Conversando con …

Conversando con… France Dariz

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Conversare con France Dariz  è come immergersi in una materia liquida, perché si entra dentro un processo di formazione e maturazione attraversando il repertorio italiano, francese e tedesco. La voce ampia e gli acuti “facili” sono le sue credenziali di accesso  per una carriera agli albori che passa dal Macerata Opera Festival  2017. Da cover di Irene Thèorin, il soprano francese si è infatti ritrovata a debuttare allo Sferisterio in Turandot per un infortunio occorso alla titolare. Incontrandola tra una recita e l’altra è piacevole andare alla scoperta di una personalità solare,  dalle idee  chiare e già ben proiettata alla costruzione intelligente di un percorso professionale.

Confesso di non sapere nulla di te, della tua formazione e di come ti sei accostata allo studio del canto…

La mia è una famiglia di musicisti. Dal bisnonno al nonno fino a mio padre, tutti sono musicisti. Mia nonna materna era cantante, quindi è stato naturale per me e mio fratello studiare musica. Ho iniziato con il pianoforte e con l’arpa, anche se ho sempre cantato a casa, il canto lirico non era mai entrato nella mia prospettiva. Mio padre è jazzista, quindi guardavo più che altro alle grandi cantanti jazz. Poi, per caso, il maestro di canto della mia scuola mi ha fatto una piccola audizione ed è partito tutto da lì.  Ho lasciato lo studio di pianoforte ed arpa e mi sono dedicata completamente al canto.

Com’è stata la tua formazione specifica? Hai subito trovato la tua voce?

Il mio primo maestro con il quale mi sono diplomata era indeciso all’inizio. Ho iniziato come soprano lirico partendo dal repertorio francese con Les Pecheurs des Perles, Roméo et Juliette Manon per via della mia  facilità in acuto. Ricordo che già ai primi esercizi, partendo dal do centrale riuscivo ad arrivare al si bemolle senza grande sforzo. Per migliorare la salita all’acuto allora ho iniziato a studiare parti come Rosina la Contessa. Infine il mio maestro mi ha fatto studiare In quelle trine morbide dalla Manon Lescaut di Puccini e ho capito che ero piuttosto un soprano drammatico di agilità.

Attualmente da chi sei seguita e con chi ti consulti nell’affrontare lo studio di ruoli nuovi ?

Sei anni fa ho vinto un concorso in Francia e lì ho conosciuto la mia attuale maestra Lise Arseguet con la quale ho un rapporto di totale fiducia. È per me fonte di grande sicurezza ed i suoi insegnamenti e consigli hanno sempre funzionato. È stata un grande soprano che per motivi di salute ha dovuto abbandonare la carriera forzatamente. Ha lavorato anche con Messiaen e con lui ha inciso la versione per pianoforte e soprano de Le poéme pour Mi. È stata la prima a sentirmi mentre studiavo Turandot e da subito ha riconosciuto che la mia voce era adatta alla parte. Oggi sono in continuo contatto con lei per ogni nuova proposta e ogni volta che preparo un ruolo.

Raccontami di questa Turandot al Macerata Opera Festival che è un po’ il caso dell’estate operistica festivaliera italiana.

Intanto ci tengo a dire che non avrei mai pensato di cantare qui. È stato un doppio debutto il mio, allo Sferisterio e nel ruolo, e non avrei mai pensato di sostituire Irene Thèorin con la quale sin da subito si è instaurato un rapporto improntato ad una grande e sincera cordialità. Purtroppo per lei si è infortunata subito dopo la prima, così a due giorni dalla seconda recita ho avuto la comunicazione che avrei cantato io. Avevo seguito tutto l’iter delle prove sin dal 20 giugno, ma non avevo mai provato in palcoscenico. C’è però un elemento importante che mi ha aiutato a superare lo stress del debutto: in questa produzione Turandot è in scena sin dall’inizio quindi ho potuto respirare l’atmosfera dello spettacolo da subito e soprattutto avere contezza del rapporto buca-palco.

Molti cantanti sostengono che per un debutto in un ruolo sia più facile essere impegnati in allestimenti tradizionali piuttosto che in produzioni maggiormente innovative.

In questo caso non sono d’accordo.  Perché Ricci e Forte  hanno studiato a fondo l’opera. La forza del loro spettacolo sta nel fatto di avere offerto una lettura nella quale niente è lasciato al caso, anzi tutto è pensato nel quadro di una visione quasi psicoanalitica. Questa è una Turandot che spinge alla riflessione e si sviluppa su diversi piani di lettura. Non è per un pubblico passivo perché ti spinge a pensare al significato dell’amore,  del desiderio e quindi alla paura che queste forze innescano.

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Tu hai già esperienza di canto in spazi aperti come l’arena di Verona ed ora allo Sferisterio.  Quali sono i principali problemi dell’acustica e qual è la tua opinione in merito all’amplificazione così spesso utilizzata outdoor?

Qui a Macerata per fortuna non abbiamo necessità di amplificazione. Questo è un vero teatro anche se non è nato per ospitare l’opera lirica, quindi l’acustica è molto buona. Lo stesso muro di fondo quando cantiamo con le spalle al pubblico serve da cassa di risonanza perché proietta verso la platea la forza della voce. Quanto meno per voci grandi come la mia non pone nessun problema. Lo stesso succede ad Orange il cui teatro antico ha anch’esso un’ottima acustica. Allo Sferisterio inoltre riusciamo a sentire bene l’orchestra, cosa che invece è un problema a Verona dove l’amplificazione impoverisce le voci. Sono convinta che la lirica non sia fatta per i microfoni che appiattiscono la resa musicale e vocale.

Torniamo alle tue scelte di repertorio in una prospettiva futura. Quali sono il tuo orientamento e il tuo criterio di scelta?

Finora devo dire che Verdi e Puccini mi hanno dato le maggiori soddisfazioni. Spero di riprendere Aida e di debuttare come Abigaille, per la quale mi sento pronta, al più presto. In Verdi soprattutto ci sono ruoli formidabili per soprano drammatico e che mi affascinano. Penso ad Odabella e Lady Macbeth. Sono anche molto attratta dal Verismo e ho già un progetto per  Chènier in un teatro italiano. Fare Maddalena di Coigny è infatti uno dei miei sogni. Già da qualche anno inoltre sto studiando le bionde, come dicono in Germania,  di Wagner, quindi Elizabeth,  Elsa , Sieglinde e Senta. Tutte le esperienze  precedenti nel repertorio francese e italiano mi servono così per affrontare meglio anche  quello tedesco. Se Verdi e Puccini colpiscono al cuore,  Wagner invece entra nella mente e ti soggioga. Spero arrivi presto il mio debutto in uno di quei grandi ruoli, sempre tenendo bene a mente che non si può cantare solo Wagner perché si rischia di perdere l’elasticità.

Quanto a Strauss qual è  la tua attitudine?

Per questo genere di repertorio ho il massimo rispetto, ma lo considero un universo a se stante. Per il momento è molto lontano da me, non credo lo affronterò  prima di diversi anni. Dovessi cantare Elektra adesso….non so cosa potrei fare dopo!

Nella costruzione della tua carriera hai dei modelli di riferimento e con chi ti piacerebbe cantare oggi?

Indubbiamente se penso a Wagner un modello inarrivabile è Birgit Nilsson, mentre oggi guardo ad Irene Thèorin, sopratutto dopo aver condiviso con lei quattro settimane di prove per Turandot. Fra i tenori la mia ammirazione va a Franco Corelli per la sua vocalità simile ad un torrente in piena.  Attualmente il mio tenore di riferimento è Jonas Kaufmann  in quanto riesce a passare da un repertorio all’altro senza mai forzare, usando sempre la sua voce. Lo ammiro per la sua grande intelligenza di interprete e anche per essere riuscito con grande abilità a non farsi “incasellare” in un determinato genere come succede abitualmente nel nostro mondo. Nel mio piccolo pure io non vorrei mai dover circoscrivere la carriera fra un esiguo numero di ruoli.

Veniamo a qualcosa di più personale.  Hai una routine particolare oppure un’alimentazione specifica a seconda che tu abbia uno spettacolo  o meno?

