Alberto Zedda, in memoriam

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Alberto Zedda si è spento ieri e la sua morte segna la perdita di un grande musicista, direttore d’orchestra e musicologo, oltre che della massima autorità in campo rossiniano. Direttore artistico del Rossini Opera Festival per quasi trent’anni,  ha curato l’edizione critica di diverse opere del grande compositore pesarese contribuendo attivamente alla Rossini Renaissance. 

Ma poiché é impossibile ridurre in pillole la sua attività multiforme, mi piace ricordare il grande maestro attraverso la collaborazione virtuosa con Claudio Abbado. Zedda aveva lavorato sulla partitura del Barbiere di Siviglia per Casa Ricordi , sfrondandola e ripulendola da incrostazioni e prassi esecutive di dubbio gusto,fino a completare l’edizione critica pubblicata poi nel 1969. Abbado era già al corrente dell’imponente lavoro di ricostruzione filologica nel quale era impegnato il  musicologo, tanto che , ancor prima della stampa della nuova partitura,  aveva deciso di presentare quell’opera emendata al Festival di Salisburgo . Con Ponnelle  fu realizzata una produzione che diventò poi una pietra miliare nella storia dell’interpretazione del Barbiere. 

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L’anno successivo fu infatti riproposta alla Scala e fu tale il successo che da quello spettacolo nacque l’idea di farne un film, poi uscito nel 1971, oltre alla registrazione discografica storica per la Deutsche Grammophon.  

Ancora più stretta fu la collaborazione tra Zedda ed Abbado per la Cenerentola coprodotta nel 1971 dal Maggio Musicale Fiorentino e dal Festival di Edimburgo. In quella occasione , dopo aver compiuto la revisione sull’autografo di Rossini, il musicologo corresse con inchiostro rosso la vecchia edizione Ricordi, fornendo così al direttore milanese un nuovo supporto musicale su cui lavorare.

Entrambi  grandissimi, hanno unito il loro amore per la ricerca filologica nel campo musicale. Le loro morti a distanza di tre anni l’una dall’altra li riuniscono .

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Una Norma per due (teatri)

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La cronica ricerca di economie produttive costringe i teatri d’opera italiani ad inventarsi delle soluzioni intelligenti per presentare al pubblico nuovi allestimenti. Si ricorre così a noleggi, magari non ancora visti nel luogo specifico, o a  coproduzioni, al fine di comprimere costi  ormai proibitivi.

È  interessante quindi comparare la stessa messa in scena così  come appare o come viene montata in due o più teatri differenti, anche a diversi anni di distanza e, spesso, con la sola presenza di un assistente invece del regista che l’ha creata in origine.

È il caso del Don Carlo in cinque atti proveniente dal Festival di Salisburgo e recentemente presentato alla Scala. Il palcoscenico del Festspielhaus della cittadina austriaca è  infatti conformato diversamente da quello milanese, il che ha imposto il taglio di intere sezioni della già minimalista scenografia in funzione della diversa superficie. A questo si aggiunge l’inevitabile impiego di imponenti  masse artistiche tipico di un Grand Opéra come il Don Carlo, per la cui gestione  è necessario un lavoro specifico. Se infatti lo spazio scenico nel quale coro e comparse si muovono non è sfruttato con coerenza si rischia l’effetto ora di punta, con movimenti o peggio immobilismo regolati meccanicamente, quasi come ad un semaforo a più tempi.

Ancora più  complesso è il passaggio di una produzione da un luogo atipico, quale può essere un anfiteatro o un’arena, ad un edificio teatrale vero e proprio. È questo il caso di Norma, coprodotto da Macerata Opera Festival insieme alla Fondazione Teatro Massimo di Palermo. Lo spettacolo è stato presentato originariamente all’arena Sferisterio del capoluogo Marchigiano la scorsa estate ed è stato ripreso poche settimane fa in Sicilia. Si tratta di un allestimento di grande impatto visivo, basato su un’intricata rete di funi, stracci, fettucce che, nella vastità del palcoscenico maceratese, molto allungato e delimitato da un incombente muro di mattoni, aveva una forza espressiva dirompente per via di un progetto luci accurato e di un governo abbastanza agevole sia della componente scenografica che dei personaggi presenti in scena. Il finale con il confronto tra Norma e l’infido amante Pollione, risultava ancor più cruciale non solo per la forza drammatica della scrittura belliniana, ma anche e soprattutto per le lunghe cime fatte di metri e metri di stracci che serravano i polsi del  proconsole romano mentre tentava invano di divincolarsi.

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A Palermo i due registi Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi hanno curato personalmente la ripresa e si è  notato il lavoro di adattamento quasi sartoriale allo spazio scenico a disposizione. Sia pure negli immutati confezione (il packaging dell’allestimento) e concept, sin dall’inizio è stata chiara la volontà di calare l’idea originaria nel diverso ambiente. Qui Norma agiva in una società multietnica, la sua, con un richiamo  alla realtà di oggi del capoluogo siciliano. Se a Macerata la sinfonia ci presentava il quadro felice nella mente della protagonista con l’ipotetica famiglia nella quale entrambi i genitori giocavano a rimpiattino con i due figli, a Palermo tale immagine era scomparsa. I figli della colpa, tra l’altro di diversa etnia , giocavano solo con la madre intrecciando e scambiandosi una cordicella che simbolicamente simulava la rete di legami affettivi.

