Festival estivi

Conversando con… France Dariz

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Conversare con France Dariz  è come immergersi in una materia liquida, perché si entra dentro un processo di formazione e maturazione attraversando il repertorio italiano, francese e tedesco. La voce ampia e gli acuti “facili” sono le sue credenziali di accesso  per una carriera agli albori che passa dal Macerata Opera Festival  2017. Da cover di Irene Thèorin, il soprano francese si è infatti ritrovata a debuttare allo Sferisterio in Turandot per un infortunio occorso alla titolare. Incontrandola tra una recita e l’altra è piacevole andare alla scoperta di una personalità solare,  dalle idee  chiare e già ben proiettata alla costruzione intelligente di un percorso professionale.

Confesso di non sapere nulla di te, della tua formazione e di come ti sei accostata allo studio del canto…

La mia è una famiglia di musicisti. Dal bisnonno al nonno fino a mio padre, tutti sono musicisti. Mia nonna materna era cantante, quindi è stato naturale per me e mio fratello studiare musica. Ho iniziato con il pianoforte e con l’arpa, anche se ho sempre cantato a casa, il canto lirico non era mai entrato nella mia prospettiva. Mio padre è jazzista, quindi guardavo più che altro alle grandi cantanti jazz. Poi, per caso, il maestro di canto della mia scuola mi ha fatto una piccola audizione ed è partito tutto da lì.  Ho lasciato lo studio di pianoforte ed arpa e mi sono dedicata completamente al canto.

Com’è stata la tua formazione specifica? Hai subito trovato la tua voce?

Il mio primo maestro con il quale mi sono diplomata era indeciso all’inizio. Ho iniziato come soprano lirico partendo dal repertorio francese con Les Pecheurs des Perles, Roméo et Juliette Manon per via della mia  facilità in acuto. Ricordo che già ai primi esercizi, partendo dal do centrale riuscivo ad arrivare al si bemolle senza grande sforzo. Per migliorare la salita all’acuto allora ho iniziato a studiare parti come Rosina la Contessa. Infine il mio maestro mi ha fatto studiare In quelle trine morbide dalla Manon Lescaut di Puccini e ho capito che ero piuttosto un soprano drammatico di agilità.

Attualmente da chi sei seguita e con chi ti consulti nell’affrontare lo studio di ruoli nuovi ?

Sei anni fa ho vinto un concorso in Francia e lì ho conosciuto la mia attuale maestra Lise Arseguet con la quale ho un rapporto di totale fiducia. È per me fonte di grande sicurezza ed i suoi insegnamenti e consigli hanno sempre funzionato. È stata un grande soprano che per motivi di salute ha dovuto abbandonare la carriera forzatamente. Ha lavorato anche con Messiaen e con lui ha inciso la versione per pianoforte e soprano de Le poéme pour Mi. È stata la prima a sentirmi mentre studiavo Turandot e da subito ha riconosciuto che la mia voce era adatta alla parte. Oggi sono in continuo contatto con lei per ogni nuova proposta e ogni volta che preparo un ruolo.

Raccontami di questa Turandot al Macerata Opera Festival che è un po’ il caso dell’estate operistica festivaliera italiana.

Intanto ci tengo a dire che non avrei mai pensato di cantare qui. È stato un doppio debutto il mio, allo Sferisterio e nel ruolo, e non avrei mai pensato di sostituire Irene Thèorin con la quale sin da subito si è instaurato un rapporto improntato ad una grande e sincera cordialità. Purtroppo per lei si è infortunata subito dopo la prima, così a due giorni dalla seconda recita ho avuto la comunicazione che avrei cantato io. Avevo seguito tutto l’iter delle prove sin dal 20 giugno, ma non avevo mai provato in palcoscenico. C’è però un elemento importante che mi ha aiutato a superare lo stress del debutto: in questa produzione Turandot è in scena sin dall’inizio quindi ho potuto respirare l’atmosfera dello spettacolo da subito e soprattutto avere contezza del rapporto buca-palco.

Molti cantanti sostengono che per un debutto in un ruolo sia più facile essere impegnati in allestimenti tradizionali piuttosto che in produzioni maggiormente innovative.

In questo caso non sono d’accordo.  Perché Ricci e Forte  hanno studiato a fondo l’opera. La forza del loro spettacolo sta nel fatto di avere offerto una lettura nella quale niente è lasciato al caso, anzi tutto è pensato nel quadro di una visione quasi psicoanalitica. Questa è una Turandot che spinge alla riflessione e si sviluppa su diversi piani di lettura. Non è per un pubblico passivo perché ti spinge a pensare al significato dell’amore,  del desiderio e quindi alla paura che queste forze innescano.

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Tu hai già esperienza di canto in spazi aperti come l’arena di Verona ed ora allo Sferisterio.  Quali sono i principali problemi dell’acustica e qual è la tua opinione in merito all’amplificazione così spesso utilizzata outdoor?

Qui a Macerata per fortuna non abbiamo necessità di amplificazione. Questo è un vero teatro anche se non è nato per ospitare l’opera lirica, quindi l’acustica è molto buona. Lo stesso muro di fondo quando cantiamo con le spalle al pubblico serve da cassa di risonanza perché proietta verso la platea la forza della voce. Quanto meno per voci grandi come la mia non pone nessun problema. Lo stesso succede ad Orange il cui teatro antico ha anch’esso un’ottima acustica. Allo Sferisterio inoltre riusciamo a sentire bene l’orchestra, cosa che invece è un problema a Verona dove l’amplificazione impoverisce le voci. Sono convinta che la lirica non sia fatta per i microfoni che appiattiscono la resa musicale e vocale.

Torniamo alle tue scelte di repertorio in una prospettiva futura. Quali sono il tuo orientamento e il tuo criterio di scelta?