Non credo si possa definire una vera e propria routine. Certo è che di solito arrivo in teatro due o tre ore prima dell’inizio. Nel pomeriggio comincio a riscaldare la voce, poi  se, come a Macerata, la recita comincia alle 21,00, alle 18 mangio qualcosa che mi dia la giusta energia. In generale cerco di stare molto attenta all’alimentazione, perché noi cantanti lirici abbiamo spesso problemi di reflusso gastroesofageo.

Questa sera hai l’ultima recita di Turandot. Cosa farai adesso?

Ritorno a casa ad Avignone, da mio marito che è il punto fermo della mia vita. Lui non è nè cantante nè musicista, quindi mi tiene  con i piedi ben piantati a terra. Siamo insieme da molti anni e lui è la parte saggia della coppia. Insieme ce ne andremo a Bayreuth per  una vacanza e nell’occasione mi godrò  il Festival.

France Dariz chiacchiera ancora in libertà e poi si allontana ridendo, forse già proiettata verso la sua vacanza tedesca. In bocca al lupo, toi toi toi!

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Conversando con…..Veronica Simeoni

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Tra una recita e l’altra di Werther Amneris Vagante si concede il piacere di una lunga e appagante chiacchierata con Veronica Simeoni, una Charlotte intensa e di notevole spessore, che qui conferma le doti innate di grande interprete unite ad una completa padronanza della tecnica vocale e ad un timbro prezioso. A ciò si aggiunge la spontanea forza comunicativa e una solare disponibilità a raccontarsi…..il legame empatico é subito stabilito, anzi si rafforza nel corso della conversazione. Iniziamo parlando di capelli, di crazy colors che Veronica ama e che si alternano sul suo taglio corto, ma la solida e scrupolosa artista del canto si fa serissima alla prima vera domanda.

Alla prima di Werther qui al Teatro Massimo di Palermo ha assistito anche la signora Kabaivanska con la quale hai studiato e ti sei perfezionata. Com’è nato il vostro rapporto e come ha influito nello sviluppo della tua carriera?

Ci siamo incontrate nel 2004 quando ancora studiavo al Conservatorio di Adria. Per seguirla e perfezionarmi con lei ho sostenuto tutti gli esami che mancavano al diploma in un solo anno invece che nei restanti due, altrimenti non avrei potuto accedere ai suoi corsi. Il nostro è stato da subito un rapporto reciproco di totale fiducia, necessario tra allievo ed insegnante. Il canto è un’entità talmente delicata, astratta e complicata che è fondamentale affidarsi alla persona giusta. L’ho seguita per anni, dall’Accademia Chigiana fino in Bulgaria e ho capito che aveva profondamente ragione quando sosteneva che il canto è un lavoro di bottega, costante e difficile.  Anche adesso il nostro rapporto continua ed è fatto di controlli continui, un po’ come fare il tagliando all’auto! Tra di noi c’è una vera amicizia, anzi di più. …..è quasi come una seconda mamma.

Com’é averla in teatro durante una recita?

É difficile da spiegare, averla lì in platea mi tranquillizza ma allo stesso tempo mi mette pressione perché mi sprona a dare il meglio per farle piacere. É uno stimolo in più proprio perchè lei è il mio strumento di controllo, in special modo oggi che la carriera del cantante lirico  si è accorciata.  Tutto è più veloce,  si monta una produzione molto più in fretta, i tempi di pausa e quindi di recupero sono sempre più brevi,  ma le corde vocali non sono diventate bioniche nel frattempo! Sono sempre le stesse.

Parliamo un po’ di questo Werther palermitano con il Maestro Wellber. Ho notato che non si è mai fermato dopo i pezzi chiusi e questo ha disorientato un po’ il pubblico che in qualche occasione ha anche applaudito a scena aperta mentre l’orchestra continuava a suonare.

In effetti il Maestro Wellber aveva scelto a monte di non spezzare la tensione drammatica. Non si è fermato intenzionalmente dopo Pourquoi me réveiller perchè il numero non prevede una chiusura, in quanto legato al duetto seguente nel quale si raggiunge il climax con il bacio. Alcuni direttori scelgono di fare un crescendo per poi fermarsi e consentire al pubblico di applaudire alla fine dell’aria di Werther che è il momento più conosciuto dell’opera, ma Wellber ha preferito non alterare il pathos che monta fino al culmine del bacio.

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Per Charlotte il momento topico arriva sempre nel terzo atto con l’aria delle lettere che ha una forza quasi viscerale. Per te che hai fatto di Charlotte uno dei tuoi personaggi totem é complicato gestire l’emozione e mantenere il controllo durante la performance? 

É certamente molto difficile mantenere il giusto equilibrio. Non possiamo mai abbandonarci completamente anche perchè è fondamentale tenere sotto controllo il pubblico le cui reazioni sono imprevedibili. Mi è capitato in Carmen che non scattasse l’applauso né dopo l’Habanera né dopo l’aria delle carte. D’altronde l’applauso può essere liberatorio, quindi esplode, oppure intimo. In quel caso capisco che non si riesca neanche ad applaudire quando si é completamente   dentro lo spettacolo tanto da  non poter muovere neanche un muscolo.

Durante la recita come leggi l’umore della sala? Quanto tempo ti ci vuole per capire che tipo di pubblico hai davanti e cosa aspettarti?

Dipende molto da come mi sento in palcoscenico.  Se c’è agitazione o nervosismo questo influenza anche me, é inevitabile, perché questi sentimenti sono contagiosi  e si diffondono tra il cast. Quando ci si tranquillizza e la recita va avanti senza problemi, allora posso concentrarmi sul pubblico e sopratutto sul silenzio che prova quanto gli spettatori siano coinvolti. Si sviluppa sempre un’energia che circola tra il palcoscenico e  la platea.

Stiamo parlando di Werther e anche di Carmen, il tuo repertorio è fatto di molti ruoli francesi. Da cosa nasce questa tua predilezione verso le opere francesi?

Anche qui c’entra la Signora Kabaivanska che, durante i miei anni all’accademia di Verona, mi sentì preparare il ruolo di Azucena e da subito mi disse che non ero ancora pronta. É ovvio che ascoltai  il suo consiglio e  preparai invece Dalila, dal momento che già negli anni di conservatorio mi ero accostata a Mon coeur s’ouvre à ta voix. Quando Rania mi sentì disse subito che era adatto alla mia voce e  mi esortò a continuare a studiare quel repertorio. Devo dire tra l’altro che ho una naturale inclinazione verso la lingua francese, la sua musicalità e la Francia in generale.

Un altro ruolo francese che sembra fatto per te è Marguerite della Damnation de Faust.  Ce  l’hai già in calendario?

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Sì, penso di poterlo già anticipare perché la stagione sarà presentata a breve, debutterò nel ruolo a Roma e sarà lo spettacolo inaugurale della nuova stagione con il Maestro Gatti sul podio e la regia di Damiano Michieletto. Le regie di Michieletto sono spesso controverse, in realtà sono sempre molto coerenti e la sua visione drammaturgica è  ben chiara.

La tendenza degli ultimi anni per voi cantanti  è quella di focalizzarsi più su un certo repertorio. Sei d’accordo o preferisci mantenere una scelta più ampia?

A me personalmente dà fastidio essere etichettata o incasellata. Nella mia carriera ho solo escluso a priori Mozart e Rossini perché so che non fanno per me. Di Rossini ho fatto Lo Stabat Mater e la Petite Messe Solemnelle e come opere ho cantato il Guglielmo Tell che è un Rossini  differente e poi è  in francese quindi il mio territorio abituale. La mia strada naturale porta a Verdi,  all’inizio della carriera ho cantato molto Verdi per poi metterlo un po’ da parte. Adesso però ho in mente di ritornare sempre più a questo repertorio. Un mio grande desiderio  sarebbe quello di cantare Eboli nel Don Carlos, quindi ancora francese. Nella versione italiana ho affrontato il ruolo solo in una produzione a Zurigo.

