Verdi

Vademecum per la visione di Otello al cinema

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Oggi, 28 Giugno, é una data che i molti melomani sparsi nel mondo aspettano. Fra poche ore verrà infatti trsmesso, in diretta cinematografica, Otello di Verdi dalla Royal Opera House di Londra.

Come ho già avuto modo di commentare su Operaclick http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/londra-royal-opera-house-otello , siamo di fronte ad una chiave di lettura quasi psicoanalitica. Il  Moro esordisce con  poche frasi in declamato, emerge quasi di soppiatto da una pedana che si innalza al di sopra del coro, e già lo sentiamo e vediamo umanamente esposto agli umori del popolo cipriota. Da subito l’Otello di Jonas Kaufmann ci appare come il prototipo dell’antieroe, condottiero vittorioso in battaglia ma dalla personalità spezzata in due. La sua vulnerabilità è facile preda del diretto e frontale attacco portato da Jago. Nessun contrasto è meglio riuscito di quello fra l’alfiere nefasto di Marco Vratogna, rozzo, brutale, e l’insicurezza latente del Moro. Bianco e nero, facce speculari della stessa medaglia, il rapporto fra i due avvelena e contamina l’esistenza di Otello grazie alla concertazione vibrante e drammaticamente efficace di Antonio Pappano .

Per tutti coloro che saranno al cinema questa sera vi suggerisco di prestare attenzione all’interpretazione del tenore tedesco già dal duetto d’amore del primo atto. Il condottiero dalle gonfie labbra si abbandona in grembo ad una maternale Desdemona, Maria Agresta, indifeso e totalmente in balia della sua sposa.  Lo spirito indomito, il condottiero glorioso, ha già deposto le sue armi, lasciando l’iniziativa alla donna che ha lottato per averlo.

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Photo Helga Geistanger

Salto temporale: Jago ha inoculato il veleno nel corpo di Otello. In apertura di terzo atto il processo di Jaghizzazione  è già in atto e Kaufmann oscilla tra il canto mellifluo pubblico e il livore degli a parte. L’insinuante datemi ancor l’eburnea mano si scontra col feroce insulto  Vi credea…quella vil cortigiana che è la sposa di Otello. La mente vacilla, tra l’angoscioso e ardente desiderio di credere Desdemona innocente e la spietata certezza della colpa. Tutto è racchiuso in poche battute, la discesa agli inferi è davanti a noi.

Il monologo successivo è il vertice interpretativo di quest’Otello londinese. Vero soliloquio,  oscilla tra l’atroce sofferenza e il selvaggio Si  bemolle acuto all’arrivo di Cassio, ricadendo nel registro grave Orror,  supplizi immondi. Kaufmann si rifugia su una passerella al di sotto della quale ascolta Jago irretire Cassio a proposito delle sue conquiste amorose. Carponi, le frasi spezzate, lo sguardo velato rivelano un Moro schiantato.

La furia trattenuta che lo porta ad architettare l’uccisione di Desdemona é da brividi. Tra frasi sibilanti indirizzate alla moglie Frenate dunque le labbra loquaci e accenti d’ira incontrollata il terzo atto di Kaufmann é un capolavoro di interpretazione.  Il suo Otello arriva a compimento proprio lungo l’arco temporale di quell’atto.

Il canto sublime della scena finale, la carezza quasi pentita alla sposa addormentata prima di impugnare la scimitarra, è la logica conseguenza di una caratterizzazione finalmente arrivata a compimento dopo due atti discontinui.

Si esce da teatro contratti, consapevoli di aver assistito ad uno spettacolo imperfetto, ma allo stesso tempo consapevoli che nessun’altra chiave di lettura del capolavoro verdiano ci appagherà dopo questa.

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Photo Helga Geistanger

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Otello, Jago, il cioccolatte e Desdemona

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Nel 1880 Verdi, già stuzzicato da Giulio Ricordi e incuriosito dalla versificazione (il poema) di Othello alla quale Boito stava lavorando, aveva iniziato una corrispondenza con il pittore Domenico Morelli. In una delle lettere il compositore gli aveva chiesto di realizzare dei bozzetti raffiguranti alcune delle scene del dramma shakespeariano, manifestando uno spiccato interesse per il personaggio di Jago. Il progetto ancora in nuce era già stato definito da Verdi il cioccolatte, poichè nella bevanda a base di cacao e di latte egli trovava che fossero racchiusi i personaggi principali. Se Otello era il cacao, altrettanto lo era il malefico alfiere del Moro. “Questo Jago è Shakespeare, è l’umanità, cioè una parte dell’umanità, il brutto”. Egli era il doppio di Otello, il nero del cioccolatte, la sua ombra. Il latte era invece Desdemona, delicata e candida come colomba.

Ci si arrovella sempre sui due protagonisti maschili, sullo stile vocale intimamente legato alla psicologia dell’uno e dell’altro, sull’impervia tessitura affidata al tenore e sulla natura manipolatrice incarnata dal baritono. Di Desdemona si dice frettolosamente che è la personificazione dell’amore incondizionato, vittima sacrificale e consenziente della collerica ingenuità di un marito sentimentalmente immaturo. Ma così facendo si sbarra la strada al naturale confronto tra la caratterizzazione fatta da Shakespeare e quella di Verdi-Boito.

L’ottica nella quale si muovono i tre personaggi principali dell’opera è infatti lo specchio della semplificazione ad uso e consumo del pubblico di fine Ottocento, operata da compositore e librettista fin dalla soppressione dell’atto veneziano. Il melodramma verdiano ci introduce infatti in medias res, di fatto privando la personalità di Desdemona di quella componente di rottura che nel dramma elisabettiano fa di lei un’icona dell’autodeterminazione. Shakespeare ci consegna una donna che rivendica il diritto di scegliere in totale autonomia l’uomo da amare e da sposare, così facendo ribellandosi alle rigide convenzioni sociali della società patriarcale veneziana.

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La sua purezza e castità non sono soltanto nei comportamenti esteriori, in realtà si concretano nell’atteggiamento mentale e nel suo volersi ritagliare un ruolo paritario nel confronto con gli uomini. Lei sceglie il Moro non solamente perchè soggiogata dai racconti delle sue valorose imprese, e nemmeno per sfuggire all’autorità paterna, lo sceglie consapevolmente perchè il suo è un amore completo che trova ristoro solo nelle gioie coniugali, frutto di una totale corrispondenza di sentimenti.