Finora devo dire che Verdi e Puccini mi hanno dato le maggiori soddisfazioni. Spero di riprendere Aida e di debuttare come Abigaille, per la quale mi sento pronta, al più presto. In Verdi soprattutto ci sono ruoli formidabili per soprano drammatico e che mi affascinano. Penso ad Odabella e Lady Macbeth. Sono anche molto attratta dal Verismo e ho già un progetto per  Chènier in un teatro italiano. Fare Maddalena di Coigny è infatti uno dei miei sogni. Già da qualche anno inoltre sto studiando le bionde, come dicono in Germania,  di Wagner, quindi Elizabeth,  Elsa , Sieglinde e Senta. Tutte le esperienze  precedenti nel repertorio francese e italiano mi servono così per affrontare meglio anche  quello tedesco. Se Verdi e Puccini colpiscono al cuore,  Wagner invece entra nella mente e ti soggioga. Spero arrivi presto il mio debutto in uno di quei grandi ruoli, sempre tenendo bene a mente che non si può cantare solo Wagner perché si rischia di perdere l’elasticità.

Quanto a Strauss qual è  la tua attitudine?

Per questo genere di repertorio ho il massimo rispetto, ma lo considero un universo a se stante. Per il momento è molto lontano da me, non credo lo affronterò  prima di diversi anni. Dovessi cantare Elektra adesso….non so cosa potrei fare dopo!

Nella costruzione della tua carriera hai dei modelli di riferimento e con chi ti piacerebbe cantare oggi?

Indubbiamente se penso a Wagner un modello inarrivabile è Birgit Nilsson, mentre oggi guardo ad Irene Thèorin, sopratutto dopo aver condiviso con lei quattro settimane di prove per Turandot. Fra i tenori la mia ammirazione va a Franco Corelli per la sua vocalità simile ad un torrente in piena.  Attualmente il mio tenore di riferimento è Jonas Kaufmann  in quanto riesce a passare da un repertorio all’altro senza mai forzare, usando sempre la sua voce. Lo ammiro per la sua grande intelligenza di interprete e anche per essere riuscito con grande abilità a non farsi “incasellare” in un determinato genere come succede abitualmente nel nostro mondo. Nel mio piccolo pure io non vorrei mai dover circoscrivere la carriera fra un esiguo numero di ruoli.

Veniamo a qualcosa di più personale.  Hai una routine particolare oppure un’alimentazione specifica a seconda che tu abbia uno spettacolo  o meno?

Non credo si possa definire una vera e propria routine. Certo è che di solito arrivo in teatro due o tre ore prima dell’inizio. Nel pomeriggio comincio a riscaldare la voce, poi  se, come a Macerata, la recita comincia alle 21,00, alle 18 mangio qualcosa che mi dia la giusta energia. In generale cerco di stare molto attenta all’alimentazione, perché noi cantanti lirici abbiamo spesso problemi di reflusso gastroesofageo.

Questa sera hai l’ultima recita di Turandot. Cosa farai adesso?

Ritorno a casa ad Avignone, da mio marito che è il punto fermo della mia vita. Lui non è nè cantante nè musicista, quindi mi tiene  con i piedi ben piantati a terra. Siamo insieme da molti anni e lui è la parte saggia della coppia. Insieme ce ne andremo a Bayreuth per  una vacanza e nell’occasione mi godrò  il Festival.

France Dariz chiacchiera ancora in libertà e poi si allontana ridendo, forse già proiettata verso la sua vacanza tedesca. In bocca al lupo, toi toi toi!

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Con onor muore chi non può serbar vita con onore

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“Caro nostro e grande Maestro,

la farfallina volerà:

ha l’ali sparse di polvere,

con qualche goccia qua e là,

gocce di sangue,

gocce di pianto…

Vola, vola farfallina,

a cui piangeva tanto il cuore;

e hai fatto piangere il tuo cantore…

Canta, canta farfallina,

con la tua voce piccolina,

col tuo stridere di sogno,

soave come l’ombra,

dolce come una tomba,

all’ombra dei bambù

a Nagasaki ed a Cefù”

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All’indomani del fiasco scaligero preordinato di Madama Butterfly, nel Febbraio del 1904 Giovanni Pascoli scriveva così a Giacomo Puccini, il quale rispondeva molto più prosaicamente:

“Caro grande poeta, con tanta gioia ho letto la sua fine cartolina e ne la ringrazio. Anch’io ho così fede (sia pur tenue) nel volo di Cio Cio  San!”

Nel rapporto di amicizia e di collaborazione mai nati fra i due, c’è racchiusa la duplice essenza di Butterfly: tenue farfalla che ispira un bene piccolino nell’immaginario della fanciulla abbacinata dal sogno americano e innamorata dell’amore, aspetto privilegiato nelle parole di Pascoli,  e donna cresciuta troppo in fretta nella concreta replica del compositore che utilizza il nome del personaggio.

Statisticamente quanti di noi si riferiscono alla sposa “per finta”, ingannata, ingravidata e abbandonata, definendola con il suo nome invece che con il nomignolo del titolo? Pochi pochissimi, perché è  il milieu finto decadente che colpisce lo spettatore. L’orientalismo di maniera che serpeggia a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo breve cattura l’attenzione in superficie, salvo nascondere sotto il pelo dell’acqua la nascita, lo sviluppo e l’annientamento di un’illusione che si dissolve nella cruda esperienza della vita.

Quale realtà è più illusoria, finta, costruita a tavolino, di quella cinematografica? Il personaggio Madama Butterfly secondo Nicola Berloffa, regista della coproduzione fra il Teatro Massimo di Palermo  e il Macerata Opera Festival, è fondamentalmente Cio  Cio San, che dai quindici ai diciotto anni si ritrova schiacciata dal suo stesso stridere di sogno di pascoliana memoria.

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Tra cinema di quart’ordine dal doppio uso di case  di piacere, e postriboli  che accolgono orde di soldati americani pronti a pagare allo stesso modo alcool e donne, c’è un’oasi di speranza nella quale la ex-tenua farfalla si muove. Dolore è un bimbo biondo, protetto quasi con ferocia da una madre risoluta acché la sua sia un’infanzia lontana dal sogno americano spezzato. Piedini che penzolano e si muovono ritmicamente mentre  siede su di una sedia troppo alta per lui, l’infantile gioia nello spargere i petali dei fiori durante il duetto Butterfly-Suzuki, il tradizionale sventolamento di bandierine americane (dopo essere stato bendato) che precede il crudo finale dell’opera, il fanciullo dagli occhi azzurrini è il prolungamento dell’illusoria corsa verso l’America salvifica della madre.