Quando prepari un personaggio nuovo ascolti le interpretazioni del passato? 

Di solito non vado molto indietro, mai più degli anni 70. Anche perché i tempi di esecuzione allora erano molto diversi e poi io sono figlia del mio tempo e non capisco chi resta ancorato alle epoche passate. Proprio come al cinema anche il modo di fare teatro musicale è cambiato e sono del parere che lo spettatore debba entrare in sala con la mente libera e priva di pregiudizi e preconcetti. Il rinnovamento è inevitabile e necessario.

Torniamo alla tua carriera. Tra i personaggi da te affrontati in passato c’è Adalgisa che ultimamente sta un po’ ritornando alla corda sopranile. Sono infatti sempre più numerosi i soprano che cantano questo ruolo. Il tuo registro acuto è sicurissimo, alla luce di questo hai già pianificato una incursione nel repertorio sopranile? 

In effetti è già da un po’ che penso a ruoli come la Lady dal Macbeth e Santuzza dalla Cavalleria Rusticana.  Ovviamente prima di avventurarmi dovrei avere la certezza di poter collaborare con il direttore e con il regista giusti. Se il progetto fosse molto interessante,  con uno sviluppo del ruolo che possa convenirmi allora non esiterei a farlo. Certo ci vuole molta cautela ed è fondamentale stabilire delle tappe di avvicinamento e poi anche cosa cantare dopo. Non si può fare su e giù da una corda all’altra in tempi molto ristretti. La riuscita sta nella giusta programmazione.

Riguardo ai tempi com’è la tua programmazione?  

Il mio calendario è a due o tre anni e devo dire che i teatri italiani arrivano sempre un po’ al fotofinish.

E le vacanze trovano un posto nella tua vita frenetica di cantante giramondo?

Purtroppo le vacanze sono compresse nei piccoli buchi e spesso non sono neanche vere vacanze perché la mente è comunque al prossimo impegno, magari all’inizio delle prove del successivo spettacolo. Poi la vita di coppia é  estremamente complicata quando si fa lo stesso mestiere. Io e il mio compagno ( il tenore Roberto Aronica n.d.r. ) tentiamo di incastrare i nostri calendari per non vederci solo all’aeroporto. …..ma è  tutta una corsa ad ostacoli. Poi però vai in scena, l’adrenalina ti sostiene e il pubblico ti ripaga della solitudine e delle difficoltà.

Empatica, Veronica Simeoni é  così. Una giovane donna moderna che ama la sua professione, tando da trasfondere tutta la sua energia in quello che fa. Il suo talento, la sua voce e il suo essere vera sono un regalo per il pubblico che ha la fortuna di ascoltarla e, ne  sono certa, anche per chi ne incrocia il cammino.

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Conversando con… Luca Salsi e Virginia Tola

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Luca Salsi Virginia Tola sembrano aver assimilato l’essenza del vivere palermitano. A pochi giorni dall’inaugurazione della stagione 2017 del  Massimo di Palermo, dopo lunghe prove per montare la nuova produzione di Macbeth, gustano il loro lunedì di riposo in uno dei templi dell’ozio cittadino, il Caffé Spinnato, a pochi passi dal teatro. Coppia nella vita oltre che sul palcoscenico (benché la Lady Macbeth di Virginia non si incontri qui con il consorte vero in quanto inserita nel cast alternativo) , le loro due voci si integrano e si completano mentre si raccontano e raccontano del loro primo approccio alla musica. Virginia in Argentina, come tutte le bambine curiose, assaggiava un po’ di tutto, danza, pianoforte, flauto …..per poi “innamorarmi di un coro a otto anni. Subito ne sono entrata a far parte e quando, a dodici anni, ho visto in TV la Carmen con Placido Domingo ho capito cosa fosse il teatro cantato e ne sono rimasta incantata.”

E Luca che aveva iniziato a studiare pianoforte a sei anni. “Poi mi è venuto a noia e ho concentrato le mie energie sul calcio. Avevo sedici anni quando ho assistito all’esibizione di un coro, l’Ildebrando Pizzetti di Parma che c’è ancora! Il maestro del coro mi  ascoltò invogliandomi a studiare canto. Mi preparò per l’ammissione al conservatorio, presentai Non più andrai farfallone amoroso e fui ammesso. A ventidue anni ho cominciato la mia carriera e da allora non mi sono mai fermato.

Quasi all’unisono, lui deciso e assertivo, lei con garbo ma guardandosi negli occhi rispondono alla mia curiosità su eventuali ripensamenti sulla carriera prescelta.

Luca: “a sedici anni avevo già deciso che volevo fare il cantante. Sono andato diritto per la mia strada senza mai guardarmi indietro.”

Virginia: “anche per me è stata la stessa cosa. Non ho mai avuto dubbi e tra i quindici e i diciotto anni ho studiato privatamente. Poi sono entrata al Colòn e ho cominciato a vincere dei concorsi importanti che hanno fatto da trampolino di lancio per la mia carriera.”

Non sono restii a parlare di loro come coppia e mi raccontano del loro primo incontro “Una Bohème a Los Angeles nel 2007. Ma ci siamo innamorati due anni più tardi quando eravamo marito e moglie nel Falstaff a Liegi. E’ iniziato con Verdi e continua ancora con Verdi!”  Una rarità sentire un uomo parlare della sua vita privata senza recitenze. E ancora più interessante è osservare il modo in cui spiega con apparente nonchalance il suo amore incondizionato per il repertorio verdiano. “No, non mi annoio mai a ripetere un personaggio di  Verdi. Ogni volta che riprendo in mano uno spartito di una sua opera scopro sempre qualcosa di nuovo, dettagli preziosi che non avevo ancora approfondito. La noia mi colpisce solo a proposito della interpretazione registica. Specie se ti trovi intrappolato in una produzione orrenda, allora mi sento prigioniero!”

A ridosso della prima di Macbeth con la regia di Emma Dante Gabriele Ferro sul podio mi parlano invece con entusiasmo di questa nuova esperienza.

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Virginia: “Emma ha un suo stile ed è abituata a lavorare con un suo gruppo di attori, il che ci dà anche molta libertà nel cantare mentre loro si muovono in palcoscenico. C’è un rapporto di grande collaborazione perchè abbiamo costruito le varie scene insieme, lei è sempre stata aperta e generosa nei confronti delle nostre esigenze di cantanti. È partita dal testo di Shakespeare  e mi ha fatto notare alcune cose del libretto sulle quali non mi ero molto soffermata, ma allo stesso tempo ci ha dato ascolto a proposito di alcuni particolari squisitamente musicali.”

Luca: “E’ vero che è molto esigente con i cantanti, ma abbiamo lavorato molto bene. Io personalmente ho fatto diverse produzioni di Macbeth, ma posso dire che ho trovato in questa regia delle idee nuove e geniali. Si vede che Emma è abituata a scavare nei personaggi, a sviscerarne le ambiguità e le doppiezze anche perchè quello di Macbeth è un libretto  estremamente difficile. D’altra parte trovo che musicalmente in questa opera ci sia già tutto. Solo seguendo le indicazioni minuziose e dettagliate in partitura il personaggio è già bell’e fatto.”

Inevitabile la domanda sulla routine quotidiana del cantante-attore durante le prove di un nuovo spettacolo e ancor più sorprendente l’estrema franchezza che guida le loro risposte.

Luca: “una nuova produzione è sempre molto stimolante perchè concorriamo alla creazione di un qualcosa dal nulla. Però d’altro canto si rimane impegnati per quasi due mesi e, sono sincero, io personalmente arrivo ad un certo punto in cui difficilmente riesco a trovare nuovi stimoli durante il lungo periodo di prove.”

Virginia smorza gli animi “Amare questo lavoro significa anche amare il periodo di  prove. Capisco che per i teatri che scritturano un intero cast o magari due è difficile sapere come e quanto velocemente ciascun cantante reagirà. Noi due siamo abbastanza reattivi e nel caso di questo Macbeth avevamo già montato l’intera opera in dieci giorni, ma c’è chi ha bisogno di più tempo, è comprensibile.”