Una tale sconvolgente modernità sarebbe stata obiettivamente difficile da accettare in un Ottocento ancora profondamente segnato dall’interpretazione romantica di Othello secondo Coleridge e Schlegel. Allora via la descrizione del coraggio e della ribellione della nobile veneziana sui generis, a favore di un più rassicurante ritratto di angelo di totale innocenza, vulnerabile e generosa nella sua fedeltà di sposa innamorata.

Verdi e Boito ne fanno una creatura quasi celeste che nel quarto atto passa dal brivido premonitore della canzone del salice alla preghiera di fede dell’Ave Maria che dissolve la fosca e rabbiosa atmosfera dell’atto precedente. E’ l’esaltazione dell’amore  più puro e innocente, la sua è una volontaria rinuncia alla vita, così che, prima di morire, prega pel peccatore, per l’innocente e pel debole oppresso e pel possente……..per chi sotto l’oltraggio piega la fronte….

Verdi implacabilmente vuole che, alla morte di Desdemona, lo spettatore inorridisca davanti alla brutalità e all’ignoranza, per poi spingerlo a perdonare la cecità di Otello al disvelarsi dell’orribile complotto di Jago. Il Moro è lì, le sue fibre più intime esposte e date in pasto agli astanti che, in un attimo, passano dallo sdegno alla commozione per questa larva di nobile condottiero ridotto ad un piccolo uomo impotente. Nell’immediatezza musicale (sublimazione dell’arte verdiana qui più che mai) e nella semplificazione teatrale si compie la catarsi  di fronte all’universalità dell’uomo che soffre.

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Conversando con…..Veronica Simeoni

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Tra una recita e l’altra di Werther Amneris Vagante si concede il piacere di una lunga e appagante chiacchierata con Veronica Simeoni, una Charlotte intensa e di notevole spessore, che qui conferma le doti innate di grande interprete unite ad una completa padronanza della tecnica vocale e ad un timbro prezioso. A ciò si aggiunge la spontanea forza comunicativa e una solare disponibilità a raccontarsi…..il legame empatico é subito stabilito, anzi si rafforza nel corso della conversazione. Iniziamo parlando di capelli, di crazy colors che Veronica ama e che si alternano sul suo taglio corto, ma la solida e scrupolosa artista del canto si fa serissima alla prima vera domanda.

Alla prima di Werther qui al Teatro Massimo di Palermo ha assistito anche la signora Kabaivanska con la quale hai studiato e ti sei perfezionata. Com’è nato il vostro rapporto e come ha influito nello sviluppo della tua carriera?

Ci siamo incontrate nel 2004 quando ancora studiavo al Conservatorio di Adria. Per seguirla e perfezionarmi con lei ho sostenuto tutti gli esami che mancavano al diploma in un solo anno invece che nei restanti due, altrimenti non avrei potuto accedere ai suoi corsi. Il nostro è stato da subito un rapporto reciproco di totale fiducia, necessario tra allievo ed insegnante. Il canto è un’entità talmente delicata, astratta e complicata che è fondamentale affidarsi alla persona giusta. L’ho seguita per anni, dall’Accademia Chigiana fino in Bulgaria e ho capito che aveva profondamente ragione quando sosteneva che il canto è un lavoro di bottega, costante e difficile.  Anche adesso il nostro rapporto continua ed è fatto di controlli continui, un po’ come fare il tagliando all’auto! Tra di noi c’è una vera amicizia, anzi di più. …..è quasi come una seconda mamma.

Com’é averla in teatro durante una recita?

É difficile da spiegare, averla lì in platea mi tranquillizza ma allo stesso tempo mi mette pressione perché mi sprona a dare il meglio per farle piacere. É uno stimolo in più proprio perchè lei è il mio strumento di controllo, in special modo oggi che la carriera del cantante lirico  si è accorciata.  Tutto è più veloce,  si monta una produzione molto più in fretta, i tempi di pausa e quindi di recupero sono sempre più brevi,  ma le corde vocali non sono diventate bioniche nel frattempo! Sono sempre le stesse.

Parliamo un po’ di questo Werther palermitano con il Maestro Wellber. Ho notato che non si è mai fermato dopo i pezzi chiusi e questo ha disorientato un po’ il pubblico che in qualche occasione ha anche applaudito a scena aperta mentre l’orchestra continuava a suonare.

In effetti il Maestro Wellber aveva scelto a monte di non spezzare la tensione drammatica. Non si è fermato intenzionalmente dopo Pourquoi me réveiller perchè il numero non prevede una chiusura, in quanto legato al duetto seguente nel quale si raggiunge il climax con il bacio. Alcuni direttori scelgono di fare un crescendo per poi fermarsi e consentire al pubblico di applaudire alla fine dell’aria di Werther che è il momento più conosciuto dell’opera, ma Wellber ha preferito non alterare il pathos che monta fino al culmine del bacio.

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Per Charlotte il momento topico arriva sempre nel terzo atto con l’aria delle lettere che ha una forza quasi viscerale. Per te che hai fatto di Charlotte uno dei tuoi personaggi totem é complicato gestire l’emozione e mantenere il controllo durante la performance? 

É certamente molto difficile mantenere il giusto equilibrio. Non possiamo mai abbandonarci completamente anche perchè è fondamentale tenere sotto controllo il pubblico le cui reazioni sono imprevedibili. Mi è capitato in Carmen che non scattasse l’applauso né dopo l’Habanera né dopo l’aria delle carte. D’altronde l’applauso può essere liberatorio, quindi esplode, oppure intimo. In quel caso capisco che non si riesca neanche ad applaudire quando si é completamente   dentro lo spettacolo tanto da  non poter muovere neanche un muscolo.

Durante la recita come leggi l’umore della sala? Quanto tempo ti ci vuole per capire che tipo di pubblico hai davanti e cosa aspettarti?

Dipende molto da come mi sento in palcoscenico.  Se c’è agitazione o nervosismo questo influenza anche me, é inevitabile, perché questi sentimenti sono contagiosi  e si diffondono tra il cast. Quando ci si tranquillizza e la recita va avanti senza problemi, allora posso concentrarmi sul pubblico e sopratutto sul silenzio che prova quanto gli spettatori siano coinvolti. Si sviluppa sempre un’energia che circola tra il palcoscenico e  la platea.

Stiamo parlando di Werther e anche di Carmen, il tuo repertorio è fatto di molti ruoli francesi. Da cosa nasce questa tua predilezione verso le opere francesi?