L’Arena Sferisterio  meglio si presta dello spazio chiuso del Teatro Massimo, le incongruenze della messa in scena risultano infatti più sfumate. Il maxi schermo del cinema sul quale la stessa protagonista proietta le immagini di Bette Davis in Perdutamente tua e spezzoni dai film acquatici con Esther Williams,  ha una sua migliore pertinenza perché inquadrato in un contesto più  ampio e nel quale i particolari assumono un altro aspetto.

Maria José Siri è molto più a suo agio nel doloroso e progressivo processo di disilluso autoannientamento, piuttosto che nella finta gioiosità  del primo atto. Ed è l’unica vera luce nella resa vocale dello spettacolo. Taciamo di Pinkerton che difficilmente si riesce a digerire nella spietata bassezza conferitagli dall’autore e del quale ci domandiamo qui come abbia potuto irretirne  la fanciulla di Nagasaki, taciamo di Sharpless che, da paterno e compassionevole qui abbiamo sentito verista, taciamo dello sforzo imposto all’orchestra da Massimo Zanetti di asciugare e rendere scabre le sonorità pucciniana.

Ammiriamo però incondizionatamente l’Intermezzo sinfonico che ci conduce verso la fine. La tenue farfalla nonostante tutto sa di correre verso il baratro, e  lo fa rifugiandosi nel mondo illusorio dei film, in un cinema malfamato.


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Otello l’extracomunitario

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Percorso affascinante ed estremamente attuale quello del Macerata Opera Festival 2016 che, attraverso il filo conduttore Mediterraneo, ha legato tre  melodrammi così differenti come Otello, Norma e Trovatore al tema della migrazione e della diversità di razza, cultura, etnia. Otello  di Verdi è stato anche scelto per celebrare i 400 anni della morte di William Shakespeare ,  aprendo e chiudendo l’offerta operistica della manifestazione marchigiana. Per Francesco Micheli, demiurgo del festival, il Moro di Venezia  è un immigrato africano, tollerato a mala pena per i suoi successi militari che scatenano l’odio razziale e il nichilismo di Jago . Paco Azorin, regista e scenografo di questa coproduzione con il Festival  Castell de Peralada, ha puntato molto sull’ atmosfera noir , quasi scapigliata del libretto di Arrigo Boito , claustrofobicamente delineata attraverso dei semplici elementi scenici a losanga che di volta in volta si componevano o separavano  in perfetto accordo con le efficaci videoproiezioni a cura di Pedro Chamizo.   Il leone di Venezia imponente e mastodontico sul palcoscenico rappresentava il potere della Repubblica marinara, incombente nel suo moltiplicarsi sulla scenografia naturale costituita dal muro di fondo dello Sferisterio. I costumi stessi di Ana Garay  ,  neri e senza tempo per Iago ed i suoi sgherri , oltre che per il coro , contribuivano a mantenere il senso di una tragedia ormai scritta sul cielo rossastro da bolgia infernale riprodotto dal datore luci, l’idra fosca scatenata dal perfido alfiere che stringeva  Otello in una morsa. Solo Desdemona era circondata da un alone di purezza nella sua veste candida che non l’abbandonava mai e ancor più sul letto di morte, innocente e pia creatura, predestinata vittima di un femminicidio ante litteram.

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Una produzione visivamente accattivante fatta di pochi elementi e di un uso intelligente dell’anomalo spazio scenico oltre che del videomapping , non può che richiedere una compagnia di canto in grado di dar vita ai personaggi non solo musicalmente ma anche scenicamente. Per Boito l’Otello è un dramma psicologico, così come per Verdi è alternanza e conflitto violento tra individualità contrapposte. I tre interpreti principali sono infatti dei simboli: Jago l’invidia, Desdemona la purezza e Otello la gelosia. Tutto ciò si delinea nello stile declamatorio e moderno del primo, nel tradizionale  belcanto della protagonista e nell’oscillare fra canto e urlo selvaggio del Moro.  Roberto Frontali , in accordo perfetto con le intenzioni della regia e con la scrittura verdiana, ha disegnato un alfiere mellifluo, Deus ex Machina dell’intera vicenda e quasi sempre in scena. Malignamente sottile nel brindisi del primo atto, palesava tutta la sua indifferenza per ogni valore morale nel recitativo e nel Credo seguente, fino a farsi genio del male assoluto nel colloquio con il Cassio  luminoso e incisivo di Davide Giusti . Un Otello monolitico ed inespressivo come Stuart  Neill non poteva risultare che perdente al confronto. Poco mobile, passivamente subiva la vastità del palcoscenico atipico dello Sferisterio.  Nè  guerriero nè amante appassionato,  nè uomo lacerato dalla gelosia nè  vile femminicida, infilava una nota dopo l’altra,  incapace di quella fugace estasi sensuale in Già nella notte densa e dello strazio del prolungato monologo Dio mi potevi scagliare . Unico segno evidente della sua disperazione afferrare Desdemona per i capelli nel drammatico confronto con la sua sposa durante il concertato del terzo atto. Persino l’uxoricidio finale era compiuto dagli sgherri di Jago mentre Otello si limitava a finire l’ innocente per di più  pasticciando col testo per tutto il quarto atto.