Luca: “per quanto mi riguarda quando sono impegnato con un’opera che ho già fatto più volte non canto quasi mai alle prove. Sopratutto in questa stagione, siamo sempre un po’ preoccupati di ammalarci. Quando non mi sento a posto con la voce mi rendo conto di essere intrattabile!”

Virginia: “è vero, quando non siamo in perfetta forma questo è fonte di grande stress.”

Luca: “qui a Palermo tra l’altro abbiamo scelto la seconda versione del Macbeth, quella del ’65 con il finale del ’47, mantenendo così l’aria che io trovo necessaria per la definizione del personaggio. Recentemente questa stessa edizione ibrida  l’ho cantata al Liceu di Barcellona. Certo questo moltiplica l’impegno, tanto che fra una recita e l’altra ho bisogno di almeno due giorni di riposo.

Sui progetti futuri fa capolino la difficoltà di vivere una vita di coppia tra valigie e aerei in partenza per località e continenti diversi.

Virginia : “è il mio debutto nel ruolo di Lady Macbeth, questo personaggio che è il vero motore di tutta l’opera. Sono felice che avvenga qui a Palermo dove ho già cantato nel Ballo in Maschera un paio di stagioni fa. Luca mi ha aiutato enormemente nello studio di questo nuovo ruolo.”

Lui la  interrompe ridendo: “La mia parte la conosceva già per tutte le volte che mi ha seguito nelle produzioni di Macbeth in cui ho cantato! Ha dovuto solo concentrarsi su alcuni passaggi obiettivamente molto impegnativi. “

Virginia : “Finite le mie recite al Massimo volerò in Argentina al Colòn per Adriana Lecouvreur. È un teatro che amo profondamente non soltanto perché è il teatro dove mi sono formata, ma anche perché l’acustica è perfetta nonostante abbia una capienza di 4000 posti. Tra l’altro è sempre pieno ed ha una programmazione molto ricca.”

Luca : “Io invece sarò a Monaco per Andrea Chènier.  È sempre molto difficile rimanere separati per un lungo periodo. Se cantiamo in Europa saltiamo da un aereo all’altro quando abbiamo qualche giorno libero, ma quando siamo in due continenti diversi è impossibile. Devo confessare che io lavoro benissimo in Germania e nel caso dello Chènier, che vedrà il mio debutto nel ruolo di Gèrard, le prove inizieranno ad inizio Febbraio. Sarà una delle mie poche incursioni fuori dal mio repertorio prediletto, ma è un progetto importante con Jonas Kaufmann, Anja Harteros e il Maestro Omer Meir Wellber  sul podio. Non so ancora nulla della messa in scena che sarà curata da Philipp Stölzl…….speriamo bene.  E poi a maggio sarò di nuovo Rigoletto ad Amsterdam con la regia di Damiano Michieletto. Non posso ancora rivelare nulla ma ne ho già parlato a lungo con lui. Ad Ottobre invece sarò di nuovo in scena con Virginia.”

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Virginia Tola , Tosca al Teatro dell’Opera di Roma

Virginia: “Sì, riprenderò Tosca  al Teatro dell’Opera di Roma. Ho già cantato in quella produzione che ha il pregio di aver ricostruito la prima Tosca che debuttò proprio al Costanzi nel 1900, presente Puccini. E Luca sarà  Scarpia per la prima volta.”

Altra risata franca di Luca Salsi “Così finalmente Virginia mi ammazza!”

Non mi stancherei mai di ascoltare l’eccellente baritono verdiano che tanto ha studiato e capito il senso della parola scenica, dall’ampia cavata e dagli accenti scolpiti, e il soprano elegante e dal fraseggio espressivo. È innegabile che formino una splendida coppia, professionalmente sono ineccepibili, ma ciò che colpisce è la semplicità con la quale si raccontano. In bocca al lupo Macbeth e Lady Macbeth !

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Conversando con…… JESSICA NUCCIO

by Caterina De Simone

 

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Il caffé Gambrinus nel cuore di Napoli è il luogo ideale per incontrare Jessica Nuccio che fra pochi giorni debutterà nel ruolo di Micaela nella nuova produzione di Carmen al Teatro San Carlo . Caffé e un piccolo cannolo a ribadire le affinità tra Palermo e Napoli, la giovane soprano dispiega tutta la sua “palermitanitudine” nel senso migliore del termine. E’ infatti una giovane donna che racchiude in sé le migliori qualità della gente del capoluogo siciliano con la sua solarità e schiettezza , ma anche con la dedizione al lavoro e l’attaccamento alla famiglia.  Donna completa in entrambe le dimensioni , professionale e privata si è affacciata alla ribalta del piccolo mondo della lirica dopo aver vinto il concorso Marcello Giordani,  iniziando così una carriera che le ha già dato molte soddisfazioni e che molto altro le offrirà nei prossimi anni.

Com’é questa Micaela che stai provando in questi giorni? Spesso è un personaggio dimenticato dai registi che si concentrano invece sulle dinamiche Carmen – Don José

Mi piace credere che Micaela , almeno la mia Micaela qui a Napoli, non sia affatto una stupida. Io non la vedo  come la solita ragazzina ingenua e con la testa fra le nuvole,   è un vero personaggio con un suo spessore psicologico. E’ una giovane donna che sa cosa vuole, di solidi principi e che lotta per avere Don José , ma che finisce per soccombere al ciclone Carmen.

Si dice spesso che questo ruolo sia facile da debuttare proprio perchè “tanto tutti guardano e ascoltano solo Carmen….”

Non sono assolutamente d’accordo. La parte essenzialmente è breve: un duetto e un’aria. Ma è una scrittura molto impegnativa! Attraverso  solo queste due scene si può mostrare il proprio valore, quindi ci vogliono nervi saldi e una tecnica impeccabile, altrimenti si rischia di andare a fondo.

Come sarà questa nuova produzione di Carmen al San Carlo?

Non vorrei anticipare molto… il regista Finzi Pasca ha un po’ sgombrato l’opera dai troppi effetti da cartolina. Il palcoscenico sarà sgombro, pochissimi elementi in scena è con un gioco di luminarie e luci particolari che si adatteranno ad ogni momento dell’azione . Resta comunque il fatto che la vicenda si svolge in Spagna, quindi il libretto è rispettato. Non abbiamo però ancora cominciato le prove in palcoscenico, quindi non posso dire di più. Abbiamo ogni giorno prove di regia , e l’orchestra è già al lavoro di suo.

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Com’è lavorare col maestro Metha?

Non è la prima volta che ho il privilegio di lavorarci insieme, ma ribadisco che è un piacere essere diretta da lui. L’estate prossima tornerò a Macerata per l‘Otello, un ennesimo debutto con Desdemona , ma posso dire di sentire la parte già un po’ mia perchè è stato proprio  il Maestro Metha a darmi preziosi suggerimenti quando ho cantato con lui a Valencia l’anno passato.

Dall’estate scorsa la tua carriera ha avuto un’impennata

E’ vero. Dalla  mia prima Gilda  nel Rigoletto allo Sferisterio di  Macerata ho inanellato una serie di debutti che continueranno per quasi tutto il 2016. Subito dopo Macerata ho cantato a Parma la mia prima Medora nel Corsaro , adesso affronto Micaela e contemporaneamente studio per la Lucia che canterò in Oman. Poi esordirò alla Scala nella Cena delle Beffe , e sarà una doppia prima volta, nel teatro e nel ruolo. E poi ancora Musetta a Liegi, Desdemona a Macerata e Oscar nel Ballo in Maschera a Roma. Saranno otto debutti in poco più di un anno!

Come riesci a tenere tutto sotto controllo, studio, prove , famiglia?

Quello che faccio mi piace molto, e poi credo si tratti solo di organizzarsi al meglio. Attualmente tra una prova e l’altra per Carmen studio a giorni alterni la parte di Micaela e di Lucia. Una delle prime cose che faccio in qualsiasi città in cui mi trovi  per lavoro è trovare un accompagnatore con cui possa preparare il ruolo . E poi…..conciliare la carriera e la vita familiare è dura, ma posso contare sull’appoggio incondizionato dei miei genitori che mi aiutano sopratutto con mio figlio che ha solo due anni e mezzo. Credo fermamente che sia importante la qualità del tempo che si dedica alla propria famiglia, non la quantità. Mio figlio non sembra soffrire i miei ritmi, nè confonde il ruolo dei nonni con quello dei genitori.

