per il botteghino. È il caso della ennesima ripresa di Carmen  nella versione Emma Dante  che aveva inaugurato la stagione 2009/10 tra polemiche e ovazioni per la debuttante Anita Rachvelishvili  e per il protagonista maschile non ancora superstar della lirica Jonas Kaufmann . In sei anni il presunto furore contro la regista palermitana si è spento e la produzione è diventata quasi un classico. Il “Sud dell’anima” come ebbe a dire la Dante è stato ormai metabolizzato, così come la visione di una Chiesa oppressiva concretamente  rappresentata nella presenza quasi ubiqua del sacerdote , in  crocifissi e incensiere. Ciò che ancora Amneris vagante non riesce a capire è l’esibizione di presunti ex voto/parti anatomiche in bella mostra in un quarto atto per il resto perfettamente compiuto. Ma questa è un’altra storia. …….Lo spettacolo è ben rodato, forte dell’indubbio senso teatrale della regista . È poco importante in questa ripresa così come allora che Escamillo descriva la corrida su teloni dipinti che si srotolano durante la sua aria, o che Don José scenda nella taverna di Lilas Pastia servendosi di un ascensore; non c’è alcun peccato di lesa maestà del libretto. Tutt’al più è lampante l’occhio severo della Dante nei confronti del personaggio di Micaela, vista molto “sicilianamente” come la tipica “bona carusa” da sposare scelta secondo atavica tradizione dalla stessa futura suocera e per questo motivo assimilata alla madre del povero malcapitato perduto nel fascino della “Carmencita”.

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Tutto funziona a dovere scenicamente ed Anita Rachvelishvili si conferma oggi come la migliore Carmen in circolazione. L’evoluzione della voce è andata verso una maturazione che regala colori , armonici, sonorità piene e carnalita’ al personaggio forse più complesso nel ruolo mezzo-sopranile. Si sa, a distanza di anni le riprese sono spesso affidate ad assistenti di regia se non lasciate all’estro del cantante scritturato. Ma qui la Rachvelishvili dimostra di aver introiettato appieno il paziente lavoro fatto in occasione del debutto del 2009 , anzi aggiunge un che di insinuante e di “irresistibilmente  irresistibile” che fagocita l’intera la compagnia di canto. L’ Habanera  , qui concertata con tempi sostenuti dal Maestro Zanetti rispetto all’eccessivo languore di Baremboim nel dicembre 2009, è un miracolo di fraseggio , mentre l’aria delle carte ha l’inevitabile fatalità della donna che corre impavida al femminicidio, perché è un femminicidio quello che mette in scena la Dante, e come tale necessita di due grandi cantanti attori.  Che in questa ripresa Carmen risponda all’appello è scontato, sulla presenza incisiva di Don José c’è sicuramente da discutere.  Francesco Meli è naturalmente dotato di un timbro accattivante e di una ottima tecnica , ma di recente sta orientando la sua carriera verso il repertorio lirico spinto per il quale non è forse ancora pronto. Inoltre Don José  necessita un approfondimento e un carisma che , non essendo innati come nel caso di Kaufmann che ha fatto di Don José uno dei suoi ruoli totem, vanno conquistati passo dopo passo. La fleur è affrontata con grande partecipazione, manca però l’afflato che dovrebbe renderla unica. Terzo e quarto atto dimostrano inoltre come il tenore ricorra alle ultime riserve di energia. Ciò che manca ancora è “The stamina” come direbbero gli anglosassoni. Se a questo si aggiunge una Micaela fuori parte come Nino Machaidze che è una ottima Musetta ma che non potrà mai avere la vocalità richiesta dal personaggio dell’opera di Bizet ,  e l’ Escamillo di Massimo Cavalletti in perenne difficoltà sia nel grave che nel registro acuto di questa tessitura ibrida e perfida , si può ben concludere che questa ripresa della Carmen viva solo della prova maiuscola di Anita Rachvelishvili e del coro scaligero agli ordini di Bruno Casoni , come sempre punto di forza del teatro. Si può quindi sopravvivere ad una Carmen senza Don José,  Micaela ed Escamillo. Ma di certo in queste condizioni non si può sopravvivere ad una Carmen senza Carmen! Che fortuna averla avuta la nostra Carmen!

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