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 Jessica Nuccio scatenava invece l’entusiasmo del pubblico con la sua linea melodica elegante ed ininterrotta, nonostante la fatica di un primo duetto quasi interamente sulle sue spalle. La sua era una Desdemona costretta a maturare in fretta, dall’ estasi delle effimere gioie coniugali agli intrighi di Jago e all’abisso che si spalancava ai suoi piedi. Incredula e straniata durante l’accusa del terzo atto, aveva accenti di grande lirismo poetico nella sua grande scena del quarto atto. Sola in palcoscenico, eterea nella sua veste bianca ,  evocava poeticamente il racconto della madre nella Canzone del salice chiudendo con un commiato toccante ad Emilia , l’ottima Tamta  Tarieli, sul suggestivo sfondo di un salice proiettato sulla parete rettostante.  Di grande fascino l’Ave Maria  che precede l’uxoricidio,  nella quale il soprano interpretava quasi in trance l’addio alla vita. La voce  sempre ben proiettata, avvincente con il suo timbro fresco ed elegante , serviva a dovere un esordio nel ruolo di assoluto valore. Riccardo Frizza  governava poi con attenzione l’Orchestra Filarmonica Marchigiana sostenendo cantanti e coro e puntando sulle sezioni di maggiore valore quali gli strumentini e i violoncelli vista la debolezza degli ottoni. Nel complesso una lettura convenzionale quella del direttore, funzionale e tesa comunque a mantenere un  equilibrato rapporto fra buca e palcoscenico. Se solo non fosse così difficile trovare un Otello all’altezza di tale capolavoro!

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Nuit d’été a Macerata

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Serata autunnale più che estiva, inutile scrutare il cielo gonfio di pioggia alla ricerca di stelle cadenti, ma serata ideale per un recital suggestivo in un milieu affascinante come il piccolo teatro Lauro Rossi di Macerata. La variegata offerta musicale del Macerata Opera Festival comprendeva  anche un ciclo di concerti ospitati nel  teatrino del Bibiena, tra i quali spiccava, per qualità del programma e degli interpreti, quello di Veronica Simeoni accompagnata al piano da  Michele D’Elia.

La prima parte della serata ha offerto il ciclo berlioziano Les Nuits d’été, corpus di sei melodie che il compositore scrisse nel 1841 su poesie dell’amico Théophile Gautier, ritrovandosi nelle atmosfere romantiche e notturne presenti ne La corneale de la mort, raccolta  di 57 liriche pubblicata dal poeta francese tre anni prima. Cosa orientò Berlioz  nella scelta dei testi é difficile dirlo in mancanza di dichiarazioni o testimonianze precise. Si pensa alla fine del suo matrimonio e alla nascita di un nuovo amore. Quale che sia stata  l’ispirazione , questa raccolta  presenta  una unità e una coerenza che la accomunano ai grandi cicli liederistici schubertiani, dunque costituisce una sfida per ogni interprete che le si  voglia accostare. Veronica Simeoni ha mostrato tutta la freschezza di una voce sana, forte di una tecnica immacolata, passando con estrema grazia dalla semplice joie de vivre della canzone iniziale Villanelle alla sensualità nascosta de Le Spectre de la Rose, per poi immergersi completamente nelle atmosfere crepuscolari di Sur les lagune sfoderando al contempo  una invidiabile omogeneità di emissione sia nella salita all’acuto che nella ricaduta nel grave. In Absence il mezzosoprano romano ha poi cesellato tutta  la desolazione per la mancanza della persona amata, trascolorando in Au cimetière per poi ritornare, quasi in un’atmosfera irreale, alla leggerezza de L’île inconnue. Il pubblico ipnotizzato ha così  seguito fino all’ultima nota, quasi in apnea, il canto morbido e agevolmente piegato al contesto intimistico, quasi meditativo  in connubio perfetto con l’accompagnamento di Michele D’Elia.

La seconda parte ha invece offerto i contrasti forti del repertorio operistico francese con una D’amour l’ardente flamme da La Damnation de Faust  amara e suggestiva nella trascrizione per pianoforte. Chiusura in bellezza infine con Mon coeur s’ouvre à ta voix da Samson et Dalila  e con una rutilante ed insinuante al tempo stesso Carmen nella Séguedille. Il piccolo palcoscenico del Lauro Rossi sembrava non riuscire a contenere l’ interprete che, con il suo fantastico caschetto di capelli blu e lo squisito abito d’ispirazione pre-romantica, magneticamente interpretava ora Marguerite, ora Didone e le altre eroine dell’opera francese. Grande stupore quindi per la facilità e semplicità nel passare dalle atmosfere  delicate e notturne di un corpus prettamente cameristico quale è  la versione originaria de Les Nuits d’été ,  alla voce piena e spiegata del contesto lirico sia pure in trascrizione per pianoforte.

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Norma- Medea,dicotomia e fusione allo Sferisterio

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TeatriAlchemici è un’espressione intrigante che identifica i suoi due creatori-creativi Luigi Di Gangi Ugo Giacomazzi ,  attivi dal 2015 nella realtà teatrale oltre che artisti poliedrici e a tutto tondo. Dal teatro sociale realizzato con ragazzi down, all’opera e alla collaborazione con il Teatro Massimo di Palermo che, come grande madre, accoglie i nuovi talenti siciliani, i due registi hanno realizzato una vera alchimia per il Macerata Opera Festival. Il loro allestimento di Norma, felice coproduzione tra la manifestazione marchigiana e la fondazione lirica palermitana, guarda al mondo della tragedia greca attica e nel contempo sgombra il campo dei residui fumettistici alla Asterix ed Obelix. C’è un logico ammiccamento alla Medea euripidea nella gestione delle masse corali, nella cura rivolta al gesto attoriale dei cantanti-attori  e nella riproposizione delle unità aristoteliche. Lo spettacolo all’aperto ci riporta agli agoni della grecità, alle trame sottili fatte di fili e corde impossibili da spezzare che imprigionano e orientano le azioni degli uomini. Chi osa ribellarsi alla volontà degli dei, in Norma per tramite della sua sacerdotessa,  é irrimediabilmente punito per mano di una società della colpa. Pollione,  macho all’apparenza ma in realtà re travicello ,  ha tutti i crismi dell’euripideo Giasone. Bellini lo graziò concedendogli il riscatto finale, ma pur sempre personaggio meschino e incapace di dominare le pulsioni ne fece, piccolo uomo soccombente al cospetto di due fulgidi esempi di donna a tutto tondo. La modernità e complessità  di Norma e  Adalgisa sono messe a fuoco pienamente nel gioco di funi e fettucce e cordini che si intrecciano e riproducono cerchi e forme primordiali  nelle scene di Federica Parolini. Lo splendido gioco di luci di Luigi Biondi illumina con colori primari e violenti il fronte della scena lungo come le lunghe lunghe lunghe melodie belliniane durante l’alternanza dei momenti pubblici e privati, mentre i tre protagonisti si affrontano e poi si confidano e poi ancora si confessano.