Da donna del sud come ti trovi a vivere nel profondo nord ?

Io e Simone ( Piazzola, baritono veronese compagno di Jessica e padre del suo bambino) viviamo a Verona e devo dire che mi trovo benissimo, tra l’altro i miei genitori sono spesso con noi , quindi ho quasi sempre un pezzo di Sicilia con me. Adesso vorrei tornare a cantare al Teatro Massimo di Palermo. Sono tre anni che manco da quel palcoscenico  e spero di realizzare questo mio desiderio al più presto. Da ultimo mi sento di dover comunque ringraziare il mio agente Alessandro Ariosi che mi sta aiutando molto a tracciare un sentiero ben definito nella mia carriera.

Rieccola la “sicilianitudine” fatta di gratitudine e di rapporti umani sinceri, emerge sempre nel calore con il quale Jessica Nuccio parla di sé e della sua vita, del divismo di certi colleghi, spesso fuori posto.

Un aggettivo per definirti prima di lasciarci

Non ho dubbi: “serena” ! Sono una donna serena ed è per me la migliore condizione per potermi impegnare sia nella vita professionale che in quella privata. Però se riuscissi a perdere quegli ultimi chili che ho ancora addosso dalla gravidanza lo sarei al 100%.

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MARKUS WERBA tra Papageno e Beckmesser

by Caterina De Simone

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Incontro con LAURA GIORDANO

by Caterina De Simone

13 Giordanoph. Franco Lannino

Laura Giordano non è più una promessa nè una speranza , ma una concreta realtà della lirica. Seria e scrupolosa professionista, affronta per la prima volta il ruolo di Pamina nel Flauto Magico riproposto al Teatro Massimo di Palermo nell’allestimento del 2001, per la regia di Roberto Andò , con le scene di Gianni Carluccio e i costumi di Nanà Cecchi. In una Palermo calda, tra una prova all’italiana ed una di regia, fresca e deliziosa nell’abitino estivo corredato da golf “salvavita” contro spifferi e correnti da palcoscenico, si avvicina rutilante e sorridente tra una prova e l’altra.

Com’è ritornare a Palermo a pochi mesi dal successo di “Le Toréador” , la rarità di Adam presentata in coppia con “Cavalleria Rusticana” lo scorso Aprile?

Canto sempre molto volentieri nella mia città, ma certo ogni volta è una grande responsabilità perchè sento di dover superare una prova . In un certo qual modo qui sono  sotto esame più che in altri luoghi. In questo caso sento meno la pressione in quanto il peso vocale dell’opera è diviso fra soprano e tenore. Essendo Paolo Fanale , il mio Tamino , palermitano anche lui l’attenzione non è tutta concentrata su di me. Tra l’altro per lui si tratta del debutto qui al Teatro Massimo.

Di certo questo teatro ha sempre avuto un ruolo importante nella tua vita personale e familiare.

E’ vero, papà infatti lavora in teatro (è direttore di sala n.d.r.) e si può dire che fin da bambina io abbia praticamente vissuto qui dentro. Di solito andavo alle prove, ma mai alle recite. Francamente non mi immaginavo cantante lirica!

Cosa ti ha fatto cambiare idea allora?

Si può dire che abbia avuto una vera e propria folgorazione! Mia madre mi aveva regalato un CD di Traviata con Renata Scotto e José Carreras e da quel momento cominciai ad ascoltarlo sempre, a leggere tutto sulla storia, sul romanzo……avevo deciso cosa volevo fare da grande! Ma non avevo mai studiato musica, meno che mai canto. Mi ricordo che mio padre mi fece fare una sorta di mini audizione dal direttore del coro del teatro , il Maestro Fogliazza, per cercare di capire se avevo delle potenzialità. Dai sedici anni in poi mi trovai catapultata a studiare canto!

Parliamo della tua Pamina, come ti sei preparata a questo debutto?

Ho studiato intensamente la parte per un mese prima di iniziare le prove, e devo dire che la difficoltà maggiore è stata per me la lingua. Non parlo tedesco e trattandosi di un Singspiel non volevo limitarmi ad imitare il suono nei dialoghi parlati. Per calarmi nel personaggio e modulare l’interpretazione ho bisogno di capire esattamente le parole che dico e che canto. Non mi basta aver solo un’idea di massima. Quindi mentre studiavo il canto  sono andata a lezione di tedesco da un’insegnante di madrelingua. Mozart tra l’altro esige una linea di canto purissima che poggia su  una tecnica ferrea. Sono necessari fiati lunghissimi lavorando sempre di cesello.

Che idea ti sei fatta delle scelte registiche di Roberto Andò? Mi pare che abbia privilegiato l’aspetto favolistico rispetto ai motivi massoni ed  esoterici . Dopo tutto sia Mozart che Schikaneder erano massoni.

Personalmente mi piace molto la simbologia fiabesca di questo Flauto Magico così come è visto da Roberto Andò , tra l’altro credo sia molto fedele alle volontà di Compositore e librettista. Ritengo che il Flauto Magico non abbia nè tempo nè luogo. Si può dire che il suo sia un non-tempo e che il suo luogo sia l’anima.

image1ph. Rosellina Garbo

Sei soddisfatta del repertorio che stai affrontando , o ti pare sia più sia legato essenzialmente al tuo personale strumento?

In questo credo di essere privilegiata. Mi trovo infatti a cantare ciò che più mi piace e che al tempo stesso è il più adatto alla mia voce. Conosco molti colleghi che magari preferirebbero fare altri ruoli , ma che devono rinunciarvi a causa della loro voce naturale.

C’è un repertorio al quale vorresti aprirti e che non hai ancora affrontato?

In effetti mi piace molto il repertorio francese, ma in Italia, a parte il solito Roméo et Juliette si fa poco. In Francia i teatri esigono cantanti madrelingua, quindi per il momento resta un sogno.

Un ruolo che vorresti cantare ma che difficilmente farai quale potrebbe essere?

Sicuramente la Leonora del Trovatore , ma ovviamente non la canterò mai. Andrei contro natura, ed essendo io una persona con i piedi ben piantati a terra ritengo di aver imparato già a fare le scelte più consone per me e per la mia vocalità.

Dopo questo Flauto Magico cosa ti aspetta?

A metà Novembre sarò a Berlino per la Betly di Donizetti alla Konzerthaus di Berlin  e poi farò una serie di concerti in Cina . Subito dopo la prima del Flauto Magico riprenderò a studiare per questo nuovo debutto. Già il 1° Novembre comincio le prove ed è per me impensabile arrivare in teatro impreparata.

Di solito come affronti un nuovo ruolo?

Ho la mia pianista di fiducia che mi accompagna e con la quale studio.

Ci sono dei direttori e colleghi  con i quali vorresti lavorare ?

Vorrei ritornare a lavorare con Riccardo Muti. E’ il direttore che più mi ha formata come artista e come cantante. Dopo cinque anni sono in crisi di astinenza! E poi vorrei collaborare ancora con Antonio Pappano con cui ho fatto Oscar nel Ballo in maschera , mi ha molto colpita. Per finire i due colleghi  con i quali   condividerei il palcoscenico  molto volentieri  sono Anna Netrebko , che io amo molto, e Piotr Beczala, entrambi artisti estremamente generosi . Chissà…..

La pausa è finita. Laura Giordano si allontana, soave e spigliata si ferma a chiacchierare con il primo corno dell’orchestra e poi con il direttore del cast  che assiste alle prove. Si muove leggera fra gli ingranaggi pachidermici dei teatri di oggi, attenta e volitiva. Un’ultima battuta finale :” Se rinascessi forsei vorrei essere tenore” . Alle mie rimostranze: “Conosci l’espressione testa di tenore ?” Laura Giordano ride di gusto e , prima di tornare in palcoscenico, conclude: “Ah sì è vero, ma ne conosco alcuni che contraddicono quel detto!”