Anche qui c’entra la Signora Kabaivanska che, durante i miei anni all’accademia di Verona, mi sentì preparare il ruolo di Azucena e da subito mi disse che non ero ancora pronta. É ovvio che ascoltai  il suo consiglio e  preparai invece Dalila, dal momento che già negli anni di conservatorio mi ero accostata a Mon coeur s’ouvre à ta voix. Quando Rania mi sentì disse subito che era adatto alla mia voce e  mi esortò a continuare a studiare quel repertorio. Devo dire tra l’altro che ho una naturale inclinazione verso la lingua francese, la sua musicalità e la Francia in generale.

Un altro ruolo francese che sembra fatto per te è Marguerite della Damnation de Faust.  Ce  l’hai già in calendario?

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Sì, penso di poterlo già anticipare perché la stagione sarà presentata a breve, debutterò nel ruolo a Roma e sarà lo spettacolo inaugurale della nuova stagione con il Maestro Gatti sul podio e la regia di Damiano Michieletto. Le regie di Michieletto sono spesso controverse, in realtà sono sempre molto coerenti e la sua visione drammaturgica è  ben chiara.

La tendenza degli ultimi anni per voi cantanti  è quella di focalizzarsi più su un certo repertorio. Sei d’accordo o preferisci mantenere una scelta più ampia?

A me personalmente dà fastidio essere etichettata o incasellata. Nella mia carriera ho solo escluso a priori Mozart e Rossini perché so che non fanno per me. Di Rossini ho fatto Lo Stabat Mater e la Petite Messe Solemnelle e come opere ho cantato il Guglielmo Tell che è un Rossini  differente e poi è  in francese quindi il mio territorio abituale. La mia strada naturale porta a Verdi,  all’inizio della carriera ho cantato molto Verdi per poi metterlo un po’ da parte. Adesso però ho in mente di ritornare sempre più a questo repertorio. Un mio grande desiderio  sarebbe quello di cantare Eboli nel Don Carlos, quindi ancora francese. Nella versione italiana ho affrontato il ruolo solo in una produzione a Zurigo.

Quando prepari un personaggio nuovo ascolti le interpretazioni del passato? 

Di solito non vado molto indietro, mai più degli anni 70. Anche perché i tempi di esecuzione allora erano molto diversi e poi io sono figlia del mio tempo e non capisco chi resta ancorato alle epoche passate. Proprio come al cinema anche il modo di fare teatro musicale è cambiato e sono del parere che lo spettatore debba entrare in sala con la mente libera e priva di pregiudizi e preconcetti. Il rinnovamento è inevitabile e necessario.

Torniamo alla tua carriera. Tra i personaggi da te affrontati in passato c’è Adalgisa che ultimamente sta un po’ ritornando alla corda sopranile. Sono infatti sempre più numerosi i soprano che cantano questo ruolo. Il tuo registro acuto è sicurissimo, alla luce di questo hai già pianificato una incursione nel repertorio sopranile? 

In effetti è già da un po’ che penso a ruoli come la Lady dal Macbeth e Santuzza dalla Cavalleria Rusticana.  Ovviamente prima di avventurarmi dovrei avere la certezza di poter collaborare con il direttore e con il regista giusti. Se il progetto fosse molto interessante,  con uno sviluppo del ruolo che possa convenirmi allora non esiterei a farlo. Certo ci vuole molta cautela ed è fondamentale stabilire delle tappe di avvicinamento e poi anche cosa cantare dopo. Non si può fare su e giù da una corda all’altra in tempi molto ristretti. La riuscita sta nella giusta programmazione.

Riguardo ai tempi com’è la tua programmazione?  

Il mio calendario è a due o tre anni e devo dire che i teatri italiani arrivano sempre un po’ al fotofinish.

E le vacanze trovano un posto nella tua vita frenetica di cantante giramondo?

Purtroppo le vacanze sono compresse nei piccoli buchi e spesso non sono neanche vere vacanze perché la mente è comunque al prossimo impegno, magari all’inizio delle prove del successivo spettacolo. Poi la vita di coppia é  estremamente complicata quando si fa lo stesso mestiere. Io e il mio compagno ( il tenore Roberto Aronica n.d.r. ) tentiamo di incastrare i nostri calendari per non vederci solo all’aeroporto. …..ma è  tutta una corsa ad ostacoli. Poi però vai in scena, l’adrenalina ti sostiene e il pubblico ti ripaga della solitudine e delle difficoltà.

Empatica, Veronica Simeoni é  così. Una giovane donna moderna che ama la sua professione, tando da trasfondere tutta la sua energia in quello che fa. Il suo talento, la sua voce e il suo essere vera sono un regalo per il pubblico che ha la fortuna di ascoltarla e, ne  sono certa, anche per chi ne incrocia il cammino.

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Das Traumpaar

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Photo Helga Geistanger 

In ambito germanico, dove è nato e continua il loro sodalizio artistico, è così che vengono definiti: Traumpaar,  coppia di sogno, di più, coppia ideale. Le carriere di Ania Harteros Jonas Kaufmann si sono incrociate più volte sin dal 2000 quando si ritrovarono a Francoforte per Così fan tutte, giovani e predestinati ad un futuro artistico luminoso. Lei fresca vincitrice del concorso di Cardiff, prima tedesca ad averlo vinto, e lui esuberante bavarese ancora alla ricerca di un suo centro di gravità.  Pare che alla loro prima collaborazione i due caratteri opposti non facessero presagire nulla di quello che oggi si è  evoluto in una sorta di simbiosi artistica.

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Dopo quasi un decennio, durante l’Opernfestspiele 2009 della Bayerische Staatsoper,  si ritrovano già con carriere luminose, sul palcoscenico del Nationaltheater per Lohengrin. Da allora il Traumpaar si è ricomposto  in nove altre produzioni. A conti fatti l’uno é per l’altra  (e  viceversa) il partner con il quale ha condiviso il maggior numero di recite, e probabilmente anche il più gradito. Eppure siamo di fronte a personalità estremamente diverse; riservata, quasi altera lei, estroverso e mediterraneo lui. Il segreto sta probabilmente nell’implicita accettazione del reciproco valore. La sana competizione che anima le loro performances concorre infatti al miglioramento della prestazione vocale e non alla sopraffazione l’uno dell’altra.

Nel Don Carlo di Monaco (la produzione è  quella del 2006 di Jurgen Rose, tutt’ora in cartellone alla Bayerische Staatsoper ) il loro duetto, che chiude la versione prescelta in quattro atti, è un gioiello di interpretazione meditativa, quasi un momento di astrazione dai rigori della corte spagnola.

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Insieme cantano a fior di labbro, il pianissimo sempre perfettamente appoggiato e udibile fino all’ultimo strapuntino dell’edificio teatrale. Lei un’Elisabetta  regale anche nel tormento interiore,  e lui un Carlo che per un attimo dimentica la labile sua personalità. Entrambi gli interpreti si capiscono, si trovano a meraviglia.