Al gran movimento coordinato delle masse sul palcoscenico dello Sferisterio si opponeva un uso millimetrico  delo spazio nella sala del Basile. Qui le pedane a rialzare la superficie scenica,  reti, graticce, ed intrecci di funi rendevano ancor più l’idea di una società ancestrale della colpa, mentre lo spazio aperto Marchigiano sottolineava soprattutto il rapporto stretto fra Norma e Medea con un richiamo agli agoni della grecità.

L’impressione finale è quella di due spettacoli simili ma al contempo profondamente differenti, pur nell’identica confezione. Persino i costumi con gli  elementi ripresi dalle scenografie si apprezzavano maggiormente per la cura del dettaglio,  o era forse la minore distanza tra pubblico e palcoscenico che a Palermo li rendeva più interessanti.

Musicalmente un confronto sarebbe sterile o quanto meno improponibile per via delle differenti condizioni acustiche. Inutile fare paragoni fra cast o insistere sulla concertazione dei due direttori. Ciò che resta negli occhi, nella mente e nelle orecchie dello spettatore è la forza drammatica e narrativa di Bellini, in un contesto coerente e rispettoso che, saldato alla musica, supporta e scruta la dimensione privata e pubblica di Norma, Pollione ed Adalgisa.

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Sinergie

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In area germanica si parla spesso di zusammen musizieren e lo stesso Claudio Abbado ne aveva fatto il suo credo o il suo motto se vogliamo. Non c’è prova musicale che possa prescindere da questo assunto, in quanto esempio massimo di comunicazione non verbale. Dopo tutto è quello che ci colpisce, quello che cerchiamo in teatro e nella sale da concerto durante le performance degli artisti che andiamo a sentire e vedere.

Dunque la sinergia tra le parti è quanto rende una prova più o meno riuscita. E’ questa la chiave dello zusammen musizieren, l’essere in relazione sinergica, lontano da gerarchie e senza alcuna supremazia l’uno sull’altro. Questo è quanto succede quando Sir Tony Pappano dirige o accompagna al piano. Succede allora che il cd Shakespeare Songs, nel quale Ian Bostridge canta liriche ispirate dai drammi e sonetti del Bardo accompagnato al piano dal direttore baronetto, vinca un Grammy Award, l’equivalente dell’oscar della musica.

Succede anche che Jonas Kaufmann, in un momento delicato della sua carriera, si affidi a Pappano per ritornare a Siegmund a sei anni dal debutto newyorkese nel ruolo. Lo si vede inequivocabilmente nell’eye contact che corre come un filo sotterraneo tra cantante e direttore durante tutto il concerto. Lo sguardo da camaleonte del maestro segue contemporaneamente gli strumentisti, la Sieglinde impetuosa di Karita Mattila e il selvaggio Hunding di Eric Halfvarson , ma sorregge in special modo il Siegmund fragile, estremamente umano del tenore tedesco. Lo si sente respirare con lui, attento a costruire il più straordinario tappeto sonoro che Wagner abbia mai potuto concepire per questo scontro fra umani disperati, braccati e senza speranza. Fragende Frau diventa l’amaro canto del condannato dalle cui viscere  erompe l’urlo quasi sovrumano dell’anti-eroe che invoca l’aiuto del padre, un Waelse Waelse! che squassa la Barbican Hall sui tremoli ostinati degli archi e che lascia il posto ad accenti vibranti su Schwert e Herz.

Tutto questo parla di sinergie che permettono il superamento degli individualismi e delle difficoltà altrove insormontabili, lo si vede negli sguardi che ridono alla fine del concerto, in quel mordersi soddisfatto il labbro inferiore di Kaufmann e nel sorriso smagliante di Sir Tony.

Questo è zusammen musizieren.

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Sehnsucht, struggimento, yearning, langueur

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C’é uno strumento in orchestra la cui voce suggerisce come nessun altra quel sentimento di profondo desiderio, unito alla sensazione di vuoto e mancanza dell’altro, al quale la lingua tedesca ha dato il nome  Sehnsucht. Impropriamente chiamato struggimento e meglio definito yearning in inglese, delinea un intero universo legato agli affetti più intimi della sfera personale. L’etimologia oscura e controversa ne fa risalire l’affascinante nome, corno inglese, all’espressione francese cor anglé , angolato, perchè in origine presentava una canna che formava un angolo al centro. Per assonanza l’aggettivo anglé fu tradotto erroneamente come inglese, in realtà si trattava di un parente prossimo dell’oboe, anch’esso ad ancia doppia, e nulla aveva a che vedere con i corni. La sua sonorità è difatti molto vicina a quella del più conosciuto fratello, è solo più piena e meno penetrante per via dell’estensione una quinta sotto.