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FRANCESCO MICHELI, passione e concretezza al servizio dell’opera

by Caterina De Simone

 

IMG-20150821-WA0000Il Macerata Opera Festival ha da poco chiuso i battenti con un successo crescente di pubblico (il botteghino parla chiaro) e di critica, grazie alla spinta propulsiva del suo direttore artistico Francesco Micheli basata su una progettualità dinamica, innovativa e volta alla fidelizzazione del pubblico. Ma i risultati lusinghieri che ovunque sarebbero fonte di orgoglio passano in secondo piano in seguito all’ulteriore taglio dei fondi ministeriali avvenuto nel momento in cui si sta già lavorando per la stagione successiva e dunque su somme già garantite. Nel corso della abituale conferenza di fine festival  Francesco Micheli interviene a muso duro, snocciola cifre e fatti concreti dimostrando ancora una volta di saper coniugare  accorta gestione economico-finanziaria e spiccata creatività.   Nonostante lo sfogo  è però estremamente disponibile quando si tratta di proseguire la  conversazione su temi a lui cari . Elegante nell’immacolata camicia bianca sui bermuda khaki , questo giovane uomo di raffinata cultura, diplomato alla scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” , fresco direttore artistico della Fondazione Lirica Donizetti di Bergamo, apprezzato regista d’opera e ideatore di interessanti progetti divulgativi rivolti ai piu’ giovani , ha la rara dote di parlare con franchezza di ciò che gli sta a cuore .

Lei ha avuto la grande capacità in meno di 4 anni di cambiare completamente il volto del Macerata Opera Festival e di radicarlo nel territorio.

20150809_135004In effetti quando sono arrivato a Macerata nel 2012 sembrava che il festival fosse quasi un problema per i maceratesi. L’utenza era composta per lo più da turisti o da melomani provenienti da fuori regione. Ma il centro storico della città era spopolato. Bar , ristoranti ed esercizi commerciali chiusi per ferie , come se il festival non interessasse a nessuno . Oggi  fortunatamente siamo riusciti ad invertire questa tendenza. La Notte dell’opera  che è una delle manifestazioni collaterali del MOF e che per ogni edizione si ispira ad uno dei titoli in programma , invece ha visto anno dopo anno una crescente partecipazione e un coinvolgimento totale della città e degli esercizi commerciali.

In effetti sotto la sua guida si sono sviluppate una serie di manifestazioni collaterali,  come ben diceva, che hanno dato una nuova specificità al festival.

Sin da subito ho portato avanti dei progetti divulgativi per le scuole, poi ho lanciato il Festival Off e ho trovato nuovi spazi per fare musica  al di là delle produzioni operistiche allo Sferisterio.  Purtroppo con l’ultimo taglio dei fondi dovrò necessariamente rinunciare a qualcosa, quindi in primo luogo sarà proprio l’attività di divulgazione e coinvolgimento nelle scuole a soffrirne. Inoltre per l’anno prossimo non potrò garantire la ripresa della terza opera in programma. Volendo mantenere una qualità media delle produzioni , perché comunque il teatro non è l’eccezionalita’ , ma deve essere fatica e normalità,  sarò costretto a fare dei tagli anche dolorosi.

Ogni anno c’è un filo conduttore che orienta il programma.  È la scelta delle opere da portare in scena  che conduce alla formulazione del motto o viceversa?

Un po’ tutte e due.  È un processo basato su associazioni mentali. Quest’anno abbiamo voluto legare la programmazione all’EXPO , ecco il perchè di Nutrire l’anima . Per il prossimo anno invece la parola chiave sarà  Mediterraneo , ecco spiegato perchè Otello e Norma. Tra l’altro ricorre anche il quattrocentesimo dalla morte di Shakespeare,  sarà il nostro omaggio al Bardo.

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Da quando è subentrato a Pier Luigi Pizzi alla direzione artistica del  festival a Macerata  ha messo in scena solo uno spettacolo con la sua regia:  Aida che l’anno scorso  ha riscosso un grandissimo successo. Si è vista  una Aida  quasi in versione replicante di Blade runner.

In effetti l’Egitto antico credo abbia sempre esercitato un grande fascino sull’uomo moderno e sono convinto di aver comunque fatto una regia rispettosa del libretto e delle intenzioni del compositore,  anche senza le palme finte . Ho voluto puntare la mia attenzione sulla grande capacità verdiana di descrivere i rapporti anche intimi , o comunque privati tra i vari personaggi.

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Per le prossime produzioni a Macerata come intende muoversi dal momento che i contributi statali sono sempre più risicati?

Ovviamente aumenterà il ricorso ai privati , quello che non capisco è perché i grandi industriali marchigiani che hanno capitali immersi ed una forte immagine non abbiano voglia di scommettere un solo euro su questo festival, proprio ora che la critica più blasonata ci riconosce una vera specificità.  Ad ogni modo per i prossimi due anni abbiamo già degli accordi di coproduzione con il festival spagnolo di Peralada,  con il Teatro Massimo di Palermo e con una coppia di giovani registi palermitani di grande talento.

A Palermo lei ha lavorato spesso negli ultimi anni.

Sì,  ho realizzato una regia del Barbiere di Siviglia che è tutt’ora in repertorio,  lo spettacolo Bianco, Rosso e Verdi e ho anche presentato il Piccolo Mozart che è stato  ripreso anche di recente.

Tra l’altro Bianco, Rosso e Verdi, che ha vinto il premio Abbiati nel 2009, e il Piccolo Mozart sono spettacoli educativi di grande intelligenza volti ad avvicinare il pubblico scettico e dei più giovani alla musica classica e alla nostra grande tradizione dell’opera lirica.

Infatti ho sempre pensato che l’opera non fosse una forma di spettacolo elitario ,   le mie migliori energie sono sempre e comunque tese a far sì che questa forma d’arte così normale continui a vivere, e  venga conosciuta e apprezzata in special modo dalle giovani generazioni.

 

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Conversazione bonsai con JONAS KAUFMANN

by Caterina De Simone

Si è appena conclusa la terza ed ultima recita di Carmen  al Teatro antico di Orange nell’ambito di Les Choregie d’Orange con Jonas Kaufmann assoluto trionfatore delle tre serate. Nonostante la pressione costante e continua dei media il tenore tedesco mantiene la sua affabilita’ e cordialità anche dopo lo spettacolo, anche se con la mente rivolta già a Monaco dove ha in programma una Liederabend e due recite di Manon Lescaut  che si intrecciano con le prove per una nuova produzione di Fidelio a Salisburgo. Il backstage a fine spettacolo è brulicante di comparse seminude , coristi in boxer che restituiscono i costumi alle vestiariste e artisti che entrano ed escono dalle docce indossando bermuda e camicie a scacchi per gli uomini e vestitini a fiorellini per le donne. L’atmosfera è di grande soddisfazione per una scommessa vinta comunque nonostante lo scetticismo della critica nei confronti della direzione musicale di Mikko Franck  e della regia di Louis Desire’ Jonas Kaufmann in camicia celeste, jeans e converse blu si presta pazientemente al rito delle foto con i fans , accoglie sorridente i loro complimenti e  congratulazioni , poi si ferma a chiacchierare con Diana Damrau che dalla sua casa provenzale è venuta a vedere e sentire il  Don José  del collega. Con garbo avvia poi una conversazione bonsai con Amneris Vagante .

 

Alla fine di questa sua prima produzione d’opera all’aperto che bilancio consuntivo si sente di fare?

 

Senz’altro positivo. Mi sono trovato molto bene e ho potuto variare molto la mia interpretazione.  Ogni sera è stata per me una esperienza diversa e questo mi piace molto.

 

Cosa può dire dell’acustica qui al Teatro antico di Orange? 

 

E’ un teatro bellissimo con una acustica perfetta. Certo ho dovuto adattarmi alle diverse condizioni meteorologiche. Il vento è stata una variabile molto importante da tenere in considerazione,  ma sopratutto il tasso di umidità ha fatto sì che in ognuna delle tre recite io cantassi diversamente e questo è molto stimolante per me.