Ancora nel 2012 vengono scritturati  per l’apertura della stagione scaligera,  di nuovo Elsa e Lohengrin li attendono. Anja Harteros è costretta a dare forfait per le prime recite mentre Kaufmann si trova a cambiare due partner prima di ritrovare la sua metà artistica con la quale aveva condiviso tutte le prove.  E’  il Lohengrin ideale che si materializza sul palcoscenico del Piermarini grazie anche alla visione psicoanalitica del regista Claus Guth.

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Dal 2013 al 2016 si ritrovano fianco a fianco in opere del repertorio italiano a cominciare dal  Don Carlo a Salisburgo, nella originaria versione in cinque atti. La regia è quella un po’ stantia e statica di Peter Stein ma i due danno vita ad una coppia straziata e lacerata dopo la breve felicità nell’atto di Fontainebleau. Io vengo a domandar introduce l’incontro scontro fra mondi ormai irrimediabilmente lontani, mani che si sfiorano in riluttanti carezze e momenti sublimati dalla partitura verdiana. In Trovatore  Kaufmann è un Manrico  debuttante. La tessitura non è la più comoda o adatta ma la sua Leonora lo aiuta a rendere indimenticabile il concertato finale in una produzione alquanto controversa.

Poi viene Alvaro, indio e ribelle secondo la regia di Martin Kusej dell’opera innominabile. Si palesa con spavalderia in opposizione ai dubbi aristocratici di Leonora. Le due voci si innervano sulle diversità di carattere ed etnia, vivo ed inevitabile é il contrasto sociale tra le due famiglie. Il primo duetto è incandescente e giocato sulla sospensione dell’incredulità in una storia che ha i caratteri dell’assurdità. Quando la loro collaborazione li porta a Roma,  all’Accademia di Santa Cecilia per Aida, Antonio Pappano è sul podio e in quella occasione  siamo gratificati da un Celeste Aida  che si chiude con il morendo prescritto da Verdi e da un Fatal preda da brividi. Le due voci procedono su una linea di canto immacolata, quasi prendendo fiato l’una dall’altra. Fiducia, grande confidenza e complicità sono la chiave di un finale che contribuisce ad ipnotizzare l’auditorium riempito all’inverosimile.

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Nel 2016 è la volta della prima  Tosca insieme. La concertazione di Kirill Petrenko finalmente anima una produzione mai amata, a firma Luc Bondy. Dalla bacchetta del direttore russo esce un’opera  che si reinventa e galvanizza i due interpreti.

La coppia si ricompone ancora una volta a Monaco proprio in questo mese di Marzo ed è  una scommessa vinta per entrambi. Lei che dissipa i dubbi sulla sua capacità di calarsi appieno nel repertorio italiano, lui che fuga le perplessità sul futuro della sua carriera. I filati di Anja Harteros sono ipnotici e persino gli acuti, solitamente alquanto taglienti hanno il pregio della morbidezza. Nonostante Andrea Chènier sia sempre vista come un’operaccia , la coppia non ha paura di affondare anima e corpo nell’atmosfera verista. Il temperamento riservato del soprano si spersonalizza e vibra invece degli avvenimenti tragici che Maddalena Di Coigny vive. È una donna appassionata che dimentica la rigida etichetta e lotta con ardore per il suo amore. Un’Anja Harteros così appassionata non si era ancora vista, la simbiosi artistica con Jonas Kaufmann è totale così che anche lui si libera lanciandosi in un grande finale, cantato in tono da entrambi.  Non sarà uno Chènier ideale, non sarà esplosivo come questo o quello del recente o lontano passato, ma è un  incontro fra due personalità talmente diverse da completarsi a vicenda, che si conoscono alla perfezione, si stimano, si rispettano e giustamente compongono un Traumpaar.

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Una Norma per due (teatri)

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La cronica ricerca di economie produttive costringe i teatri d’opera italiani ad inventarsi delle soluzioni intelligenti per presentare al pubblico nuovi allestimenti. Si ricorre così a noleggi, magari non ancora visti nel luogo specifico, o a  coproduzioni, al fine di comprimere costi  ormai proibitivi.

È  interessante quindi comparare la stessa messa in scena così  come appare o come viene montata in due o più teatri differenti, anche a diversi anni di distanza e, spesso, con la sola presenza di un assistente invece del regista che l’ha creata in origine.

È il caso del Don Carlo in cinque atti proveniente dal Festival di Salisburgo e recentemente presentato alla Scala. Il palcoscenico del Festspielhaus della cittadina austriaca è  infatti conformato diversamente da quello milanese, il che ha imposto il taglio di intere sezioni della già minimalista scenografia in funzione della diversa superficie. A questo si aggiunge l’inevitabile impiego di imponenti  masse artistiche tipico di un Grand Opéra come il Don Carlo, per la cui gestione  è necessario un lavoro specifico. Se infatti lo spazio scenico nel quale coro e comparse si muovono non è sfruttato con coerenza si rischia l’effetto ora di punta, con movimenti o peggio immobilismo regolati meccanicamente, quasi come ad un semaforo a più tempi.

Ancora più  complesso è il passaggio di una produzione da un luogo atipico, quale può essere un anfiteatro o un’arena, ad un edificio teatrale vero e proprio. È questo il caso di Norma, coprodotto da Macerata Opera Festival insieme alla Fondazione Teatro Massimo di Palermo. Lo spettacolo è stato presentato originariamente all’arena Sferisterio del capoluogo Marchigiano la scorsa estate ed è stato ripreso poche settimane fa in Sicilia. Si tratta di un allestimento di grande impatto visivo, basato su un’intricata rete di funi, stracci, fettucce che, nella vastità del palcoscenico maceratese, molto allungato e delimitato da un incombente muro di mattoni, aveva una forza espressiva dirompente per via di un progetto luci accurato e di un governo abbastanza agevole sia della componente scenografica che dei personaggi presenti in scena. Il finale con il confronto tra Norma e l’infido amante Pollione, risultava ancor più cruciale non solo per la forza drammatica della scrittura belliniana, ma anche e soprattutto per le lunghe cime fatte di metri e metri di stracci che serravano i polsi del  proconsole romano mentre tentava invano di divincolarsi.