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 Maria  José Siri  privilegia l’aspetto drammatico della tessitura e si avvicina a Medea nella campitura del personaggio. L’amore proibito per Pollione e l’impossibilità di viverlo pienamente li vediamo già nell’ouverture  con l’ irruzione in scena della sacerdotessa insieme ai figli della colpa e al proconsole romano in un quadretto familiare, biancovestiti giocano a moscacieca, ma l’illusione si spezza e Norma si ritrova sola. Unico affetto sincero sarà il legame con la perfetta Adalgisa di Sonia Ganassi , tenera e appassionata ma capace di slanci rabbiosi nell’interazione con il fedigrafo Pollione, un Rubens Pelizzari virile e opportunista quanto basta. Unica salvezza il rogo purificatore, che nell’idea dei registi si concreta nella corsa della sacerdotessa in compagnia del proconsole fuoriscena attraverso l’ampia apertura nell’imponente muro di fondo dello Sferisterio. La partitura di Bellini ne esce servita a dovere, l’alternanza tra lucidità e disperazione, pubblico e privato è  ben delineata lungo tutto lo spettacolo anche per mano di Michele Gamba. Il giovane direttore ha un gesto enfatico ma chiarissimo così come la sua concertazione. Mostra solo una eccessiva foga a tratti coprendo le voci, ma mantiene un buon controllo di coro e banda fuori scena. Gli attacchi sono sempre inappuntabili e l’orchestra regionale delle Marche é ben governata. Alla fine resta la suggestione di uno spettacolo equilibrato e suggestivo, omogeneo in tutte le sue componenti e che sfrutta appieno le enormi possibilità dello Sferisterio, spazio scenico singolare e vero cimento per direttori e registi. Fin da ora è grande la curiosità: come riuscirà l’adattamento inevitabile ad un contesto teatrale convenzionale come il Teatro Massimo dove la produzione trasmigrerà in Febbraio?

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Il legame indissolubile Wotan Brunnhilde

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Renè Pape è appeso al leggio e suda copiosamente. La grande sala della Festspielhaus di Baden Baden è effettivamente immersa in una sorta di bruma  uscita da un romanzo gotico, molto appropriata a voler considerare il milieu mitologico nordico dal quale discende la wagneriana saga dei Nibelunghi, se solo quest’aere brumoso non fosse così caldo. E allora chiudiamo gli occhi, meglio…..li fissiamo via via sui violini primi, sull’oboe che scava nell’animo, sui tromboni che erompono qua e là e su Valery Gergiev che, implacabile, tiene in riga la sua orchestra del Mariinsky. Il racconto di Wotan che riannoda i fili della vicenda, vero fulcro della Tetralogia, esce tortuoso  e scuro dalle labbra di Renè Pape. Emerge sopra la linea livida dei contrabbassi, Brunnhilde ascolta ma è come se il dio si spersonalizzasse parlando a se stesso mit mir nur rat’ich, red’ich zu dir. La consapevolezza del fallimento e della rovina di un mondo fondato sull’inganno si materializza nell’affranto Das Ende! Das Ende! 

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photo Helga Geistanger

Il basso tedesco attira a sè tutto l’atto secondo in un canto ipnotico e tutto interiorizzato; non c’è tempo per registrare nè l’immagine di un fazzoletto immacolato che tampona fronte e guance nè quella della mano che volta pagina dopo pagina. Wotan è ormai sconfitto e doppiamente trafitto nell’affetto  paterno.Singolare come Wagner che riteneva l’unione spirituale e carnale come la più alta forma d’amore (e in Valchiria essa si sublima nel rapporto Sieglinde-Siegmund) abbia dato vita con una perfetta commistione tra testo poetico e musica  ad una incarnazione straordinariamente totalizzante del legame padre-figlia nella coppia Wotan-Brunnhilde. La discolpa della figlia prediletta e poi il commiato da lei dell’atto terzo, per astrazione  ci  immergono nel mito greco. Atena generata per partenogenesi da Zeus sono forse una suggestione che il compositore ha subito e davvero l’Abschied con il suo incomparabile carico emotivo  esige la massima concentrazione dall’esecutore…

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Brunnhilde ha appena letto nell’intimo del padre il tormento del dio che si dibatte fra i lacci delle regole da lui stesso imposte e incise sulla sua lancia. Evelyn Herlitzius, novella Atena wagneriana, da supplice ritorna ardita ed appassionata. Il piccolo elfo fiammeggiante scioglie l’ira di Wotan e la metamorfosi dei due personaggi è compiuta. Non più das Ende, vertice assoluto del pessimismo di Schopenauer nel percorso creativo del compositore, ma la rinascita della speranza e la vittoria del più puro amore paterno nel bacio struggente con il quale il dio si congeda dalla sua figlia adorata. So kuesst er die Gottheit von dir e la voce nuda di Pape indugia su kuesst con tutta la dolcezza che  solo un vero cantante-attore può mostrare. Si esce storditi dalla Festspielhaus di Baden Baden, i Leitmotiv intrecciati ronzano nella mente tra immagini di grandi mazzi di fiori che omaggiano gli artisti e la standing ovation di un pubblico riconoscente che lascia il teatro immerso in una speranza rinata, la speranza in un amore salvifico.

