Salisburgo Pasqua 2015

CAVALLERIA E PAGLIACCI: McVICAR Vs. STOELZL, ALVAREZ Vs. KAUFMANN

by Caterina De Simone

 

Partitura cav un foglio

Nella scorpacciata primaverile di Cav & Pag (diminutivo orribilmente usato nel mondo anglosassone per definire il dittico verista per antonomasia ) che i teatri d’opera di mezzo mondo propongono, è interessante mettere allo specchio due produzioni che hanno debuttato a distanza di poche settimane a New York e a Salisburgo. E’ vero che nel presentare Amneris Vagante ho affermato di volermi sottrarre alla logica del confronto e della pagella ormai imperante in ogni ambito, ma in questo caso non mi sembra di tradire le mie linee programmatiche in quanto la comparazione si svolge tra artisti in piena attività e non con cantanti o direttori o registi del passato più o meno remoto.

Il Met ha offerto recentemente un nuovo allestimento di Cavalleria Rusticana e Pagliacci  dopo i 38 anni di zeffirelliana memoria, mentre il Festival di Pasqua di Salisburgo ha scelto di rappresentare i due atti unici per la prima volta dalla sua istituzione. E’ chiaro che i due teatri sono portatori di idee totalmente opposte in fatto di teatro musicale e lo si è visto già nella scelta del regista.  Nonostante queste premesse David Mc Vicar  , non più enfant prodige della scena musicale ma semplicemente grande regista fedele ai libretti d’opera, e Philipp Stoelzl , fautore del Regietheater tedesco, partendo da due concezioni diverse di fare melodramma hanno raggiunto lo stesso punto di arrivo seguendo vie differenti. Entrambi hanno infatti esaltato il senso di oppressione e di ristretta prospettiva  presente in Mascagni contrapponendolo alla finta allegria e solarità di Pagliacci. Ecco quindi il colore plumbeo, le poche luci a gettare ombre lugubri sul nero dei  costumi , le strutture massicce e opprimenti che chiudono l’orizzonte di Cavalleria secondo  Mc Vicar , mentre l’omologo tedesco conferma l’atmosfera claustrofobica dividendo la scena in sei parti tutte bianche, nere e grigie , quasi una morsa sui personaggi. Fin qui i punti di contatto tra le due produzioni . Mc Vicar è stato senza dubbio vincente nel voler puntare sull’ idea della casta , sulla logica dell’esclusione che colpisce inesorabilmente Santuzza . La pedana girevole sulla quale si colloca il lungo tavolo attorno al quale si sviluppano i contrasti, fa sì che Santuzza rimanga sola sotto lo sguardo severo della società, oppure ne resti fuori mentre quella stessa società partecipa ai riti pasquali montandoci sopra. L’unico momento in cui la giovane sembra riuscire a penetrare il muro delle convenzioni è all’interno dell’Intermezzo , durante il quale viene circondata da figuranti che portano dei lumini in attesa del tragico epilogo. Qui per fortuna non c’è una Sicilia stereotipata e fatta di luoghi comuni come nella produzione salisburghese (pochezza di idee e vera caduta di stile il ricorso alla mafia da parte de regista Philipp Stoelzl ), c’è una generica spazialità tesa a mettere in risalto il dramma di una donna sedotta, ingannata e per di più rifiutata dai suoi simili. Per contrasto Stoelzl pone l’accento invece sul personaggio non secondario di  Lola sfrondandola da tutte le convenzionali concezioni di donna priva di scrupoli e opportunista,laddove al Met resta la solita sfrontata cattiva femmina . Anche Mamma Lucia a New York finisce per legarsi sinceramente a Santuzza contrariamente alla caratterizzazione salisburghese che ci presenta una donna totalmente anaffettiva e collusa con la mafia. Quanto a Turiddu in entrambe le produzioni è  visto semplicemente come quel che è: un giovanotto superficiale e debole in preda alle sue pulsioni. Musicalmente è impossibile stabilire un confronto tra la lettura di Christian Thielemann e quella di Fabio Luisi . Tanto è levigata e scarna quella del direttore tedesco, tanto procede per contrasti quella di Luisi. Entrambi hanno disincrostato le partiture dei due atti unici dalle scorie veriste di tradizione, ma nella loro concertazione sembra di essere di fronte allo stesso paesaggio marino: mare in bonaccia nel primo caso, mare agitato nel secondo. Per entrambi i colori sono splendidi e le orchestre sono macchine meravigliose, ma le sensazioni che suscitano sono profondamente diverse. A Salisburgo si ammira la bellezza del suono, al Met in quel suono ci si può anche perdere. A vantaggio di Thielemann c’è alla fine un cast disciplinato, convinto di partecipare ad team work ; su Luisi pesano purtroppo la deriva di Marcelo Alvarez e di George Gagnidze che Luisi non è riuscito a tenere a freno. E’ inutile dire che Jonas Kaufmann è il bonus che qualsiasi direttore o regista vorrebbe avere, e lo sa bene Mc Vicar che lo ha diretto a Londra sia nell’ Adriana Lecouvreur che in Andrea Chénier . Il suo Turiddu salva la produzione salisburghese dalla contaminazione mafiosa in cui cade Stoelzl ; vocalmente è inutile ribadire quanto sia preciso e ardente dove serve , oltre che splendido attore. Giganteggia sul resto del cast senza però mettere in difficoltà i suoi compagni. Marcelo Alvarez , invece, va a briglia sciolta, infischiandosene di dizione e legato, forzando gli acuti e regalandoci il solito campionario di gesti e occhiate convenzionali. Per assimilazione Eva Maria Westbroek , seppure un po’ stanca rispetto alla bella prova nello Chenier londinese a fianco di Kaufmann , è invece una Santuzza  intensa ed angosciata , sempre in scena secondo le direttiva di regia, vero punto di forza dello spettacolo, contrariamente a Lyudmila Monastyrska , monolitica e dalla oscura dizione a Salisburgo. Se alla fine  il match si chiude con una vittoria ai punti del Met su Salisburgo , in Pagliacci il risultato è un pareggio. 20150425_201617