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A Palermo i due registi Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi hanno curato personalmente la ripresa e si è  notato il lavoro di adattamento quasi sartoriale allo spazio scenico a disposizione. Sia pure negli immutati confezione (il packaging dell’allestimento) e concept, sin dall’inizio è stata chiara la volontà di calare l’idea originaria nel diverso ambiente. Qui Norma agiva in una società multietnica, la sua, con un richiamo  alla realtà di oggi del capoluogo siciliano. Se a Macerata la sinfonia ci presentava il quadro felice nella mente della protagonista con l’ipotetica famiglia nella quale entrambi i genitori giocavano a rimpiattino con i due figli, a Palermo tale immagine era scomparsa. I figli della colpa, tra l’altro di diversa etnia , giocavano solo con la madre intrecciando e scambiandosi una cordicella che simbolicamente simulava la rete di legami affettivi.

Al gran movimento coordinato delle masse sul palcoscenico dello Sferisterio si opponeva un uso millimetrico  delo spazio nella sala del Basile. Qui le pedane a rialzare la superficie scenica,  reti, graticce, ed intrecci di funi rendevano ancor più l’idea di una società ancestrale della colpa, mentre lo spazio aperto Marchigiano sottolineava soprattutto il rapporto stretto fra Norma e Medea con un richiamo agli agoni della grecità.

L’impressione finale è quella di due spettacoli simili ma al contempo profondamente differenti, pur nell’identica confezione. Persino i costumi con gli  elementi ripresi dalle scenografie si apprezzavano maggiormente per la cura del dettaglio,  o era forse la minore distanza tra pubblico e palcoscenico che a Palermo li rendeva più interessanti.

Musicalmente un confronto sarebbe sterile o quanto meno improponibile per via delle differenti condizioni acustiche. Inutile fare paragoni fra cast o insistere sulla concertazione dei due direttori. Ciò che resta negli occhi, nella mente e nelle orecchie dello spettatore è la forza drammatica e narrativa di Bellini, in un contesto coerente e rispettoso che, saldato alla musica, supporta e scruta la dimensione privata e pubblica di Norma, Pollione ed Adalgisa.

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Sehnsucht, struggimento, yearning, langueur

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C’é uno strumento in orchestra la cui voce suggerisce come nessun altra quel sentimento di profondo desiderio, unito alla sensazione di vuoto e mancanza dell’altro, al quale la lingua tedesca ha dato il nome  Sehnsucht. Impropriamente chiamato struggimento e meglio definito yearning in inglese, delinea un intero universo legato agli affetti più intimi della sfera personale. L’etimologia oscura e controversa ne fa risalire l’affascinante nome, corno inglese, all’espressione francese cor anglé , angolato, perchè in origine presentava una canna che formava un angolo al centro. Per assonanza l’aggettivo anglé fu tradotto erroneamente come inglese, in realtà si trattava di un parente prossimo dell’oboe, anch’esso ad ancia doppia, e nulla aveva a che vedere con i corni. La sua sonorità è difatti molto vicina a quella del più conosciuto fratello, è solo più piena e meno penetrante per via dell’estensione una quinta sotto.

Nel teatro musicale fu Rossini che per primo lo impiegò  come strumento solista in orchestra nell’ouverture del Guglielmo Tell, sfruttandone la voce melanconica per descrivere la serenità ritrovata dopo il temporale. Non era ancora struggimento, bensì  uso quasi pastorale, in una rielaborazione raffinata del ranz des vaches , il canto popolare degli allevatori svizzeri.

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Diventò langueur  già in Berlioz, in quella straordinaria invenzione melodica che è la romanza di Marguerite, D’amour l’ardente flamme, nella quarta parte della Damnation de Faust. Era il 1846 e il compositore francese aveva ultimato la stesura definitiva del materiale motivico risalente al 1829 e contenuto nelle Huit scènes de Faust. La sua era una personale rielaborazione del mito di Faust secondo Goethe, all’interno della quale la figura dell’innocente fanciulla sedotta e abbandonata passava dall’innamoramento alla disillusione in un’amara espansione lirica. Ricordo bruciante, attesa vana, desiderio e speranza sono nell’emozionale tessuto orchestrale che sostiene la voce nell’aria cantata da una Marguerite stanca che si strugge d’amore. Il corno inglese introduce l’episodio e prepara il terreno sul quale il canto si muoverà, contestualizza l’aria a metà del percorso, infine chiudendo nostalgico, strumento obbligato in orchestra che tocca le fibre di una ferita perennemente esposta che potrà rimarginarsi solo al ritorno dell’amato.

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Solo un anno più tardi, nel 1847, al Teatro della Pergola di Firenze debutta Macbeth che Verdi trae dall’omonima tragedia di Shakespeare. Qui il corno inglese appare quasi straniante. Più che sottolineare uno struggimento suggerisce e descrive la follia della sanguinaria Lady Macbeth nel momento in cui la sua mente è già stata inghiottita dall’allucinato rigurgito di coscienza. Siamo nel quarto atto, i profughi scozzesi lamentano lo stato di sanguinaria repressione nel quale versa la loro patria sotto il tiranno Macbeth, Macduff piange lo sterminio della sua famiglia e i sensi di colpa fino ad allora sopiti divorano la Lady  nella celebre scena del sonnambulismo. Verdi prescrive la sordina per  gli archi, clarinetto e corno inglese sono obbligati.  L’atmosfera si incupisce mentre i due strumenti introducono la regina. Il canto è spezzato, fatto di frasi smozzicate intervallate dagli interventi del corno inglese fino alla conclusione. Il clima è allucinato in un perfetto connubio di forza drammatica  e musicale.

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Nel Tristano e Isotta si ha la consacrazione dello strumento che del resto ricopre un ruolo sostanziale nella concezione sonora di Wagner. Collocate all’inizio del terzo atto troviamo 40 battute di straordinaria bellezza, forse il più geniale assolo mai scritto per il corno inglese che, secondo i dettami del compositore, dovevano essere intonate dallo strumentista dell’orchestra e non da un solista. E’ un triste lamento che racchiude nel suo timbro la sublimazione dell’attesa, la  lotta interiore e il delirio di Tristano morente.

E poi come dimenticare la consapevolezza di Don José, l’accettazione passiva dell’amore che sconvolgerà la sua esistenza in Carmen….Prima che il tenore  intoni La fleur que tu m’avais jétée è sempre il corno inglese che riprende da solo il tema del destino già enunciato nell’ouverture dai tremoli degli archi e dai tromboni. Lo stesso tema apparirà ancora nel corso dell’opera, mai però così languidamente addolcito a snudare i sentimenti del protagonista.