 

Riguardo alla nuova produzione di Fidelio si ricostituisce in un certo qual modo un gruppo di lavoro consolidato negli anni Zurighesi,  lavorerà ancora una volta con Claus Guth e con Franz Welser Moest.  

Infatti sono molto contento di questo e già domani sera sarò a Salisburgo per le prove.

Quindi comincerà a provare già da domani (oggi per chi legge) ? 

No,  no, sono già stato a Salisburgo nei giorni scorsi per provare tra una recita e l’altra di Carmen. 

La seconda ondata di fans in cerca di foto con il divo (che tutto è fuorché divo) interrompe la conversazione. Un saluto garbato, un sorriso smagliante  Jonas Kaufmann  non lo nega a nessuno. Anche quando, uscendo dal teatro fra la folla di fans che lo aspettano e che lo seguono fino al ristorante, festeggia con il cast di Carmen la fine della sua esperienza a Orange. Tranquillamente accomoda le sedie di plastica attorno alla lunga tavolata in modo che anche Diana Damrau possa sedersi comodamente accanto a lui. Sono le due del mattino e Don José  gode meritatamente e in tutto relax della compagnia di colleghi e amici.

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Conversando con…Maria Agresta

Agresta targhetta

Maria Agresta , soprano salernitano  con brillante carriera nei principali teatri italiani ed in forte ascesa anche all’estero, si avvia ridendo verso il suo camerino dopo una prova antegenerale lunghissima di Pagliacci a Salisburgo . Si dimostra  la beniamina di tutto il dipartimento trucco e parrucco del Festival di Pasqua di Salisburgo per la cordialità e l’allegria con le quali chiacchiera con tutti nel backstage, tra baci, abbracci e risate. Eppure ha appena finito di cantare per intero per la seconda volta nello stesso pomeriggio Pagliacci,  manifesto verista di Leoncavallo al suo debutto in  quasi cinquanta anni  di vita del festival austriaco. Paziente e affabile parla di sè, della crisi dell’opera e dei teatri italiani e dei suoi progetti futuri.

Come vede il ruolo di Nedda che affronta per la prima volta in questa produzione salisburghese ?

Nedda è per me una felicissima scoperta, il personaggio ha un’evoluzione nel corso dell’opera quindi mi piace sempre più. E’ molto più sottile di quanto non si creda perchè si tratta di una giovane donna sposata ad un uomo violento e possessivo, Canio, che la costringe a vivere una vita da girovaga con la sua troupe itinerante. Lei sogna tutta un’altra vita e lo esprime chiaramente quando dice a Silvio, l’uomo di cui è innamorata, “Sogno una vita d’amor calma e tranquilla” . E’ una donna che ama la libertà , ma fa tanta tenerezza quando nella sua aria si rivolge agli uccelli che rappresentano proprio quella libertà da lei sognata e ricorda la mamma.

Come si è accostata al ruolo e quanto tempo lo ha studiato?

Come sempre quando affronto un nuovo ruolo lo studio per parecchio tempo ma in più riprese. Anche in questo caso sono partita dallo spartito concentrandomi anche sulle interazioni con gli altri personaggi. Questo è il mio modo per entrare veramente nella musica e per affinare l’idea dello personaggio stesso. D’altronde nella musica c’è già tutto, molto più che nel libretto. Quindi per me è sempre uno studio che parte da lontano, perchè ho bisogno di un lungo periodo di maturazione inframmezzato da altri impegni di lavoro che in ogni caso sono sempre un ponte verso il nuovo ruolo che sto studiando.

Ha già in programma di riprendere il personaggio di Nedda?

Spero proprio di sì perchè lo amo molto e, nonostante la tragedia finale, mi fa anche tornare un po’ bambina.

Di questa produzione salisburghese cosa ne dice, come si è trovata con il regista  Philipp Stoelzl?

Devo dire che con Philipp Stoelzl mi sono trovata benissimo. Mi piace molto la sua idea di concepire una messa in scena coloratissima che poi sfocia in tragedia e sono molto contenta di poter debuttare in Pagliacci  sotto la sua regia. Insieme siamo riusciti a connotare diversamente Nedda. Contrariamente a quanto si vede di solito  in questa produzione il mio personaggio non è la solita ragazza superficiale e capricciosa e lo dimostra nella scena con Tonio.  Fino all’ultimo cerca di respingerlo con dolcezza e di resistere all’amore malato di lui, fino a quando però è costretta a ricorrere alla forza come estrema ratio.

Nedda spartito

Avendo affrontato il personaggio di Nedda ritiene che la sua voce sia un po’ cambiata?

Io penso di essere comunque un soprano lirico puro.  D’altronde spesso sono gli altri che tendono ad etichettarmi in un modo piuttosto che in un altro. Ma quando accetto un nuovo ruolo è perchè sono convinta di poterlo fare.

Eppure lei ha iniziato come mezzo soprano. Come è avvenuto il passaggio da mezzo a soprano?

La svolta è avvcenuta al Concorso del Teatro Lirico di Spoleto dove ho incontrato la Signora Kabaivanska e il Maestro Bruson che mi hanno convinto al cambio di registro. Sono molto grata ad entrambi perchè mi hanno aperto un mondo e li porto veramente nel cuore.

Non si può non parlare della crisi dei teatri d’opera in Italia. Quale idea si è fatta in merito?

Personalmente mi fa rabbia pensare che l’ eredità culturale immensa di Verdi, Puccini, Bellini, Rossini venga sprecata. L’Italia potrebbe vivere di cultura, ma sembra che a nessuno interessi promuovere e difendere una così grande ricchezza. Sento sempre dire che l’opera è morta, ma i teatri sono  pieni tanto che spesso mi si chiede di aggiungere una recita in più.

Volendo convincere uno spettatore potenziale ma scettico che non è mai entrato in un teatro , cosa gli direbbe?

Intanto lo esorterei a venire in teatro durante le prove per vedere esattamente come si lavora per montare uno spettacolo e quanto impegno c’è dietro. Sopratutto bisognerebbe portare i ragazzi ed abituarli fin da piccoli in modo da sfatare il mito che l’opera è per vecchi.

Cosa ne pensa dei nuovi mezzi di diffusione quali le trasmissioni al cinema o lo streaming degli spettacoli d’opera?

Sono assolutamente favorevole, anche perchè penso che pure i teatri più piccoli dovrebbero orientarsi verso scelte di questo tipo. Mi è capitato di parlare con spettatori entusiasti che mi hanno confessato di aver provato emozioni fortissime anche senza essere mai entrati in un teatro. E poi la televisione che è il mezzo di comunicazione prevalente dovrebbe fare uno sforzo e recuperare la sua funzione educativa dando più spazio alla cultura e quindi alla musica che è parte integrante di questa  nostra cultura.

Parliamo un po’ dei suoi impegni futuri

A maggio ritorno alla Scala per Turandot dove sarò Liù . Poi in giugno canterò per la prima volta al Teatro Massimo di Palermo nel Requiem di Verdi e  dove tornerò anche per Boheme in autunno . Nel 2016 sarò al Festival estivo di Salisburgo con il Faust ed è un progetto a cui tengo molto e poi debutterò anche al Met  nella produzione storica di Boheme.

Maria Agresta finisce così , con un sorriso mentre le luci si spengono anche nei corridoi della Grosses Festspielhaus di Salisburgo. Andiamo via insieme continuando a conversare amabilmente. Non è un caso che anche qui Maria Agresta sia così benvoluta.

 

Agresta

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conversando con Anita Rachvelishvili. Carmen, Amneris e le altre……

by Caterina De Simone

Anita Rachvelishvili è a Salisburgo in occasione del suo debutto al Festival di Pasqua della cittadina austriaca nel quale canterà il Requiem di Verdi. Sin dalle prime battute si dimostra solare e spontanea , ma allo stesso tempo volitiva e professionale.

Con grande disponibilità  parla dei suoi ruoli totem e dei suoi prossimi appuntamenti professionali, ribadendo il suo grande amore per l’Italia e per i fans italiani che la adorano e confessando la sua passione per i social network con i quali si diverte.