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photo Helga Geistanger

 

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FRANCESCO MICHELI, passione e concretezza al servizio dell’opera

by Caterina De Simone

 

IMG-20150821-WA0000Il Macerata Opera Festival ha da poco chiuso i battenti con un successo crescente di pubblico (il botteghino parla chiaro) e di critica, grazie alla spinta propulsiva del suo direttore artistico Francesco Micheli basata su una progettualità dinamica, innovativa e volta alla fidelizzazione del pubblico. Ma i risultati lusinghieri che ovunque sarebbero fonte di orgoglio passano in secondo piano in seguito all’ulteriore taglio dei fondi ministeriali avvenuto nel momento in cui si sta già lavorando per la stagione successiva e dunque su somme già garantite. Nel corso della abituale conferenza di fine festival  Francesco Micheli interviene a muso duro, snocciola cifre e fatti concreti dimostrando ancora una volta di saper coniugare  accorta gestione economico-finanziaria e spiccata creatività.   Nonostante lo sfogo  è però estremamente disponibile quando si tratta di proseguire la  conversazione su temi a lui cari . Elegante nell’immacolata camicia bianca sui bermuda khaki , questo giovane uomo di raffinata cultura, diplomato alla scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” , fresco direttore artistico della Fondazione Lirica Donizetti di Bergamo, apprezzato regista d’opera e ideatore di interessanti progetti divulgativi rivolti ai piu’ giovani , ha la rara dote di parlare con franchezza di ciò che gli sta a cuore .

Lei ha avuto la grande capacità in meno di 4 anni di cambiare completamente il volto del Macerata Opera Festival e di radicarlo nel territorio.

20150809_135004In effetti quando sono arrivato a Macerata nel 2012 sembrava che il festival fosse quasi un problema per i maceratesi. L’utenza era composta per lo più da turisti o da melomani provenienti da fuori regione. Ma il centro storico della città era spopolato. Bar , ristoranti ed esercizi commerciali chiusi per ferie , come se il festival non interessasse a nessuno . Oggi  fortunatamente siamo riusciti ad invertire questa tendenza. La Notte dell’opera  che è una delle manifestazioni collaterali del MOF e che per ogni edizione si ispira ad uno dei titoli in programma , invece ha visto anno dopo anno una crescente partecipazione e un coinvolgimento totale della città e degli esercizi commerciali.

In effetti sotto la sua guida si sono sviluppate una serie di manifestazioni collaterali,  come ben diceva, che hanno dato una nuova specificità al festival.

Sin da subito ho portato avanti dei progetti divulgativi per le scuole, poi ho lanciato il Festival Off e ho trovato nuovi spazi per fare musica  al di là delle produzioni operistiche allo Sferisterio.  Purtroppo con l’ultimo taglio dei fondi dovrò necessariamente rinunciare a qualcosa, quindi in primo luogo sarà proprio l’attività di divulgazione e coinvolgimento nelle scuole a soffrirne. Inoltre per l’anno prossimo non potrò garantire la ripresa della terza opera in programma. Volendo mantenere una qualità media delle produzioni , perché comunque il teatro non è l’eccezionalita’ , ma deve essere fatica e normalità,  sarò costretto a fare dei tagli anche dolorosi.

Ogni anno c’è un filo conduttore che orienta il programma.  È la scelta delle opere da portare in scena  che conduce alla formulazione del motto o viceversa?

Un po’ tutte e due.  È un processo basato su associazioni mentali. Quest’anno abbiamo voluto legare la programmazione all’EXPO , ecco il perchè di Nutrire l’anima . Per il prossimo anno invece la parola chiave sarà  Mediterraneo , ecco spiegato perchè Otello e Norma. Tra l’altro ricorre anche il quattrocentesimo dalla morte di Shakespeare,  sarà il nostro omaggio al Bardo.

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Da quando è subentrato a Pier Luigi Pizzi alla direzione artistica del  festival a Macerata  ha messo in scena solo uno spettacolo con la sua regia:  Aida che l’anno scorso  ha riscosso un grandissimo successo. Si è vista  una Aida  quasi in versione replicante di Blade runner.

In effetti l’Egitto antico credo abbia sempre esercitato un grande fascino sull’uomo moderno e sono convinto di aver comunque fatto una regia rispettosa del libretto e delle intenzioni del compositore,  anche senza le palme finte . Ho voluto puntare la mia attenzione sulla grande capacità verdiana di descrivere i rapporti anche intimi , o comunque privati tra i vari personaggi.

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Per le prossime produzioni a Macerata come intende muoversi dal momento che i contributi statali sono sempre più risicati?

Ovviamente aumenterà il ricorso ai privati , quello che non capisco è perché i grandi industriali marchigiani che hanno capitali immersi ed una forte immagine non abbiano voglia di scommettere un solo euro su questo festival, proprio ora che la critica più blasonata ci riconosce una vera specificità.  Ad ogni modo per i prossimi due anni abbiamo già degli accordi di coproduzione con il festival spagnolo di Peralada,  con il Teatro Massimo di Palermo e con una coppia di giovani registi palermitani di grande talento.

A Palermo lei ha lavorato spesso negli ultimi anni.

Sì,  ho realizzato una regia del Barbiere di Siviglia che è tutt’ora in repertorio,  lo spettacolo Bianco, Rosso e Verdi e ho anche presentato il Piccolo Mozart che è stato  ripreso anche di recente.

Tra l’altro Bianco, Rosso e Verdi, che ha vinto il premio Abbiati nel 2009, e il Piccolo Mozart sono spettacoli educativi di grande intelligenza volti ad avvicinare il pubblico scettico e dei più giovani alla musica classica e alla nostra grande tradizione dell’opera lirica.

Infatti ho sempre pensato che l’opera non fosse una forma di spettacolo elitario ,   le mie migliori energie sono sempre e comunque tese a far sì che questa forma d’arte così normale continui a vivere, e  venga conosciuta e apprezzata in special modo dalle giovani generazioni.