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Conversando con… Luca Salsi e Virginia Tola

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Luca Salsi Virginia Tola sembrano aver assimilato l’essenza del vivere palermitano. A pochi giorni dall’inaugurazione della stagione 2017 del  Massimo di Palermo, dopo lunghe prove per montare la nuova produzione di Macbeth, gustano il loro lunedì di riposo in uno dei templi dell’ozio cittadino, il Caffé Spinnato, a pochi passi dal teatro. Coppia nella vita oltre che sul palcoscenico (benché la Lady Macbeth di Virginia non si incontri qui con il consorte vero in quanto inserita nel cast alternativo) , le loro due voci si integrano e si completano mentre si raccontano e raccontano del loro primo approccio alla musica. Virginia in Argentina, come tutte le bambine curiose, assaggiava un po’ di tutto, danza, pianoforte, flauto …..per poi “innamorarmi di un coro a otto anni. Subito ne sono entrata a far parte e quando, a dodici anni, ho visto in TV la Carmen con Placido Domingo ho capito cosa fosse il teatro cantato e ne sono rimasta incantata.”

E Luca che aveva iniziato a studiare pianoforte a sei anni. “Poi mi è venuto a noia e ho concentrato le mie energie sul calcio. Avevo sedici anni quando ho assistito all’esibizione di un coro, l’Ildebrando Pizzetti di Parma che c’è ancora! Il maestro del coro mi  ascoltò invogliandomi a studiare canto. Mi preparò per l’ammissione al conservatorio, presentai Non più andrai farfallone amoroso e fui ammesso. A ventidue anni ho cominciato la mia carriera e da allora non mi sono mai fermato.

Quasi all’unisono, lui deciso e assertivo, lei con garbo ma guardandosi negli occhi rispondono alla mia curiosità su eventuali ripensamenti sulla carriera prescelta.

Luca: “a sedici anni avevo già deciso che volevo fare il cantante. Sono andato diritto per la mia strada senza mai guardarmi indietro.”

Virginia: “anche per me è stata la stessa cosa. Non ho mai avuto dubbi e tra i quindici e i diciotto anni ho studiato privatamente. Poi sono entrata al Colòn e ho cominciato a vincere dei concorsi importanti che hanno fatto da trampolino di lancio per la mia carriera.”

Non sono restii a parlare di loro come coppia e mi raccontano del loro primo incontro “Una Bohème a Los Angeles nel 2007. Ma ci siamo innamorati due anni più tardi quando eravamo marito e moglie nel Falstaff a Liegi. E’ iniziato con Verdi e continua ancora con Verdi!”  Una rarità sentire un uomo parlare della sua vita privata senza recitenze. E ancora più interessante è osservare il modo in cui spiega con apparente nonchalance il suo amore incondizionato per il repertorio verdiano. “No, non mi annoio mai a ripetere un personaggio di  Verdi. Ogni volta che riprendo in mano uno spartito di una sua opera scopro sempre qualcosa di nuovo, dettagli preziosi che non avevo ancora approfondito. La noia mi colpisce solo a proposito della interpretazione registica. Specie se ti trovi intrappolato in una produzione orrenda, allora mi sento prigioniero!”

A ridosso della prima di Macbeth con la regia di Emma Dante Gabriele Ferro sul podio mi parlano invece con entusiasmo di questa nuova esperienza.

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Virginia: “Emma ha un suo stile ed è abituata a lavorare con un suo gruppo di attori, il che ci dà anche molta libertà nel cantare mentre loro si muovono in palcoscenico. C’è un rapporto di grande collaborazione perchè abbiamo costruito le varie scene insieme, lei è sempre stata aperta e generosa nei confronti delle nostre esigenze di cantanti. È partita dal testo di Shakespeare  e mi ha fatto notare alcune cose del libretto sulle quali non mi ero molto soffermata, ma allo stesso tempo ci ha dato ascolto a proposito di alcuni particolari squisitamente musicali.”

Luca: “E’ vero che è molto esigente con i cantanti, ma abbiamo lavorato molto bene. Io personalmente ho fatto diverse produzioni di Macbeth, ma posso dire che ho trovato in questa regia delle idee nuove e geniali. Si vede che Emma è abituata a scavare nei personaggi, a sviscerarne le ambiguità e le doppiezze anche perchè quello di Macbeth è un libretto  estremamente difficile. D’altra parte trovo che musicalmente in questa opera ci sia già tutto. Solo seguendo le indicazioni minuziose e dettagliate in partitura il personaggio è già bell’e fatto.”

Inevitabile la domanda sulla routine quotidiana del cantante-attore durante le prove di un nuovo spettacolo e ancor più sorprendente l’estrema franchezza che guida le loro risposte.

Luca: “una nuova produzione è sempre molto stimolante perchè concorriamo alla creazione di un qualcosa dal nulla. Però d’altro canto si rimane impegnati per quasi due mesi e, sono sincero, io personalmente arrivo ad un certo punto in cui difficilmente riesco a trovare nuovi stimoli durante il lungo periodo di prove.”

Virginia smorza gli animi “Amare questo lavoro significa anche amare il periodo di  prove. Capisco che per i teatri che scritturano un intero cast o magari due è difficile sapere come e quanto velocemente ciascun cantante reagirà. Noi due siamo abbastanza reattivi e nel caso di questo Macbeth avevamo già montato l’intera opera in dieci giorni, ma c’è chi ha bisogno di più tempo, è comprensibile.”

Luca: “per quanto mi riguarda quando sono impegnato con un’opera che ho già fatto più volte non canto quasi mai alle prove. Sopratutto in questa stagione, siamo sempre un po’ preoccupati di ammalarci. Quando non mi sento a posto con la voce mi rendo conto di essere intrattabile!”

Virginia: “è vero, quando non siamo in perfetta forma questo è fonte di grande stress.”

Luca: “qui a Palermo tra l’altro abbiamo scelto la seconda versione del Macbeth, quella del ’65 con il finale del ’47, mantenendo così l’aria che io trovo necessaria per la definizione del personaggio. Recentemente questa stessa edizione ibrida  l’ho cantata al Liceu di Barcellona. Certo questo moltiplica l’impegno, tanto che fra una recita e l’altra ho bisogno di almeno due giorni di riposo.

Sui progetti futuri fa capolino la difficoltà di vivere una vita di coppia tra valigie e aerei in partenza per località e continenti diversi.

Virginia : “è il mio debutto nel ruolo di Lady Macbeth, questo personaggio che è il vero motore di tutta l’opera. Sono felice che avvenga qui a Palermo dove ho già cantato nel Ballo in Maschera un paio di stagioni fa. Luca mi ha aiutato enormemente nello studio di questo nuovo ruolo.”