Colori e finta allegria sia a New York che in Austria, commedia finale che dispiega il meglio dei due allestimenti; tutto è sopra le righe, in una dimensione di guitti che vivono in modo iperreattivo anche le situazioni più banali. Nell’economia dello stesso impianto scenico comune ai due atti unici Mc Vicar ha portato in scena un salto temporale di cinquant’anni , caratterizzando il suo Pagliacci come  uscito da Poveri ma belli , in questo con il grande contributo di Patricia Racette , vocalmente meno raffinata di Maria Agresta, Nedda a Salisburgo , ma bravissima protagonista del vaudeville finale, laddove la Agresta offriva un personaggio interiorizzato nella ricerca di aria e di libertà. Il Tonio di George Gagnidze strabuzza gli occhi e canta un prologo da guitto televisivo ( ed è il suo migliore passaggio di tutto lo spettacolo) , ma come già in Cavalleria, sembra la fotocopia baritonale del protagonista Alvarez quanto a gestione del fiato e a convenzioni veriste. Quanto a Canio anche qui il tenore argentino sciupa la sua naturale facilità di canto con una emissione forzata e il suo solito gioco teatrale esagitato. Sopra le righe in Ma un tal gioco… , in ombra nella commedia finale dopo aver perso la testa in Vesti la giubba , arriva esausto per mancanza di disciplina in fondo alla recita. Chi invece è un modello nella  gestione delle risorse è sempre Jonas Kaufmann , che in particolar modo in Pagliacci offre una prova esemplare. Vocalmente esprime tutta la follia lucida del suo Canio , mentre l’interprete sembra occupare  il palcoscenico intero. Il mellifluo livore unito all’espressione allucinata  e alla voce sempre perfettamente proiettata, presentano una magistrale simbiosi di controllo vocale e caratterizzazione del personaggio.

E’ davvero un peccato che non si possa realizzare la sintesi ideale tra le due produzioni riunendo il meglio di entrambe, certo ancora una volta il bonus Kaufmann riesce sempre a far pendere il piatto della bilancia o a riequilibrare le sorti.13863

Categorie: Opera Lirica, recensioni, Salisburgo Pasqua 2015, verismo musicale | Tag: , , , , , , , , , | 9 commenti

conversando con Anita Rachvelishvili. Carmen, Amneris e le altre……

by Caterina De Simone

Anita Rachvelishvili è a Salisburgo in occasione del suo debutto al Festival di Pasqua della cittadina austriaca nel quale canterà il Requiem di Verdi. Sin dalle prime battute si dimostra solare e spontanea , ma allo stesso tempo volitiva e professionale.