 

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RIGOLETTO in balia del “branco” allo Sferisterio

by Caterina De Simone

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Si è molto scritto sul Rigoletto pulp andato in scena all’arena Sferisterio di Macerata, ma al di là degli aggettivi o degli epiteti attribuiti alla nuova produzione del capolavoro verdiano , questo Rigoletto è uno spettacolo compiuto nel quale ogni nodo della vicenda è sciolto e risolto , grazie anche ad un uso sapiente dello spazio scenico e ad un concept semplice ma rispettoso del libretto e delle intenzioni del compositore. Il genio di Verdi cosa  mette in musica ? Il degrado e la mollezza di una società malata e priva di valori nella quale vige la legge del più forte. E come  descrive tutto ciò il regista Federico Grazzini ? Mettendo in scena  un branco aggregato attorno al leader -duca di Mantova  al quale tutto è permesso, spartiacque superficiale tra i vincenti e gli sfigati come Rigoletto Gilda . Quindi ecco il luna – park dismesso come luogo di illegalità selvaggia dove si ritrovano giovanotti e signorine la cui unica regola è conformarsi ai comportamenti del leader , pena l’esclusione dal gruppo, tra telefonini , olgettine ed eccessi di ogni tipo. Il risultato è un fotogramma spietato della nostra società da Grande bellezza che  coglie in toto le intenzioni verdiane esaltando la modernità della vicenda e la grandezza della partitura.  Al di là della appartenenza alla trilogia popolare, di per sé definizione riduttiva di Traviata,  Trovatore e appunto Rigoletto,   la ricchezza e la qualità spietata di questo affresco musicale sono spesso sminuiti da allestimenti pacchiani e sovrabbondanti. 20150809_212124

Non qui a Macerata dove ancora le idee vincenti superano l’esteriorita’ di scenografie opulenti evitando ai cantanti di fare a botte per emergere dallo sfondo di tali decors. Ottima quindi la gestione delle masse, con il coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” in ottima forma, mentre l’orchestra regionale delle Marche mostra i suoi pregi nella sezione legni e  violoncelli, ma manifesta purtroppo le sue fragilità negli ottoni. Il giovane direttore Francesco Lanzillotta  governa la macchina orchestrale con un occhio di riguardo per i cantanti, pur dilatando i tempi per accompagnarli al meglio, ma mantiene un sostanziale equilibrio tra buca e palcoscenico, cosa non facile nelle esecuzioni all’aperto.  Di certo avrà modo di approfondire e limare in futuro. Vladimir Stoyanov disegna un Rigoletto sconfitto già in partenza che lotta per sopravvivere in un mondo di soprusi e sopraffazione,  e se la voce un po’ si perde nell’ enorme spazio aperto dello Sferisterio risulta omogenea nei diversi registri e oltremodo sfumata. La dizione poi è accurata, se pur non travolgente il baritono bulgaro offre nel complesso una buona prova. Accanto a lui si distingue la bella e fresca vocalità di Jessica Nuccio che nell’occasione affrontava il ruolo di Gilda per la prima volta e che ha tutte le carte in regola per fare il salto di qualità da giovane talento a grande interprete. 20150809_233008(0)-1

Celso Abelo dal canto suo ha già da tempo introiettato il personaggio del duca ed è duttilmente al servizio della regia, si muove bene sul lungo palcoscenico maceratese ed è superficiale quanto basta per tratteggiare il ruolo con sicurezza nel registro acuto, nonostante un passaggio non ineccepibile. Da ricordare anche lo Sparafucile di Gianluca Buratto , gran volume e timbro da basso profondo ben in evidenza anche in un contesto all’aperto. Musicalmente il momento piu alto dello spettacolo è stato senza dubbio il quartetto finale, concertato ed eseguito con grande precisione tra il chiosco del paninaro Sparafucile e una vecchia panchina arrugginita , elementi che rafforzavano l’idea registica di una periferia dell’anima che inghiotte infine anche Gilda. Cinquantunesima edizione del Macerata Opera Festival (MOF) che si chiude così con ampia soddisfazione di tutti, dagli organizzatori con a capo il grande mentore della manifestazione Francesco Micheli,  alle autorità locali , ma in special modo ad un  pubblico ormai fidelizzato ed abituato ad un repertorio si’ “popolare” ma condotto con intelligenza ed inventiva. 20150810_000138-1

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CAV & PAG allo Sferisterio

by Caterina De Simone 

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Ancora Cavalleria Rusticana e ancora Pagliacci…….in questo caso siamo a Macerata , nell’arena Sferisterio che per la 51ma edizione ospita il festival estivo dell’opera lirica  che negli ultimi 4 anni, sotto la guida di Francesco Micheli , si è arricchito di contenuti nuovi proponendo non solo spettacoli d’opera ma una ricca offerta di manifestazioni collaterali. La grande capacità del direttore artistico sta anche nell’individuare nuovi talenti sia fra i cantanti che fra i registi sfruttando in pieno le potenzialità di uno spazio teatrale che teatrale non è dal  momento che era stato destinato al gioco della pallacorda. Per Cavalleria Rusticana il giovane regista Alessandro Talevi ha immaginato una scena caratterizzata da una lunga balaustra con ampio scalone curvilineo a sottolineare l’epoca liberty  e costumi ben inseriti nel contesto cronologico.  Niente bozzetti siciliani dunque,  ma un generico sud rurale ed in fin dei conti retrivo, fatto di donne scomunicate e quindi ostracizzate come Santuzza , di maschi ritenuti tali solo se attenti a mantenere o vendicare l’onore o meglio l’orgoglio ferito, e di donne scaltre che mantengono il perbenismo di facciata.20150808_222550