Lui la  interrompe ridendo: “La mia parte la conosceva già per tutte le volte che mi ha seguito nelle produzioni di Macbeth in cui ho cantato! Ha dovuto solo concentrarsi su alcuni passaggi obiettivamente molto impegnativi. “

Virginia : “Finite le mie recite al Massimo volerò in Argentina al Colòn per Adriana Lecouvreur. È un teatro che amo profondamente non soltanto perché è il teatro dove mi sono formata, ma anche perché l’acustica è perfetta nonostante abbia una capienza di 4000 posti. Tra l’altro è sempre pieno ed ha una programmazione molto ricca.”

Luca : “Io invece sarò a Monaco per Andrea Chènier.  È sempre molto difficile rimanere separati per un lungo periodo. Se cantiamo in Europa saltiamo da un aereo all’altro quando abbiamo qualche giorno libero, ma quando siamo in due continenti diversi è impossibile. Devo confessare che io lavoro benissimo in Germania e nel caso dello Chènier, che vedrà il mio debutto nel ruolo di Gèrard, le prove inizieranno ad inizio Febbraio. Sarà una delle mie poche incursioni fuori dal mio repertorio prediletto, ma è un progetto importante con Jonas Kaufmann, Anja Harteros e il Maestro Omer Meir Wellber  sul podio. Non so ancora nulla della messa in scena che sarà curata da Philipp Stölzl…….speriamo bene.  E poi a maggio sarò di nuovo Rigoletto ad Amsterdam con la regia di Damiano Michieletto. Non posso ancora rivelare nulla ma ne ho già parlato a lungo con lui. Ad Ottobre invece sarò di nuovo in scena con Virginia.”

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Virginia Tola , Tosca al Teatro dell’Opera di Roma

Virginia: “Sì, riprenderò Tosca  al Teatro dell’Opera di Roma. Ho già cantato in quella produzione che ha il pregio di aver ricostruito la prima Tosca che debuttò proprio al Costanzi nel 1900, presente Puccini. E Luca sarà  Scarpia per la prima volta.”

Altra risata franca di Luca Salsi “Così finalmente Virginia mi ammazza!”

Non mi stancherei mai di ascoltare l’eccellente baritono verdiano che tanto ha studiato e capito il senso della parola scenica, dall’ampia cavata e dagli accenti scolpiti, e il soprano elegante e dal fraseggio espressivo. È innegabile che formino una splendida coppia, professionalmente sono ineccepibili, ma ciò che colpisce è la semplicità con la quale si raccontano. In bocca al lupo Macbeth e Lady Macbeth !

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Traghettando nel 2017

Amneris Vagante traghetta nel 2017  accingendosi così ad entrare nel terzo anno di vita. Questo non è un consuntivo né un bilancio, ma una valutazione soggettiva basata su una personale statistica e su passioni e preferenze consolidate.

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Il 2015 è stato l’anno di Jonas Kaufmann, seguito nella sua evoluzione verso un repertorio sempre più lirico – spinto se non addirittura drammatico. Da uno Chènier memorabile  al Radamès sottilmente combattuto,  al Canio femminicida  alter ego di un  Turiddu da cartolina mafiosa, passando per Don José,  Des Grieux che è ormai la sua seconda pelle, Florestan affetto da PTSD (Post Traumatic Shock Disease) finendo con Faust in procinto di partire per Marte …….il talento camaleontico del tenore tedesco ha marcato  il territorio in quell’anno solare.

La Damnation de Faust (Saison 2015-2016)

Nel caldo giugno milanese il suo recital scaligero lo ha anche mostrato fragile, nonostante la solita kontrollierte Extase che dice essere il suo unico credo . Ansia da prestazione impalpabile che aleggiava in sala, tenuta a freno con rigore fino al fremito finale…..pubblico in delirio, guest list interminabile con assalto al camerino …..pressione psicologica e invadenza dei fans…..

Non è semplice gestire una carriera fatta di aerei e ipad con nuovi ruoli da studiare e personaggi da approfondire e consolidare,  tra tour promozionali e mondi paralleli che si avvicinano pericolosamente. Inchino profondo di fronte ad un anno d’oro in cui ha espresso il meglio di sé,  ma che gli ha anche mostrato il lato oscuro della fama e di relazioni professionali e personali spesso mendaci. Si sa , il tenore è l’eroe sul quale si concentrano le aspettative maggiori del pubblico operistico seriale, tra tessiture più o meno estese, note più o meno acute, puntature  e portamenti.

Il 2016 così non è stato  l’anno di Jonas Kaufmann, impossibile ripetere una stagione di grazia come quella precedente e in attesa di un 2017 con un traguardo importante, forse decisivo, in una carriera ventennale : Otello alla Royal Opera House con Sir Tony Pappano a supportarlo e sostenerlo nel suo debutto nel ruolo.

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Il 2016 per Amneris Vagante reca  un altro sigillo , quello di Renè Pape e  del suo Filippo II. Visto e ascoltato alla Opernhaus di Zurigo, questo sovrano spagnolo è un uomo imprigionato nella sua funzione pubblica. La ragione di Stato lo fa spavaldo nel cacciare la contessa d’Aremberg,  per poi renderlo meschino, roso dal tarlo della gelosia nel suo studio, al cospetto di una consorte irreprensibile e giustamente irata per il furto del cofanetto contenente i gioielli. Già l’introduzione del violoncello solo si era aperta su un Filippo incapace di prender sonno ,  vinto dal dubbio se dorme il prence,  veglia il traditor, il capo appoggiato alla spalliera della poltrona, piegato ora a destra ora a sinistra, e poi il ricordo amaro dell’arrivo della giovane sposa quasi rassegnata all’idea di un marito già avanti negli anni. La voce di Renè Pape oscilla tra l’orgoglio ferito del sovrano e l’anelito verso affetti sinceri che il suo stesso rango gli preclude, in un flusso continuo mobilissimo, elegante e  nuancé sovra ogni cosa.  L’allestimento è minimal,  la ripresa della produzione è di routine, ma Filippo II emerge come cesellato da un grande artista.

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Il 2016 di Amneris Vagante si chiude così,  con l’immagine di un nobile capo che non trova pace nel privato del suo studio. Ci scopriamo tutti più fragili e fatti di materia povera grazie alla sapienza di Giuseppe Verdi e all’interpretazione di Renè Pape.