Con grande disponibilità  parla dei suoi ruoli totem e dei suoi prossimi appuntamenti professionali, ribadendo il suo grande amore per l’Italia e per i fans italiani che la adorano e confessando la sua passione per i social network con i quali si diverte.

Anita mezzo busto

Per iniziare la nostra conversazione vorrei che mi togliesse una curiosità, il suffisso “shvili” che si trova spesso nei cognomi georgiani cosa significa?

Vuol dire figlio o figlia ed è molto comune, un po’ come “sson” nei cognomi svedesi.

Lei esordisce al Festival di Pasqua con il Requiem di Verdi , quali sono le sue sensazioni riguardo a questo debutto?

Sono molto felice di essere qui a Salisburgo perchè ho al mio fianco dei colleghi meravigliosi con cui ho già lavorato e con i quali mi sono sempre trovata benissimo, Jonas Kaufmann e Ildar Abdrazakov. Il Maestro Thielemann, con il quale invece non avevo ancora lavorato, sembra molto contento quindi  sono molto ottimista per questo debutto.

Quali sono secondo lei le maggiori difficoltà per il mezzo-soprano in una composizione così complessa come il requiem di Verdi?

Innanzitutto il mezzo-soprano ha la parte più lunga fra i quattro solisti, ci sono molti a cappella e la partitura richiede molti colori, quindi è una parte molto impegnativa che io , però, amo profondamente. Forse sono presuntuosa, ma devo dire che proprio perchè la amo molto a me non sembra molto difficile e la canto sempre volentieri.

Indubbiamente lei ha tutti i colori richiesti

Penso di sì, continuando a studiare ho imparato a fare questi colori ed ora credo di riuscire a farli con facilità.

Ovviamente è impossibile non parlare di Carmen, il ruolo che l’ha lanciata nel 2009 quando esordì alla Scala e che ha cantato in tutti i principali teatri del mondo

Infatti Carmen è una parte importante della mia carriera, è un ruolo che amo profondamente e dal 2009 ad oggi ho già fatto quasi 200 repliche. In occasione dell’EXPO tornerò a cantare nella stessa produzione di Emma Dante e non vedo l’ora di ritornare a Milano .

Proviamo a fare un confronto tra tre differenti produzioni di Carmen a cui lei ha partecipato: quella scaligera, quella del Met di Richard Eyre e quella di Londra di Francesca Zambello. Quale sono state le sue sensazioni rispetto a ciascuna delle tre?

Devo dire che gli unici problemi che ho avuto facendo Carmen in così tante produzioni li ho avuti quando non c’era la danza, il combattimento e il vero fuoco che per me sono imprescindibili. Le due produzioni , quella del Met e quella di Londra, sono piuttosto classiche e il libretto è stato seguito fedelmente, quindi quegli elementi per me fondamentali ci sono. Del resto anche in produzioni più moderne come quella di Calixto Bieito a Torino mi sono trovata bene.

In ogni caso l’avvicinamento al personaggio cambia di sicuro rispetto ad ogni diverso allestimento

In generale per me la linea interpretativa deve essere fedele a Mérimée, quindi Carmen è una donna focosa, senza freni e capricciosa. Emma Dante ha aggiunto una ineluttabile fatalità, Richard Eyre ha approfondito l’introspezione psicologica mentre Francesca Zambello ne ha fatto una donna ancora più forte

A proposito del solito problema della versione prescelta, dialoghi e canto, oppure recitativi e canto, qual è la sua idea in materia?

Personalmente io preferisco sempre i dialoghi parlati anche perchè nella partitura di Bizet non ci sono i recitativi.  Un esempio per tutti la séguedille: non ha molto senso fare un recitativo prima, così come è assurdo farlo seguire alla Chanson bohéme

Veniamo adesso ad Amneris che è un ruolo molto presente attualmente nella sua carriera. Come trova questo personaggio, probabilmente uno dei più complessi nella storia del melodramma?