Anita mezzo busto

Per iniziare la nostra conversazione vorrei che mi togliesse una curiosità, il suffisso “shvili” che si trova spesso nei cognomi georgiani cosa significa?

Vuol dire figlio o figlia ed è molto comune, un po’ come “sson” nei cognomi svedesi.

Lei esordisce al Festival di Pasqua con il Requiem di Verdi , quali sono le sue sensazioni riguardo a questo debutto?

Sono molto felice di essere qui a Salisburgo perchè ho al mio fianco dei colleghi meravigliosi con cui ho già lavorato e con i quali mi sono sempre trovata benissimo, Jonas Kaufmann e Ildar Abdrazakov. Il Maestro Thielemann, con il quale invece non avevo ancora lavorato, sembra molto contento quindi  sono molto ottimista per questo debutto.

Quali sono secondo lei le maggiori difficoltà per il mezzo-soprano in una composizione così complessa come il requiem di Verdi?

Innanzitutto il mezzo-soprano ha la parte più lunga fra i quattro solisti, ci sono molti a cappella e la partitura richiede molti colori, quindi è una parte molto impegnativa che io , però, amo profondamente. Forse sono presuntuosa, ma devo dire che proprio perchè la amo molto a me non sembra molto difficile e la canto sempre volentieri.

Indubbiamente lei ha tutti i colori richiesti

Penso di sì, continuando a studiare ho imparato a fare questi colori ed ora credo di riuscire a farli con facilità.

Ovviamente è impossibile non parlare di Carmen, il ruolo che l’ha lanciata nel 2009 quando esordì alla Scala e che ha cantato in tutti i principali teatri del mondo

Infatti Carmen è una parte importante della mia carriera, è un ruolo che amo profondamente e dal 2009 ad oggi ho già fatto quasi 200 repliche. In occasione dell’EXPO tornerò a cantare nella stessa produzione di Emma Dante e non vedo l’ora di ritornare a Milano .

Proviamo a fare un confronto tra tre differenti produzioni di Carmen a cui lei ha partecipato: quella scaligera, quella del Met di Richard Eyre e quella di Londra di Francesca Zambello. Quale sono state le sue sensazioni rispetto a ciascuna delle tre?

Devo dire che gli unici problemi che ho avuto facendo Carmen in così tante produzioni li ho avuti quando non c’era la danza, il combattimento e il vero fuoco che per me sono imprescindibili. Le due produzioni , quella del Met e quella di Londra, sono piuttosto classiche e il libretto è stato seguito fedelmente, quindi quegli elementi per me fondamentali ci sono. Del resto anche in produzioni più moderne come quella di Calixto Bieito a Torino mi sono trovata bene.

In ogni caso l’avvicinamento al personaggio cambia di sicuro rispetto ad ogni diverso allestimento

In generale per me la linea interpretativa deve essere fedele a Mérimée, quindi Carmen è una donna focosa, senza freni e capricciosa. Emma Dante ha aggiunto una ineluttabile fatalità, Richard Eyre ha approfondito l’introspezione psicologica mentre Francesca Zambello ne ha fatto una donna ancora più forte

A proposito del solito problema della versione prescelta, dialoghi e canto, oppure recitativi e canto, qual è la sua idea in materia?

Personalmente io preferisco sempre i dialoghi parlati anche perchè nella partitura di Bizet non ci sono i recitativi.  Un esempio per tutti la séguedille: non ha molto senso fare un recitativo prima, così come è assurdo farlo seguire alla Chanson bohéme

Veniamo adesso ad Amneris che è un ruolo molto presente attualmente nella sua carriera. Come trova questo personaggio, probabilmente uno dei più complessi nella storia del melodramma?

Io non lo vedo come un personaggio negativo, è una donna molto affascinante e potente , ma è sopratutto una donna innamorata di un uomo che non potrà mai avere. Tutto sommato mi fa anche un po’ pena perchè alla fine non riesce a salvare l’uomo di cui è innamorata e non è neanche cattiva come spesso viene considerata. Se lo fosse farebbe uccidere Aida. Certo la tratta male perchè capisce che è lei la sua rivale in amore, ma sente anche una certa empatia per la sua schiava etiope proprio perchè pensa a lei come a una donna strappata dalle sue radici.

Recentemente lei ha impersonato Amneris alla Scala con la direzione del Maestro Mehta e con la regia di Peter Stein. La produzione non è stata accolta benissimo ma lei è stata la vera trionfatrice . Sopratutto l’allusione al suicidio di Amneris nel finale ha fatto molto discutere. Qual è la sua idea in merito?

Io cerco sempre di accontentare i registi perchè capisco che hanno un loro modo di intendere lo spettacolo. Ma personalmente io non credo che un suicidio di Amneris avrebbe molto senso. Si tratta di una donna molto forte e determinata, inoltre non sa che Aida si trova insieme a Radames , quindi io non ero molto d’accordo con questa visione registica. Ma Stein aveva una sua idea precisa quindi ho cercato di conformarmi a questa sua idea. La mia scena poi è stata curata nei minimi particolari e credo di essere riuscita a trasmettere tutte le emozioni, l’amore e la disperazione necessari.

In contemporanea con l’ Aida della Scala a Roma, dove lei interpreterà fra breve sempre  Amneris  ma al teatro Costanzi, si è tenuto un galà con Aida in forma di concerto a Santa Cecilia , sotto la direzione del Maestro Antonio Pappano. Se le avessero proposto di partecipare , fra Milano e Roma cosa avrebbe scelto?

Lavorare con il Maestro Pappano è il mio sogno e spero che un giorno questo sogno si avveri, ma in quella circostanza non sarei riuscita a scegliere. Io credo di essere un po’ pazza e allora avrei fatto Amneris a Milano e poi il giorno dopo a Roma o viceversa. Ma non avrei mai potuto scegliere fra Mehta e Pappano.

Un altro personaggio forte che lei ha interpretato nel passato anche se una sola volta è Dalila. Che ricordo ha e le piace quel ruolo anche se Samson et Dalila è un’opera poco rappresentata?

La parte di Dalila è bellissima ed è un peccato che l’opera non sia rappresentata molto. Io credo che tutta la partitura sia interessante e poi quando l’ho cantata ero ad Amsterdam con la meravigliosa orchestra del Concertgebouw e con la direzione del Maestro Carella che io reputo uno dei migliori direttori italiani. Non avrei potuto avere di meglio. L’anno prossimo riprenderò il ruolo a Parigi e poi fra due anni al Met. La parte è molto impegnativa, ma la amo così tanto che potrei cantarla anche la mattina , appena svegliaAnita 2

Parliamo un po’ della sua vita fuori dai teatri. Attualmente dove vive?

Sono quasi sempre in viaggio ma sono tornata a vivere in Georgia dove ho anche la pianista con cui studio ed i miei amici di sempre.

Quando studia un nuovo ruolo è il o la sua pianista che la segue nei suoi spostamenti oppure è lei che si sposta?

Di solito sono io che mi sposto. Come dicevo ho una pianista in Georgia, un pianista a New York con il quale faccio i concerti e poi il mio maestro di canto che vive a Roma e dal quale vado quando devo imparare una nuova parte.

Lei è molto attiva sui social network. Pensa che sia inevitabile oggi per un artista farne uso?

Credo che i social network siano un ottimo mezzo di comunicazione , ma sono contraria ad usarli per fini troppo personali. Le immagini che io metto su Instagram sono sempre legate al mio lavoro o alle città dove mi esibisco. Creano una immagine positiva e sono un modo di avvicinarsi al pubblico.

Lei sa che in Italia è amatissima e tutti vorremmo ascoltarla e vederla più spesso nei nostri teatri

Intanto torno alla Scala con Carmen e poi in ottobre nel Requiem . Poi i miei impegni futuri mi porteranno a Parigi e a Londra e forse ritornerò anche a Salisburgo.

Ci auguriamo di rivederla ancora, magari in una nuova produzione e per il momento grazie per  il tempo concesso. A presto Anita.

Anita ed io

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