Per un attimo ritorna alla mente un’altra grande parabola: quella di Wotan, il Wotan collerico eppure addolorato per la disubbidienza della figlia prediletta Brünnhilde.  Ancora Renè Pape a Baden-Baden in un ruolo dalla tessitura scomoda per un basso cantante come lui. Il  performer intelligente aveva schivato le difficoltà optando per una interpretazione sfumata e piena di sottigliezze, laddove non poteva competere sulla muscolarità e sulla potenza.

Sì,  il 2016 è per Amneris Vagante quello di Renè Pape.

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Photo Helga Geistanger

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Otello l’extracomunitario

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Percorso affascinante ed estremamente attuale quello del Macerata Opera Festival 2016 che, attraverso il filo conduttore Mediterraneo, ha legato tre  melodrammi così differenti come Otello, Norma e Trovatore al tema della migrazione e della diversità di razza, cultura, etnia. Otello  di Verdi è stato anche scelto per celebrare i 400 anni della morte di William Shakespeare ,  aprendo e chiudendo l’offerta operistica della manifestazione marchigiana. Per Francesco Micheli, demiurgo del festival, il Moro di Venezia  è un immigrato africano, tollerato a mala pena per i suoi successi militari che scatenano l’odio razziale e il nichilismo di Jago . Paco Azorin, regista e scenografo di questa coproduzione con il Festival  Castell de Peralada, ha puntato molto sull’ atmosfera noir , quasi scapigliata del libretto di Arrigo Boito , claustrofobicamente delineata attraverso dei semplici elementi scenici a losanga che di volta in volta si componevano o separavano  in perfetto accordo con le efficaci videoproiezioni a cura di Pedro Chamizo.   Il leone di Venezia imponente e mastodontico sul palcoscenico rappresentava il potere della Repubblica marinara, incombente nel suo moltiplicarsi sulla scenografia naturale costituita dal muro di fondo dello Sferisterio. I costumi stessi di Ana Garay  ,  neri e senza tempo per Iago ed i suoi sgherri , oltre che per il coro , contribuivano a mantenere il senso di una tragedia ormai scritta sul cielo rossastro da bolgia infernale riprodotto dal datore luci, l’idra fosca scatenata dal perfido alfiere che stringeva  Otello in una morsa. Solo Desdemona era circondata da un alone di purezza nella sua veste candida che non l’abbandonava mai e ancor più sul letto di morte, innocente e pia creatura, predestinata vittima di un femminicidio ante litteram.

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Una produzione visivamente accattivante fatta di pochi elementi e di un uso intelligente dell’anomalo spazio scenico oltre che del videomapping , non può che richiedere una compagnia di canto in grado di dar vita ai personaggi non solo musicalmente ma anche scenicamente. Per Boito l’Otello è un dramma psicologico, così come per Verdi è alternanza e conflitto violento tra individualità contrapposte. I tre interpreti principali sono infatti dei simboli: Jago l’invidia, Desdemona la purezza e Otello la gelosia. Tutto ciò si delinea nello stile declamatorio e moderno del primo, nel tradizionale  belcanto della protagonista e nell’oscillare fra canto e urlo selvaggio del Moro.  Roberto Frontali , in accordo perfetto con le intenzioni della regia e con la scrittura verdiana, ha disegnato un alfiere mellifluo, Deus ex Machina dell’intera vicenda e quasi sempre in scena. Malignamente sottile nel brindisi del primo atto, palesava tutta la sua indifferenza per ogni valore morale nel recitativo e nel Credo seguente, fino a farsi genio del male assoluto nel colloquio con il Cassio  luminoso e incisivo di Davide Giusti . Un Otello monolitico ed inespressivo come Stuart  Neill non poteva risultare che perdente al confronto. Poco mobile, passivamente subiva la vastità del palcoscenico atipico dello Sferisterio.  Nè  guerriero nè amante appassionato,  nè uomo lacerato dalla gelosia nè  vile femminicida, infilava una nota dopo l’altra,  incapace di quella fugace estasi sensuale in Già nella notte densa e dello strazio del prolungato monologo Dio mi potevi scagliare . Unico segno evidente della sua disperazione afferrare Desdemona per i capelli nel drammatico confronto con la sua sposa durante il concertato del terzo atto. Persino l’uxoricidio finale era compiuto dagli sgherri di Jago mentre Otello si limitava a finire l’ innocente per di più  pasticciando col testo per tutto il quarto atto.

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 Jessica Nuccio scatenava invece l’entusiasmo del pubblico con la sua linea melodica elegante ed ininterrotta, nonostante la fatica di un primo duetto quasi interamente sulle sue spalle. La sua era una Desdemona costretta a maturare in fretta, dall’ estasi delle effimere gioie coniugali agli intrighi di Jago e all’abisso che si spalancava ai suoi piedi. Incredula e straniata durante l’accusa del terzo atto, aveva accenti di grande lirismo poetico nella sua grande scena del quarto atto. Sola in palcoscenico, eterea nella sua veste bianca ,  evocava poeticamente il racconto della madre nella Canzone del salice chiudendo con un commiato toccante ad Emilia , l’ottima Tamta  Tarieli, sul suggestivo sfondo di un salice proiettato sulla parete rettostante.  Di grande fascino l’Ave Maria  che precede l’uxoricidio,  nella quale il soprano interpretava quasi in trance l’addio alla vita. La voce  sempre ben proiettata, avvincente con il suo timbro fresco ed elegante , serviva a dovere un esordio nel ruolo di assoluto valore. Riccardo Frizza  governava poi con attenzione l’Orchestra Filarmonica Marchigiana sostenendo cantanti e coro e puntando sulle sezioni di maggiore valore quali gli strumentini e i violoncelli vista la debolezza degli ottoni. Nel complesso una lettura convenzionale quella del direttore, funzionale e tesa comunque a mantenere un  equilibrato rapporto fra buca e palcoscenico. Se solo non fosse così difficile trovare un Otello all’altezza di tale capolavoro!

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Attila appeso per i polsi

 

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Ha senso mettere in scena il Verdi degli anni di galera (ma quanto è abusata e trita questa espressione! ) senza un’idea chiara e senza una scelta ben precisa? Può la sola musica compensare la mancanza di una  vera regia? È opinabile,  è un giudizio soggettivo, ma in certe condizioni ci si  chiede se una versione concertante non avrebbe avuto un maggiore impatto. Per fortuna, nell’Attila ancora in cartellone al Teatro Massimo di Palermo, ci è stata almeno risparmiata la visione dei pettorali tatuati dell’ottimo protagonista Erwin Schrott  finito miseramente appeso per i polsi prima di essere trafitto. Sentite com’è andata. ……

http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/palermo-teatro-massimo-la-prima-volta-di-attila-nella-sala-del-basile

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