Tutto questo “passa” facilmente attraverso la gestione attoriale dei cantanti, anche se le masse sono trattate in modo troppo monolitico con movimenti  pochi e convenzionali . L’insieme risulta così statico anche in considerazione di un palcoscenico dalle dimensioni inusuali , estremamente lungo e delimitato da un imponente muro in mattoni sul quale in edizioni passate si ricorreva a videoproiezioni. La dominatrice della serata è fra tutti Anna Pirozzi che ha affrontato i due ruoli di Santuzza Nedda con slancio e ottima presenza scenica.  Intensa e altamente drammatica in Voi lo sapete o mamma  , convincente e tormentata quando viene rifiutata dalla  società, è commovente durante l’Intermezzo che il regista Talevi risolve con una sorta di visione della Vergine nelle vesti di consolatrice che si anima venendole in aiuto . Sempre precisa negli attacchi e fresca vocalmente ha sfoggiato una marcia in più su tutti diventando la vera protagonista di Cavalleria Rusticana nonostante l’impegno di Rafael Davila e di Alberto Gazale, rispettivamente Turiddu e Alfio. Sicuramente più omogeneo il cast in Pagliacci , nel quale Anna Pirozzi ha avuto dei validi partner in Marco Caria,   un Tonio  aggressivo e forse vero protagonista maschile in questo allestimento (quasi uno Iago – guitto), e nel giovanissimo Pietro Adaini , ventitreenne Beppe da tenere d’occhio. Ancora una volta un po’ pallida presenza il Canio di Rafael Davila , per sostenere il quale il direttore Christopher Franklin ha dovuto in parte mortificare la brillantezza della partitura e la profonda vena innovativa di Leoncavallo .  Peccato davvero perché il dittico verista non è solamente un insieme di note roboante o patetico , ma racchiude in sé delle gemme in una orchestrazione perfetta sia in Mascagni che in Leoncavallo. 20150809_000134

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CARMEN di picche a Orange

by Caterina De Simone

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La Carmen ” delle carte “, del destino che implacabile dispone delle vite dei due amanti dell’opera di Bizet, è appena stata uccisa per la terza e ultima volta al Teatro antico di Orange nell’ambito del festival Les Chorégie d’Orange fra i refoli di vento e il TGV che in lontananza si fa sentire. Non è stata una serata facile questa del 14 luglio, nonostante gli applausi, la soddisfazione degli organizzatori del festival e degli artisti. La mise en scène di Louis Désiré merita di essere rivista con gli opportuni accorgimenti nello spazio chiuso di un teatro tradizionale. Forse l’idea del regista francese di rapportare tutta la vicenda all’avversità del destino attraverso le enormi carte da gioco presenti in scena ( l’uccisione di Carmen avviene proprio sull’asso di picche, Don José gioca a carte durante l’ouverture come i soldati quando sono in scena ) e le lunghe lance che stringono la morsa del fato sulla coppia di amanti non è da buttar via. Senza dubbio, però, le scene di massa ( arrivo della garde montante e partenza di quella descendante nel I atto e sopratutto l’inizio del IV atto ) sono largamente da rivedere. Sembra che l’horror vacui abbia colpito anche il regista – scenografo – costumista spingendolo a riempire inutilmente la scena senza una vera gestione giustificabile delle masse,  per di più i costumi brutti ed incongruenti non hanno certo contribuito a delineare il concept centrato sul personaggio di Don José che, come in  sogno, rivede gli accadimenti che lo hanno portato ad uccidere Carmen in una citazione esplicita da Mérimée. Lo scempio si é però perpetrato nella concertazione. Si può asciugare e mortificare una somma partitura come quella di Bizet?  Ce l’ha messa proprio tutta in questo senso Mikko Franck.  L’ouverture pesante, anzi banale, priva di qualsiasi lucentezza nonostante l’ottima orchestra di Radio France, lascia già intendere quale sarà la non – chiave di lettura del direttore finlandese. Si continua poi con una Habanera slargata, noiosa e interminabile ed è inutile analizzare uno per uno i singoli pezzi chiusi che scivolano via penosamente.

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 Si può optare per una soluzione coraggiosa, ovvero fare di Carmen un’opera da camera così come lo stesso Bizet l’aveva concepita in principio. Si possono anche ridurre i decibel quasi allo zero nel duetto Don José Micaela del I atto esaltando la trama impalpabile della partitura, per quanto l’esecuzione en plein air non sia la più indicata per una proposta del genere. Ma perché la scelta sia motivata e coerente non si può rispolverare l’edizione Guiraud con i recitativi sulla quale si arrovellano da decenni i musicologi di tutto il mondo ( ormai considerata peraltro un quasi reperto archeologico), né si possono fare tagli arbitrari (vedi il duello José -Escamillo). Musicalmente questa Carmen diventa un pastiche che va avanti bizzarramente in barba ad una compagnia di canto di tutto rispetto scelta in funzione dell’unico ed incontrastato Don José del momento e speriamo ancora per molti anni a venire,  quello Jonas Kaufmann che imperversa indisturbato nell’opera di Bizet su tutti i palcoscenici del mondo della lirica. Nella recita del 14 luglio il tenore tedesco ha offerto una prestazione maiuscola,  nella quale però la performance attoriale ha superato quella vocale. L’aria del fiore, cesellata come non mai, e il finale del IV atto hanno confermato l’eccezionalita’ dell’artista che ha pennellato un Don José ancora diverso dagli altri finora caratterizzati perché totalmente annientato dalla Carmen virago di Kate Aldrich. La mezzosoprano americana, fascino quasi manageriale e seduttiva in modo intellettuale, quindi deprivata da ogni carnalità,  ha offerto una immagine della gitana che si concede agli uomini ora disorientandoli come nel caso di Don José , ora  illudendoli come fa con Zuniga o appagandosene quando ne  riconosce lo spirito libero come per Escamillo.  Il canto della Aldrich è sfaccettato e tecnicamente impeccabile ma manca un po’ di volume , probabilmente sarebbe stato più incisivo con un’acustica diversa che non all’aperto. Kyle Ketelsen è  un Escamillo incolore,  più a suo agio nella tessitura acuta che nel grave, mentre una menzione special meritano lo Zuniga di Jean Teitgen e la Frasquita della canadese Hélène Guilmette, deliziosa e già pronta per il ruolo maggiore di Micaela al quale sicuramente avrebbe apportato una ventata di freschezza  contrariamente ad Inva Mula , statica e dal francese incomprensibile. Il contesto dell’enorme teatro romano con gli ottomila e più spettatori civilissimi , e per una volta dall’età media NON GERIATRICA,  è impressionante ed è fantastico che il festival estivo più longevo d’Europa vada avanti anno dopo anno tanto da aver convinto un fuoriclasse come Jonas Kaufmann,  da sempre contrario a produzioni d’opera all’aperto, ad esibirvisi.

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