Nel teatro musicale fu Rossini che per primo lo impiegò  come strumento solista in orchestra nell’ouverture del Guglielmo Tell, sfruttandone la voce melanconica per descrivere la serenità ritrovata dopo il temporale. Non era ancora struggimento, bensì  uso quasi pastorale, in una rielaborazione raffinata del ranz des vaches , il canto popolare degli allevatori svizzeri.

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Diventò langueur  già in Berlioz, in quella straordinaria invenzione melodica che è la romanza di Marguerite, D’amour l’ardente flamme, nella quarta parte della Damnation de Faust. Era il 1846 e il compositore francese aveva ultimato la stesura definitiva del materiale motivico risalente al 1829 e contenuto nelle Huit scènes de Faust. La sua era una personale rielaborazione del mito di Faust secondo Goethe, all’interno della quale la figura dell’innocente fanciulla sedotta e abbandonata passava dall’innamoramento alla disillusione in un’amara espansione lirica. Ricordo bruciante, attesa vana, desiderio e speranza sono nell’emozionale tessuto orchestrale che sostiene la voce nell’aria cantata da una Marguerite stanca che si strugge d’amore. Il corno inglese introduce l’episodio e prepara il terreno sul quale il canto si muoverà, contestualizza l’aria a metà del percorso, infine chiudendo nostalgico, strumento obbligato in orchestra che tocca le fibre di una ferita perennemente esposta che potrà rimarginarsi solo al ritorno dell’amato.

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Solo un anno più tardi, nel 1847, al Teatro della Pergola di Firenze debutta Macbeth che Verdi trae dall’omonima tragedia di Shakespeare. Qui il corno inglese appare quasi straniante. Più che sottolineare uno struggimento suggerisce e descrive la follia della sanguinaria Lady Macbeth nel momento in cui la sua mente è già stata inghiottita dall’allucinato rigurgito di coscienza. Siamo nel quarto atto, i profughi scozzesi lamentano lo stato di sanguinaria repressione nel quale versa la loro patria sotto il tiranno Macbeth, Macduff piange lo sterminio della sua famiglia e i sensi di colpa fino ad allora sopiti divorano la Lady  nella celebre scena del sonnambulismo. Verdi prescrive la sordina per  gli archi, clarinetto e corno inglese sono obbligati.  L’atmosfera si incupisce mentre i due strumenti introducono la regina. Il canto è spezzato, fatto di frasi smozzicate intervallate dagli interventi del corno inglese fino alla conclusione. Il clima è allucinato in un perfetto connubio di forza drammatica  e musicale.

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Nel Tristano e Isotta si ha la consacrazione dello strumento che del resto ricopre un ruolo sostanziale nella concezione sonora di Wagner. Collocate all’inizio del terzo atto troviamo 40 battute di straordinaria bellezza, forse il più geniale assolo mai scritto per il corno inglese che, secondo i dettami del compositore, dovevano essere intonate dallo strumentista dell’orchestra e non da un solista. E’ un triste lamento che racchiude nel suo timbro la sublimazione dell’attesa, la  lotta interiore e il delirio di Tristano morente.

E poi come dimenticare la consapevolezza di Don José, l’accettazione passiva dell’amore che sconvolgerà la sua esistenza in Carmen….Prima che il tenore  intoni La fleur que tu m’avais jétée è sempre il corno inglese che riprende da solo il tema del destino già enunciato nell’ouverture dai tremoli degli archi e dai tromboni. Lo stesso tema apparirà ancora nel corso dell’opera, mai però così languidamente addolcito a snudare i sentimenti del protagonista.

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Conversando con… Luca Salsi e Virginia Tola

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Luca Salsi Virginia Tola sembrano aver assimilato l’essenza del vivere palermitano. A pochi giorni dall’inaugurazione della stagione 2017 del  Massimo di Palermo, dopo lunghe prove per montare la nuova produzione di Macbeth, gustano il loro lunedì di riposo in uno dei templi dell’ozio cittadino, il Caffé Spinnato, a pochi passi dal teatro. Coppia nella vita oltre che sul palcoscenico (benché la Lady Macbeth di Virginia non si incontri qui con il consorte vero in quanto inserita nel cast alternativo) , le loro due voci si integrano e si completano mentre si raccontano e raccontano del loro primo approccio alla musica. Virginia in Argentina, come tutte le bambine curiose, assaggiava un po’ di tutto, danza, pianoforte, flauto …..per poi “innamorarmi di un coro a otto anni. Subito ne sono entrata a far parte e quando, a dodici anni, ho visto in TV la Carmen con Placido Domingo ho capito cosa fosse il teatro cantato e ne sono rimasta incantata.”

E Luca che aveva iniziato a studiare pianoforte a sei anni. “Poi mi è venuto a noia e ho concentrato le mie energie sul calcio. Avevo sedici anni quando ho assistito all’esibizione di un coro, l’Ildebrando Pizzetti di Parma che c’è ancora! Il maestro del coro mi  ascoltò invogliandomi a studiare canto. Mi preparò per l’ammissione al conservatorio, presentai Non più andrai farfallone amoroso e fui ammesso. A ventidue anni ho cominciato la mia carriera e da allora non mi sono mai fermato.

Quasi all’unisono, lui deciso e assertivo, lei con garbo ma guardandosi negli occhi rispondono alla mia curiosità su eventuali ripensamenti sulla carriera prescelta.

Luca: “a sedici anni avevo già deciso che volevo fare il cantante. Sono andato diritto per la mia strada senza mai guardarmi indietro.”

Virginia: “anche per me è stata la stessa cosa. Non ho mai avuto dubbi e tra i quindici e i diciotto anni ho studiato privatamente. Poi sono entrata al Colòn e ho cominciato a vincere dei concorsi importanti che hanno fatto da trampolino di lancio per la mia carriera.”

Non sono restii a parlare di loro come coppia e mi raccontano del loro primo incontro “Una Bohème a Los Angeles nel 2007. Ma ci siamo innamorati due anni più tardi quando eravamo marito e moglie nel Falstaff a Liegi. E’ iniziato con Verdi e continua ancora con Verdi!”  Una rarità sentire un uomo parlare della sua vita privata senza recitenze. E ancora più interessante è osservare il modo in cui spiega con apparente nonchalance il suo amore incondizionato per il repertorio verdiano. “No, non mi annoio mai a ripetere un personaggio di  Verdi. Ogni volta che riprendo in mano uno spartito di una sua opera scopro sempre qualcosa di nuovo, dettagli preziosi che non avevo ancora approfondito. La noia mi colpisce solo a proposito della interpretazione registica. Specie se ti trovi intrappolato in una produzione orrenda, allora mi sento prigioniero!”

A ridosso della prima di Macbeth con la regia di Emma Dante Gabriele Ferro sul podio mi parlano invece con entusiasmo di questa nuova esperienza.

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Virginia: “Emma ha un suo stile ed è abituata a lavorare con un suo gruppo di attori, il che ci dà anche molta libertà nel cantare mentre loro si muovono in palcoscenico. C’è un rapporto di grande collaborazione perchè abbiamo costruito le varie scene insieme, lei è sempre stata aperta e generosa nei confronti delle nostre esigenze di cantanti. È partita dal testo di Shakespeare  e mi ha fatto notare alcune cose del libretto sulle quali non mi ero molto soffermata, ma allo stesso tempo ci ha dato ascolto a proposito di alcuni particolari squisitamente musicali.”

Luca: “E’ vero che è molto esigente con i cantanti, ma abbiamo lavorato molto bene. Io personalmente ho fatto diverse produzioni di Macbeth, ma posso dire che ho trovato in questa regia delle idee nuove e geniali. Si vede che Emma è abituata a scavare nei personaggi, a sviscerarne le ambiguità e le doppiezze anche perchè quello di Macbeth è un libretto  estremamente difficile. D’altra parte trovo che musicalmente in questa opera ci sia già tutto. Solo seguendo le indicazioni minuziose e dettagliate in partitura il personaggio è già bell’e fatto.”

Inevitabile la domanda sulla routine quotidiana del cantante-attore durante le prove di un nuovo spettacolo e ancor più sorprendente l’estrema franchezza che guida le loro risposte.

Luca: “una nuova produzione è sempre molto stimolante perchè concorriamo alla creazione di un qualcosa dal nulla. Però d’altro canto si rimane impegnati per quasi due mesi e, sono sincero, io personalmente arrivo ad un certo punto in cui difficilmente riesco a trovare nuovi stimoli durante il lungo periodo di prove.”

Virginia smorza gli animi “Amare questo lavoro significa anche amare il periodo di  prove. Capisco che per i teatri che scritturano un intero cast o magari due è difficile sapere come e quanto velocemente ciascun cantante reagirà. Noi due siamo abbastanza reattivi e nel caso di questo Macbeth avevamo già montato l’intera opera in dieci giorni, ma c’è chi ha bisogno di più tempo, è comprensibile.”

Luca: “per quanto mi riguarda quando sono impegnato con un’opera che ho già fatto più volte non canto quasi mai alle prove. Sopratutto in questa stagione, siamo sempre un po’ preoccupati di ammalarci. Quando non mi sento a posto con la voce mi rendo conto di essere intrattabile!”

Virginia: “è vero, quando non siamo in perfetta forma questo è fonte di grande stress.”

Luca: “qui a Palermo tra l’altro abbiamo scelto la seconda versione del Macbeth, quella del ’65 con il finale del ’47, mantenendo così l’aria che io trovo necessaria per la definizione del personaggio. Recentemente questa stessa edizione ibrida  l’ho cantata al Liceu di Barcellona. Certo questo moltiplica l’impegno, tanto che fra una recita e l’altra ho bisogno di almeno due giorni di riposo.

Sui progetti futuri fa capolino la difficoltà di vivere una vita di coppia tra valigie e aerei in partenza per località e continenti diversi.

Virginia : “è il mio debutto nel ruolo di Lady Macbeth, questo personaggio che è il vero motore di tutta l’opera. Sono felice che avvenga qui a Palermo dove ho già cantato nel Ballo in Maschera un paio di stagioni fa. Luca mi ha aiutato enormemente nello studio di questo nuovo ruolo.”

Lui la  interrompe ridendo: “La mia parte la conosceva già per tutte le volte che mi ha seguito nelle produzioni di Macbeth in cui ho cantato! Ha dovuto solo concentrarsi su alcuni passaggi obiettivamente molto impegnativi. “

Virginia : “Finite le mie recite al Massimo volerò in Argentina al Colòn per Adriana Lecouvreur. È un teatro che amo profondamente non soltanto perché è il teatro dove mi sono formata, ma anche perché l’acustica è perfetta nonostante abbia una capienza di 4000 posti. Tra l’altro è sempre pieno ed ha una programmazione molto ricca.”

Luca : “Io invece sarò a Monaco per Andrea Chènier.  È sempre molto difficile rimanere separati per un lungo periodo. Se cantiamo in Europa saltiamo da un aereo all’altro quando abbiamo qualche giorno libero, ma quando siamo in due continenti diversi è impossibile. Devo confessare che io lavoro benissimo in Germania e nel caso dello Chènier, che vedrà il mio debutto nel ruolo di Gèrard, le prove inizieranno ad inizio Febbraio. Sarà una delle mie poche incursioni fuori dal mio repertorio prediletto, ma è un progetto importante con Jonas Kaufmann, Anja Harteros e il Maestro Omer Meir Wellber  sul podio. Non so ancora nulla della messa in scena che sarà curata da Philipp Stölzl…….speriamo bene.  E poi a maggio sarò di nuovo Rigoletto ad Amsterdam con la regia di Damiano Michieletto. Non posso ancora rivelare nulla ma ne ho già parlato a lungo con lui. Ad Ottobre invece sarò di nuovo in scena con Virginia.”

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Virginia Tola , Tosca al Teatro dell’Opera di Roma

Virginia: “Sì, riprenderò Tosca  al Teatro dell’Opera di Roma. Ho già cantato in quella produzione che ha il pregio di aver ricostruito la prima Tosca che debuttò proprio al Costanzi nel 1900, presente Puccini. E Luca sarà  Scarpia per la prima volta.”

Altra risata franca di Luca Salsi “Così finalmente Virginia mi ammazza!”

Non mi stancherei mai di ascoltare l’eccellente baritono verdiano che tanto ha studiato e capito il senso della parola scenica, dall’ampia cavata e dagli accenti scolpiti, e il soprano elegante e dal fraseggio espressivo. È innegabile che formino una splendida coppia, professionalmente sono ineccepibili, ma ciò che colpisce è la semplicità con la quale si raccontano. In bocca al lupo Macbeth e Lady Macbeth !

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Maradona tra le ombre di Caruso e Barbaja

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E’ incontrovertibile che la cultura sia un bene eminentemente non fungibile, ma è altrettanto incontrovertibile come il termine riunisca una materia a dir poco magmatica dove tutto è niente e viceversa. Se cultura è il contenente qual è infatti il contenuto? Ci riempiamo la bocca di espressioni quali cultura popolare o cultura alta e così via , ma la verità è che non esistono veri confini che possano delimitare un territorio entro il quale individuiamo la  cultura. Le città fondate su una grande eredità storica spesso fanno coincidere il contenitore cultura con un luogo simbolico, solitamente luogo di aggregazione sin dalla sua nascita. E’ il caso dei teatri d’opera italiani, eretti per lo più nel XVIII o XIX secolo quando il melodramma costituiva una forma di comunicazione trasversale, raggiungeva e penetrava infatti l’intero tessuto sociale. L’edificio teatrale  manteneva pur sempre la stratificazione classista ma, fino alla diffusione dell’ascolto concentrato nell’800, il pubblico era notoriamente indisciplinato e prestava poca attenzione alla musica o a ciò che avveniva in scena. Il teatro allora era un luogo di rendez-vous nel quale le voci di centinaia di persone in platea sommergevano il canto degli artisti durante i recitativi così come nel corso delle arie da sorbetto  l’aristocrazia gustava gelati e riceveva gli amici nei  palchi, salvo poi fermarsi in estasi all’esecuzione delle arie di baule. Un aneddoto racconta come il raffinato Charles De Brosses vi giocasse a scacchi durante le performances di Cafariello, vera gloria partenopea.

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Copyright la presse 

Ci si chiede allora il perchè di tanto indignato furor di popolo a proposito della beatificazione in vita di Diego Armando Maradona, programmata per domani 16 Gennaio, al Teatro San Carlo di Napoli. La notizia dello spettacolo, sorta di celebrazione del trentennale dello scudetto vinto dalla squadra del Napoli, guidata allora dal calciatore argentino, agita e scompone l’intera città partenopea. Gli schieramenti contrapposti degli indignati di categoria A e B, giacchè di indignati trattasi, siano essi a favore o contro l’uso del teatro per tale manifestazione organizzata dall’attore-regista Alessandro Siani, si fronteggiano infatti da settimane a colpi di dichiarazioni alla stampa partenopea.  Inutile dire che i biglietti per assistere allo spettacolo sono stati venduti tutti in breve tempo nonostante il costo piuttosto elevato. A titolo esemplificativo per sedere nelle prime quattro file di platea ogni acquirente ha sborsato 330 euro, cifra superiore per altro al prezzo di un qualsiasi biglietto analogo per uno spettacolo d’opera della normale stagione lirica . Non si tratta quindi di stabilire se Maradona e una manifestazione sportiva abbiano pieno titolo di  essere ospitati in un tempio della lirica quale il San Carlo. La questione è piuttosto di capire il reale valore intrinseco di  due beni immateriali diametralmente opposti: il calcio e il suo potere sulle folle rispetto alla musica e il suo fascino purtroppo d’antan. E’ necessario stilare una classifica? O non è forse più pertinente interrogarsi sull’importanza del luogo dove celebrare la gloria di entrambe le entità?

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La cultura come contenuto del contenitore edificio teatrale ha ormai nei suoi confini anche la croce e delizia del tifo calcistico? Oppure rischiamo di decontestualizzare aprendo la porta alla logica del non luogo così come argutamente elaborato da Marc Augé ?

Se invece spettacoli di tal fatta sono una mal celata occasione di far cassa, è inutile interrogarsi ancora. La natura del bene immateriale cultura  non ha alcuna rilevanza, né ha importanza la comunicazione mediatica che metaforicamente ci dà in pasto la lista delle pietanze succulente preparate  da chef stellati per i fortunati invitati alle cene pre e post prove e/o spettacolo. L’aria è cambiata, non lo si può negare, ma Barbaja avrebbe agito così per rastrellare denari?

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Traghettando nel 2017

Amneris Vagante traghetta nel 2017  accingendosi così ad entrare nel terzo anno di vita. Questo non è un consuntivo né un bilancio, ma una valutazione soggettiva basata su una personale statistica e su passioni e preferenze consolidate.

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Il 2015 è stato l’anno di Jonas Kaufmann, seguito nella sua evoluzione verso un repertorio sempre più lirico – spinto se non addirittura drammatico. Da uno Chènier memorabile  al Radamès sottilmente combattuto,  al Canio femminicida  alter ego di un  Turiddu da cartolina mafiosa, passando per Don José,  Des Grieux che è ormai la sua seconda pelle, Florestan affetto da PTSD (Post Traumatic Shock Disease) finendo con Faust in procinto di partire per Marte …….il talento camaleontico del tenore tedesco ha marcato  il territorio in quell’anno solare.

La Damnation de Faust (Saison 2015-2016)

Nel caldo giugno milanese il suo recital scaligero lo ha anche mostrato fragile, nonostante la solita kontrollierte Extase che dice essere il suo unico credo . Ansia da prestazione impalpabile che aleggiava in sala, tenuta a freno con rigore fino al fremito finale…..pubblico in delirio, guest list interminabile con assalto al camerino …..pressione psicologica e invadenza dei fans…..

Non è semplice gestire una carriera fatta di aerei e ipad con nuovi ruoli da studiare e personaggi da approfondire e consolidare,  tra tour promozionali e mondi paralleli che si avvicinano pericolosamente. Inchino profondo di fronte ad un anno d’oro in cui ha espresso il meglio di sé,  ma che gli ha anche mostrato il lato oscuro della fama e di relazioni professionali e personali spesso mendaci. Si sa , il tenore è l’eroe sul quale si concentrano le aspettative maggiori del pubblico operistico seriale, tra tessiture più o meno estese, note più o meno acute, puntature  e portamenti.

Il 2016 così non è stato  l’anno di Jonas Kaufmann, impossibile ripetere una stagione di grazia come quella precedente e in attesa di un 2017 con un traguardo importante, forse decisivo, in una carriera ventennale : Otello alla Royal Opera House con Sir Tony Pappano a supportarlo e sostenerlo nel suo debutto nel ruolo.

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Il 2016 per Amneris Vagante reca  un altro sigillo , quello di Renè Pape e  del suo Filippo II. Visto e ascoltato alla Opernhaus di Zurigo, questo sovrano spagnolo è un uomo imprigionato nella sua funzione pubblica. La ragione di Stato lo fa spavaldo nel cacciare la contessa d’Aremberg,  per poi renderlo meschino, roso dal tarlo della gelosia nel suo studio, al cospetto di una consorte irreprensibile e giustamente irata per il furto del cofanetto contenente i gioielli. Già l’introduzione del violoncello solo si era aperta su un Filippo incapace di prender sonno ,  vinto dal dubbio se dorme il prence,  veglia il traditor, il capo appoggiato alla spalliera della poltrona, piegato ora a destra ora a sinistra, e poi il ricordo amaro dell’arrivo della giovane sposa quasi rassegnata all’idea di un marito già avanti negli anni. La voce di Renè Pape oscilla tra l’orgoglio ferito del sovrano e l’anelito verso affetti sinceri che il suo stesso rango gli preclude, in un flusso continuo mobilissimo, elegante e  nuancé sovra ogni cosa.  L’allestimento è minimal,  la ripresa della produzione è di routine, ma Filippo II emerge come cesellato da un grande artista.

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Il 2016 di Amneris Vagante si chiude così,  con l’immagine di un nobile capo che non trova pace nel privato del suo studio. Ci scopriamo tutti più fragili e fatti di materia povera grazie alla sapienza di Giuseppe Verdi e all’interpretazione di Renè Pape.

Per un attimo ritorna alla mente un’altra grande parabola: quella di Wotan, il Wotan collerico eppure addolorato per la disubbidienza della figlia prediletta Brünnhilde.  Ancora Renè Pape a Baden-Baden in un ruolo dalla tessitura scomoda per un basso cantante come lui. Il  performer intelligente aveva schivato le difficoltà optando per una interpretazione sfumata e piena di sottigliezze, laddove non poteva competere sulla muscolarità e sulla potenza.

Sì,  il 2016 è per Amneris Vagante quello di Renè Pape.

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Photo Helga Geistanger

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Madama Butterfly

Quelle trame svelate

sharpless e ciociosanLa mignotta de cui ve parlo oggi non solo è giapponese, ma è pure minorenne, e se chiama Ciociosan. Mo’ quelli tra voi che so’ iti all’estero o hanno letto du’ libbri (e pure i soprani che ce sformano quanno devono fa’ le mignotte) te diranno che non è ‘na zoccola, è ‘na gheiscia. Dice, e che è ‘na gheiscia? ‘Mbè sarebbe una che mette l’omo a suo aggio, partecipa alle cene, sa fa’ quarche cosa, te fa li massaggi e alla fine te scopa pure, cioè non è che come la vedi allarga le gambe, ce sta tutta ‘na preparazzione. Come ‘na escort? Aaaah. ‘Na mignotta, appunto. Allora ce stava ‘sta mignotta minorenne che se l’era sposata Pinkerton, uno che mannaggia a Puccini fa ir marinaio e tocca vestillo de bianco pure se in vita sua s’è magnato tutto er magnabbile,

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Wagner tra lungaggini, racconti e cinema

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Cosa rende ostico l’approccio a Wagner  per chi non ha radici mitteleurope?  La dilatazione dei tempi? La selva di simboli? L’intreccio stretto dei Leitmotive?  Il superamento della forma a pezzi chiusi? O ancora la difficoltà  di mettere in scena l’insieme di tutti questi elementi?  Provocatoriamente si potrebbe dire che nelle opere del compositore tedesco non succede nulla o quasi, il che pretende dallo spettatore un ascolto concentrato esigente e prolungato, al di là  della soglia di attenzione.

Una delle componenti fondanti della drammaturgia wagneriana è infatti il racconto , lungo, spesso dolente e di conseguenza estremamente impegnativo per chi guarda e ascolta. Se in Valchiria la narrazione di Siegmund  sul suo passato infelice Friedmund darf  ich nicht heißen  attrae e affascina per via della sua vena ariosa, non altrettanta immediatezza sul pubblico ha l’amaro soliloquio di Wotan dell’atto II , vero snodo dell’intera Tetralogia. Qui il Wagner magniloquente rinuncia a qualsiasi artifizio sonoro in una realtà  che è sospesa e stagnante attraverso rallentando,  pause e linee tortuose che necessitano di un vero cantante-attore.

Lo stesso Tristano  , nell’interminabile monologo che polarizza  l’atto III dell’opera, delira e oscilla fra la maledizione della vita che ferocemente lo separa dalla donna amata, e la gioia febbrile per l’arrivo della stessa nonostante la presenza della luce del giorno, nemica della coppia di amanti. Non c’è azione in scena, tutto è  fortemente interiorizzato e subordinato alla musica, unica entità in grado di rappresentare il dramma e la realtà più intima.

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Se poi guardiamo ad Hans Sachs  e a Gurnemanz , catalizzatori rispettivamente in Meistersinger  Parsifal , gli interventi solistici si fanno ancora più lunghi. Gurnemanz è assimilabile al coro di euripidea memoria; commenta, racconta, spiega, ma non dà alcun contributo allo sviluppo dell’azione. Il suo è il ruolo più corposo di tutta l’opera tanto da sostenere quasi per intero l’esteso atto I.

Analogamente Hans Sachs, in quello che è il più controverso monologo di tutta la produzione wagneriana, si guadagna la benevolenza del pubblico più agé presente in sala con la perorazione in favore del cambiamento, pur sempre rispettoso dei valori tradizionali e dell’ordine costituito.

Ciascuno di questi episodi diventa il fulcro morale, vero baricentro della partitura di riferimento, e pone lo spettatore di fronte ad un bivio: seguire il personaggio lungo il viaggio interiore scendendo a sua volta nei recessi dell’io senziente, oppure sfuggire all’autoanalisi cedendo ad una più riposante noia.

E’ singolare allora come a questa diffusa idea di pesantezza faccia da contraltare l’uso frequente di pagine wagneriane nel cinema. Un chien andalou di Bunuel fu la prima pellicola ad inserire un brano del compositore tedesco come colonna sonora. Il cortometraggio muto, visionaria testimonianza del movimento surrealista, realizzato nel 1929 dal regista spagnolo in collaborazione con Salvador Dalì, presentava una serie di scene inverosimili e incoerenti, senza un vero ordine cronologico, forte di una robusta componente onirica. L’unico vero filo conduttore era quindi il Liebestod  da Tristano e Isotta che attraversava per intero le immagini esaltandone l’atmosfera psicoanalitica.

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In tempi recenti è John Boorman che ha attinto a piene mani a Wagner per Excalibur, fra le più riuscite rivisitazioni cinematografiche della saga Arturiana. Il Tristanakkord suggella la nascita dell’amore proibito fra Lancillotto e Ginevra  e . lungo tutto il film permane la traslazione tra la coppia degli infelici amanti di Camelot e gli altrettanto tragici Tristano e Isotta. La ferita del cavaliere della Tavola Rotonda, materiale ma sopratutto dell’anima, è per il regista equiparabile a quella dell’eroe wagneriano.

Altra forte suggestione suscitano i frammenti dalla Morte di Sigfrido dal Crepuscolo degli Dei che introducono i titoli di testa per poi seguire Artù lungo tutto il suo percorso di formazione fino al ritorno di Excalibur nel lago e financo nei titoli di coda.

Lo stesso personaggio  Parsifal si intreccia con alcune pagine dell’omonima opera negli episodi che lo mostrano alla ricerca del Graal. L’approccio di Boorman alla saga è duro e tranchant, ma stabilisce molteplici punti di contatto con l’epos wagneriano, dimostrando come l’opulenza e gli ipertrofismi delle partiture possano diventare facilmente accessibili se ridotti in pillole.

Altro esempio di ciò è la Cavalcata delle Valchirie che ritroviamo in due film che sembrano non aver nulla in comune: Apocalypse Now 8 1/2. Nel film di Francis Ford Coppola il brano sottolinea l’attacco degli elicotteri durante la guerra del Vietnam, mentre in Fellini introduce la scena delle terme. I contesti sono estremamente diversi ma in entrambi i casi ritroviamo una costrizione evidente.

E’ forse vero quindi come Wagner vada assimilato a piccole dosi; il gusto va creato ed i sensi stimolati per superare una primordiale sensorialità.

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Dalila secondo Anita Rachvelishvili

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Un anno e mezzo fa, poco prima di cantare il Requiem di Verdi a Salisburgo, Anita Rachvelishvili aveva parlato con entusiasmo del suo futuro debutto in forma scenica nel Samson et Dalila  di Saint-Saëns a Parigi. Ebbene l’opera è attualmente à l’affiche all’Opéra Bastille con un Philippe Jordan ispirato sul podio  e con le masse corali perfettamente preparate da José  Luis Basso.

Se anche ce ne fosse stato il bisogno il mezzosoprano georgiano conferma qui il grado di maturità e le forti doti di imedesimazione.  La sua Dalila  recita con le mani, con le dita che tradiscono emozioni a stento trattenute, con gli occhi ora cupi ora saettanti  e con il sorriso ammaliante.

Vocalmente Printemps qui commence  è un cesello di rara preziosità,  il timbro ipnotico ha un calore strisciante che trasuda seduzione, ma diventa graffiante nel grande duetto d’amore del II atto. Samson  è in suo potere nonostante le lacerazioni interiori, vinto da una sensualità scoperta che promette di ristorare  la sete di erotismo.

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Il pertichino in Mon coeur s’ouvre à ta voix è la resa dell’eroe già sconfitto, un Aleksandrs Antonenko in totale sintonia con la sua partner, oltreché intensamente partecipe in special modo nell’atto terzo. Ma Dalila l’ipocrita, l’ammaliatrice, la vendicatrice strizza l’occhio ad Amneris , dapprima liberando il suo immenso potenziale nell’ensemble dell’inno a Dagon ,  per poi ripiegare in un tardivo ripensamento. Deride Samson, ma poi abbraccia consapevolmente la morte con la sua vittima sacrificale.

Dopo venticinque anni ritorna così a Parigi un Samson et Dalila che è tutto tranne che un discendente dei pepla che, da sempre,  hanno legato quell’episodio biblico al cinema fatto di cartapesta o ai kolossal storici di Hollywood. Nella regia spietata di Damiano Michieletto c’è invece una storia di oggi fatta di sopraffazione, di donne usate come merce di scambio o come armi alternative.  Il clima è tale da riportarci al cinema, ma a quello di Paolo Sorrentino e del ritratto impietoso di una società fatua ne La Grande Bellezza . Il tanto vituperato baccanale , sbrigativamente definito Trivialmusik  da Stravinskij, diventa così il pretesto per una squallida festa a tema dove tutto è niente,  dove le banconote lanciate in aria riempiono le tasche degli invitati e spengono ogni timido accenno di ribellione o vergogna. Il vecchio detto Muoia Sansone con tutti i Filistei é in una piccola salvifica fiammella che Dalila stessa porge a Samson, generatrice dell’incendio purificatore finale.

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