Io non lo vedo come un personaggio negativo, è una donna molto affascinante e potente , ma è sopratutto una donna innamorata di un uomo che non potrà mai avere. Tutto sommato mi fa anche un po’ pena perchè alla fine non riesce a salvare l’uomo di cui è innamorata e non è neanche cattiva come spesso viene considerata. Se lo fosse farebbe uccidere Aida. Certo la tratta male perchè capisce che è lei la sua rivale in amore, ma sente anche una certa empatia per la sua schiava etiope proprio perchè pensa a lei come a una donna strappata dalle sue radici.

Recentemente lei ha impersonato Amneris alla Scala con la direzione del Maestro Mehta e con la regia di Peter Stein. La produzione non è stata accolta benissimo ma lei è stata la vera trionfatrice . Sopratutto l’allusione al suicidio di Amneris nel finale ha fatto molto discutere. Qual è la sua idea in merito?

Io cerco sempre di accontentare i registi perchè capisco che hanno un loro modo di intendere lo spettacolo. Ma personalmente io non credo che un suicidio di Amneris avrebbe molto senso. Si tratta di una donna molto forte e determinata, inoltre non sa che Aida si trova insieme a Radames , quindi io non ero molto d’accordo con questa visione registica. Ma Stein aveva una sua idea precisa quindi ho cercato di conformarmi a questa sua idea. La mia scena poi è stata curata nei minimi particolari e credo di essere riuscita a trasmettere tutte le emozioni, l’amore e la disperazione necessari.

In contemporanea con l’ Aida della Scala a Roma, dove lei interpreterà fra breve sempre  Amneris  ma al teatro Costanzi, si è tenuto un galà con Aida in forma di concerto a Santa Cecilia , sotto la direzione del Maestro Antonio Pappano. Se le avessero proposto di partecipare , fra Milano e Roma cosa avrebbe scelto?

Lavorare con il Maestro Pappano è il mio sogno e spero che un giorno questo sogno si avveri, ma in quella circostanza non sarei riuscita a scegliere. Io credo di essere un po’ pazza e allora avrei fatto Amneris a Milano e poi il giorno dopo a Roma o viceversa. Ma non avrei mai potuto scegliere fra Mehta e Pappano.

Un altro personaggio forte che lei ha interpretato nel passato anche se una sola volta è Dalila. Che ricordo ha e le piace quel ruolo anche se Samson et Dalila è un’opera poco rappresentata?

La parte di Dalila è bellissima ed è un peccato che l’opera non sia rappresentata molto. Io credo che tutta la partitura sia interessante e poi quando l’ho cantata ero ad Amsterdam con la meravigliosa orchestra del Concertgebouw e con la direzione del Maestro Carella che io reputo uno dei migliori direttori italiani. Non avrei potuto avere di meglio. L’anno prossimo riprenderò il ruolo a Parigi e poi fra due anni al Met. La parte è molto impegnativa, ma la amo così tanto che potrei cantarla anche la mattina , appena svegliaAnita 2

Parliamo un po’ della sua vita fuori dai teatri. Attualmente dove vive?

Sono quasi sempre in viaggio ma sono tornata a vivere in Georgia dove ho anche la pianista con cui studio ed i miei amici di sempre.

Quando studia un nuovo ruolo è il o la sua pianista che la segue nei suoi spostamenti oppure è lei che si sposta?

Di solito sono io che mi sposto. Come dicevo ho una pianista in Georgia, un pianista a New York con il quale faccio i concerti e poi il mio maestro di canto che vive a Roma e dal quale vado quando devo imparare una nuova parte.

Lei è molto attiva sui social network. Pensa che sia inevitabile oggi per un artista farne uso?

Credo che i social network siano un ottimo mezzo di comunicazione , ma sono contraria ad usarli per fini troppo personali. Le immagini che io metto su Instagram sono sempre legate al mio lavoro o alle città dove mi esibisco. Creano una immagine positiva e sono un modo di avvicinarsi al pubblico.

Lei sa che in Italia è amatissima e tutti vorremmo ascoltarla e vederla più spesso nei nostri teatri

Intanto torno alla Scala con Carmen e poi in ottobre nel Requiem . Poi i miei impegni futuri mi porteranno a Parigi e a Londra e forse ritornerò anche a Salisburgo.

Ci auguriamo di rivederla ancora, magari in una nuova produzione e per il momento grazie per  il tempo concesso. A presto Anita.

Anita ed io

Categorie: Conversando con ..., Focus Salisburgo 2015, Salisburgo Pasqua 2015 | Tag: , , , , , , , | 6 commenti

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: