Articoli con tag: Kaufmann

Vademecum per la visione di Otello al cinema

20170628_102531

Oggi, 28 Giugno, é una data che i molti melomani sparsi nel mondo aspettano. Fra poche ore verrà infatti trsmesso, in diretta cinematografica, Otello di Verdi dalla Royal Opera House di Londra.

Come ho già avuto modo di commentare su Operaclick http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/londra-royal-opera-house-otello , siamo di fronte ad una chiave di lettura quasi psicoanalitica. Il  Moro esordisce con  poche frasi in declamato, emerge quasi di soppiatto da una pedana che si innalza al di sopra del coro, e già lo sentiamo e vediamo umanamente esposto agli umori del popolo cipriota. Da subito l’Otello di Jonas Kaufmann ci appare come il prototipo dell’antieroe, condottiero vittorioso in battaglia ma dalla personalità spezzata in due. La sua vulnerabilità è facile preda del diretto e frontale attacco portato da Jago. Nessun contrasto è meglio riuscito di quello fra l’alfiere nefasto di Marco Vratogna, rozzo, brutale, e l’insicurezza latente del Moro. Bianco e nero, facce speculari della stessa medaglia, il rapporto fra i due avvelena e contamina l’esistenza di Otello grazie alla concertazione vibrante e drammaticamente efficace di Antonio Pappano .

Per tutti coloro che saranno al cinema questa sera vi suggerisco di prestare attenzione all’interpretazione del tenore tedesco già dal duetto d’amore del primo atto. Il condottiero dalle gonfie labbra si abbandona in grembo ad una maternale Desdemona, Maria Agresta, indifeso e totalmente in balia della sua sposa.  Lo spirito indomito, il condottiero glorioso, ha già deposto le sue armi, lasciando l’iniziativa alla donna che ha lottato per averlo.

received_10213517578235147

Photo Helga Geistanger

Salto temporale: Jago ha inoculato il veleno nel corpo di Otello. In apertura di terzo atto il processo di Jaghizzazione  è già in atto e Kaufmann oscilla tra il canto mellifluo pubblico e il livore degli a parte. L’insinuante datemi ancor l’eburnea mano si scontra col feroce insulto  Vi credea…quella vil cortigiana che è la sposa di Otello. La mente vacilla, tra l’angoscioso e ardente desiderio di credere Desdemona innocente e la spietata certezza della colpa. Tutto è racchiuso in poche battute, la discesa agli inferi è davanti a noi.

Il monologo successivo è il vertice interpretativo di quest’Otello londinese. Vero soliloquio,  oscilla tra l’atroce sofferenza e il selvaggio Si  bemolle acuto all’arrivo di Cassio, ricadendo nel registro grave Orror,  supplizi immondi. Kaufmann si rifugia su una passerella al di sotto della quale ascolta Jago irretire Cassio a proposito delle sue conquiste amorose. Carponi, le frasi spezzate, lo sguardo velato rivelano un Moro schiantato.

La furia trattenuta che lo porta ad architettare l’uccisione di Desdemona é da brividi. Tra frasi sibilanti indirizzate alla moglie Frenate dunque le labbra loquaci e accenti d’ira incontrollata il terzo atto di Kaufmann é un capolavoro di interpretazione.  Il suo Otello arriva a compimento proprio lungo l’arco temporale di quell’atto.

Il canto sublime della scena finale, la carezza quasi pentita alla sposa addormentata prima di impugnare la scimitarra, è la logica conseguenza di una caratterizzazione finalmente arrivata a compimento dopo due atti discontinui.

Si esce da teatro contratti, consapevoli di aver assistito ad uno spettacolo imperfetto, ma allo stesso tempo consapevoli che nessun’altra chiave di lettura del capolavoro verdiano ci appagherà dopo questa.

received_10213517578275148

Photo Helga Geistanger

Categorie: Boito, cinema e musica, Opera Lirica, riflessioni, Rossini, Royal Opera House, Verdi | Tag: , , , , | Lascia un commento

Das Traumpaar

received_10212605633077088

Photo Helga Geistanger 

In ambito germanico, dove è nato e continua il loro sodalizio artistico, è così che vengono definiti: Traumpaar,  coppia di sogno, di più, coppia ideale. Le carriere di Ania Harteros Jonas Kaufmann si sono incrociate più volte sin dal 2000 quando si ritrovarono a Francoforte per Così fan tutte, giovani e predestinati ad un futuro artistico luminoso. Lei fresca vincitrice del concorso di Cardiff, prima tedesca ad averlo vinto, e lui esuberante bavarese ancora alla ricerca di un suo centro di gravità.  Pare che alla loro prima collaborazione i due caratteri opposti non facessero presagire nulla di quello che oggi si è  evoluto in una sorta di simbiosi artistica.

20170323_124605

Dopo quasi un decennio, durante l’Opernfestspiele 2009 della Bayerische Staatsoper,  si ritrovano già con carriere luminose, sul palcoscenico del Nationaltheater per Lohengrin. Da allora il Traumpaar si è ricomposto  in nove altre produzioni. A conti fatti l’uno é per l’altra  (e  viceversa) il partner con il quale ha condiviso il maggior numero di recite, e probabilmente anche il più gradito. Eppure siamo di fronte a personalità estremamente diverse; riservata, quasi altera lei, estroverso e mediterraneo lui. Il segreto sta probabilmente nell’implicita accettazione del reciproco valore. La sana competizione che anima le loro performances concorre infatti al miglioramento della prestazione vocale e non alla sopraffazione l’uno dell’altra.

Nel Don Carlo di Monaco (la produzione è  quella del 2006 di Jurgen Rose, tutt’ora in cartellone alla Bayerische Staatsoper ) il loro duetto, che chiude la versione prescelta in quattro atti, è un gioiello di interpretazione meditativa, quasi un momento di astrazione dai rigori della corte spagnola.

20170323_120232

Insieme cantano a fior di labbro, il pianissimo sempre perfettamente appoggiato e udibile fino all’ultimo strapuntino dell’edificio teatrale. Lei un’Elisabetta  regale anche nel tormento interiore,  e lui un Carlo che per un attimo dimentica la labile sua personalità. Entrambi gli interpreti si capiscono, si trovano a meraviglia.

Ancora nel 2012 vengono scritturati  per l’apertura della stagione scaligera,  di nuovo Elsa e Lohengrin li attendono. Anja Harteros è costretta a dare forfait per le prime recite mentre Kaufmann si trova a cambiare due partner prima di ritrovare la sua metà artistica con la quale aveva condiviso tutte le prove.  E’  il Lohengrin ideale che si materializza sul palcoscenico del Piermarini grazie anche alla visione psicoanalitica del regista Claus Guth.

20170323_120121

Dal 2013 al 2016 si ritrovano fianco a fianco in opere del repertorio italiano a cominciare dal  Don Carlo a Salisburgo, nella originaria versione in cinque atti. La regia è quella un po’ stantia e statica di Peter Stein ma i due danno vita ad una coppia straziata e lacerata dopo la breve felicità nell’atto di Fontainebleau. Io vengo a domandar introduce l’incontro scontro fra mondi ormai irrimediabilmente lontani, mani che si sfiorano in riluttanti carezze e momenti sublimati dalla partitura verdiana. In Trovatore  Kaufmann è un Manrico  debuttante. La tessitura non è la più comoda o adatta ma la sua Leonora lo aiuta a rendere indimenticabile il concertato finale in una produzione alquanto controversa.

Poi viene Alvaro, indio e ribelle secondo la regia di Martin Kusej dell’opera innominabile. Si palesa con spavalderia in opposizione ai dubbi aristocratici di Leonora. Le due voci si innervano sulle diversità di carattere ed etnia, vivo ed inevitabile é il contrasto sociale tra le due famiglie. Il primo duetto è incandescente e giocato sulla sospensione dell’incredulità in una storia che ha i caratteri dell’assurdità. Quando la loro collaborazione li porta a Roma,  all’Accademia di Santa Cecilia per Aida, Antonio Pappano è sul podio e in quella occasione  siamo gratificati da un Celeste Aida  che si chiude con il morendo prescritto da Verdi e da un Fatal preda da brividi. Le due voci procedono su una linea di canto immacolata, quasi prendendo fiato l’una dall’altra. Fiducia, grande confidenza e complicità sono la chiave di un finale che contribuisce ad ipnotizzare l’auditorium riempito all’inverosimile.

20170323_130035

Nel 2016 è la volta della prima  Tosca insieme. La concertazione di Kirill Petrenko finalmente anima una produzione mai amata, a firma Luc Bondy. Dalla bacchetta del direttore russo esce un’opera  che si reinventa e galvanizza i due interpreti.

La coppia si ricompone ancora una volta a Monaco proprio in questo mese di Marzo ed è  una scommessa vinta per entrambi. Lei che dissipa i dubbi sulla sua capacità di calarsi appieno nel repertorio italiano, lui che fuga le perplessità sul futuro della sua carriera. I filati di Anja Harteros sono ipnotici e persino gli acuti, solitamente alquanto taglienti hanno il pregio della morbidezza. Nonostante Andrea Chènier sia sempre vista come un’operaccia , la coppia non ha paura di affondare anima e corpo nell’atmosfera verista. Il temperamento riservato del soprano si spersonalizza e vibra invece degli avvenimenti tragici che Maddalena Di Coigny vive. È una donna appassionata che dimentica la rigida etichetta e lotta con ardore per il suo amore. Un’Anja Harteros così appassionata non si era ancora vista, la simbiosi artistica con Jonas Kaufmann è totale così che anche lui si libera lanciandosi in un grande finale, cantato in tono da entrambi.  Non sarà uno Chènier ideale, non sarà esplosivo come questo o quello del recente o lontano passato, ma è un  incontro fra due personalità talmente diverse da completarsi a vicenda, che si conoscono alla perfezione, si stimano, si rispettano e giustamente compongono un Traumpaar.

FB_IMG_1490269468571

Categorie: Mozart, Opera Lirica, parallelismi, Puccini, riflessioni, Verdi, Wagner | Tag: , , , , , , , , , , | 4 commenti

Sinergie

screenshot_2017-02-14-13-09-46-1-1

In area germanica si parla spesso di zusammen musizieren e lo stesso Claudio Abbado ne aveva fatto il suo credo o il suo motto se vogliamo. Non c’è prova musicale che possa prescindere da questo assunto, in quanto esempio massimo di comunicazione non verbale. Dopo tutto è quello che ci colpisce, quello che cerchiamo in teatro e nella sale da concerto durante le performance degli artisti che andiamo a sentire e vedere.

Dunque la sinergia tra le parti è quanto rende una prova più o meno riuscita. E’ questa la chiave dello zusammen musizieren, l’essere in relazione sinergica, lontano da gerarchie e senza alcuna supremazia l’uno sull’altro. Questo è quanto succede quando Sir Tony Pappano dirige o accompagna al piano. Succede allora che il cd Shakespeare Songs, nel quale Ian Bostridge canta liriche ispirate dai drammi e sonetti del Bardo accompagnato al piano dal direttore baronetto, vinca un Grammy Award, l’equivalente dell’oscar della musica.

Succede anche che Jonas Kaufmann, in un momento delicato della sua carriera, si affidi a Pappano per ritornare a Siegmund a sei anni dal debutto newyorkese nel ruolo. Lo si vede inequivocabilmente nell’eye contact che corre come un filo sotterraneo tra cantante e direttore durante tutto il concerto. Lo sguardo da camaleonte del maestro segue contemporaneamente gli strumentisti, la Sieglinde impetuosa di Karita Mattila e il selvaggio Hunding di Eric Halfvarson , ma sorregge in special modo il Siegmund fragile, estremamente umano del tenore tedesco. Lo si sente respirare con lui, attento a costruire il più straordinario tappeto sonoro che Wagner abbia mai potuto concepire per questo scontro fra umani disperati, braccati e senza speranza. Fragende Frau diventa l’amaro canto del condannato dalle cui viscere  erompe l’urlo quasi sovrumano dell’anti-eroe che invoca l’aiuto del padre, un Waelse Waelse! che squassa la Barbican Hall sui tremoli ostinati degli archi e che lascia il posto ad accenti vibranti su Schwert e Herz.

Tutto questo parla di sinergie che permettono il superamento degli individualismi e delle difficoltà altrove insormontabili, lo si vede negli sguardi che ridono alla fine del concerto, in quel mordersi soddisfatto il labbro inferiore di Kaufmann e nel sorriso smagliante di Sir Tony.

Questo è zusammen musizieren.

20170214_131443

Categorie: Barbican Hall, CD, riflessioni, Wagner | Tag: , , , , , , , , , | 2 commenti

Traghettando nel 2017

Amneris Vagante traghetta nel 2017  accingendosi così ad entrare nel terzo anno di vita. Questo non è un consuntivo né un bilancio, ma una valutazione soggettiva basata su una personale statistica e su passioni e preferenze consolidate.

fb_img_1450229314458

Il 2015 è stato l’anno di Jonas Kaufmann, seguito nella sua evoluzione verso un repertorio sempre più lirico – spinto se non addirittura drammatico. Da uno Chènier memorabile  al Radamès sottilmente combattuto,  al Canio femminicida  alter ego di un  Turiddu da cartolina mafiosa, passando per Don José,  Des Grieux che è ormai la sua seconda pelle, Florestan affetto da PTSD (Post Traumatic Shock Disease) finendo con Faust in procinto di partire per Marte …….il talento camaleontico del tenore tedesco ha marcato  il territorio in quell’anno solare.

La Damnation de Faust (Saison 2015-2016)

Nel caldo giugno milanese il suo recital scaligero lo ha anche mostrato fragile, nonostante la solita kontrollierte Extase che dice essere il suo unico credo . Ansia da prestazione impalpabile che aleggiava in sala, tenuta a freno con rigore fino al fremito finale…..pubblico in delirio, guest list interminabile con assalto al camerino …..pressione psicologica e invadenza dei fans…..

Non è semplice gestire una carriera fatta di aerei e ipad con nuovi ruoli da studiare e personaggi da approfondire e consolidare,  tra tour promozionali e mondi paralleli che si avvicinano pericolosamente. Inchino profondo di fronte ad un anno d’oro in cui ha espresso il meglio di sé,  ma che gli ha anche mostrato il lato oscuro della fama e di relazioni professionali e personali spesso mendaci. Si sa , il tenore è l’eroe sul quale si concentrano le aspettative maggiori del pubblico operistico seriale, tra tessiture più o meno estese, note più o meno acute, puntature  e portamenti.

Il 2016 così non è stato  l’anno di Jonas Kaufmann, impossibile ripetere una stagione di grazia come quella precedente e in attesa di un 2017 con un traguardo importante, forse decisivo, in una carriera ventennale : Otello alla Royal Opera House con Sir Tony Pappano a supportarlo e sostenerlo nel suo debutto nel ruolo.

20161210_223416

Il 2016 per Amneris Vagante reca  un altro sigillo , quello di Renè Pape e  del suo Filippo II. Visto e ascoltato alla Opernhaus di Zurigo, questo sovrano spagnolo è un uomo imprigionato nella sua funzione pubblica. La ragione di Stato lo fa spavaldo nel cacciare la contessa d’Aremberg,  per poi renderlo meschino, roso dal tarlo della gelosia nel suo studio, al cospetto di una consorte irreprensibile e giustamente irata per il furto del cofanetto contenente i gioielli. Già l’introduzione del violoncello solo si era aperta su un Filippo incapace di prender sonno ,  vinto dal dubbio se dorme il prence,  veglia il traditor, il capo appoggiato alla spalliera della poltrona, piegato ora a destra ora a sinistra, e poi il ricordo amaro dell’arrivo della giovane sposa quasi rassegnata all’idea di un marito già avanti negli anni. La voce di Renè Pape oscilla tra l’orgoglio ferito del sovrano e l’anelito verso affetti sinceri che il suo stesso rango gli preclude, in un flusso continuo mobilissimo, elegante e  nuancé sovra ogni cosa.  L’allestimento è minimal,  la ripresa della produzione è di routine, ma Filippo II emerge come cesellato da un grande artista.

20161210_204912

Il 2016 di Amneris Vagante si chiude così,  con l’immagine di un nobile capo che non trova pace nel privato del suo studio. Ci scopriamo tutti più fragili e fatti di materia povera grazie alla sapienza di Giuseppe Verdi e all’interpretazione di Renè Pape.

Per un attimo ritorna alla mente un’altra grande parabola: quella di Wotan, il Wotan collerico eppure addolorato per la disubbidienza della figlia prediletta Brünnhilde.  Ancora Renè Pape a Baden-Baden in un ruolo dalla tessitura scomoda per un basso cantante come lui. Il  performer intelligente aveva schivato le difficoltà optando per una interpretazione sfumata e piena di sottigliezze, laddove non poteva competere sulla muscolarità e sulla potenza.

Sì,  il 2016 è per Amneris Vagante quello di Renè Pape.

fb_img_1468507684657

Photo Helga Geistanger

Categorie: Baden Baden Sommerfestspiele, Opernhaus Zürich, riflessioni, Royal Opera House, Teatro alla Scala, Verdi, Wagner | Tag: , , , , , , , , , , | 5 commenti

Non si uccidono così anche i cavalli?

20160913_190425-1.jpg

Il Kaufmann day partenopeo  comincia già alle 11 sul palcoscenico del Teatro San Carlo di Napoli. La platea gremita di studenti dei quattro conservatori campani esplode all’ingresso del divo in jeans, polo e i-pad  in mano. Se il suo impegno pubblico finisse così,  con la schietta e generosa chiacchierata  che supera abbondantemente le due ore, manifestazione quasi informale fortemente voluta da un gruppo ristretto di mecenati, veri estimatori dell’arte di Jonas Kaufmann  , ci sarebbe di che essere contenti. Non ti scordar di me , eseguita con l’accompagnamento al piano di Stellario Fagone ( chorusmaster  delle voci bianche alla Bayerische Staatsoper  di Monaco nonché amico personale di Kaufmann ), a corollario della mattinata risuona piena, vibrante eppure leggera come un velo impalpabile che aereo si libra fino a sfiorare lo squisito soffitto del San Carlo. Lo straordinario Werther,  Lohengrin,  Mario, Parsifal, Alvaro, Don José  si concede generosamente ai ragazzi che si assiepano sotto il palco, firma autografi e accetta di buon grado il rito del  selfie e delle foto fino all’irruzione di una sedicente abbonata della stagione sancarliana che gli si rivolge protestando per la poco ortodossa scelta di distribuire i biglietti per il galà serale in forma di invito. È il primo cedimento nella macchina organizzativa del Kaufmann day. Sceso dal palco viene sottoposto ad una batteria interminabile di interviste, mentre il suo staff, resosi finalmente conto della scarsa attitudine al problem solving del teatro,  si adopera per apportare correttivi al programma serale. Il risultato è sotto gli occhi di chi segue con grande rispetto e ammirazione l’artista  Kaufmann.

20160912_115528-1

Solo un grande artista può infatti continuare a sorridere inerme di fronte al pubblico durante i maldestri tentativi di approntare il palco per la seconda parte della serata, finalmente dedicata a lui. Nonostante tutto si ritrova al centro di una operazione di marketing che dovrebbe promuovere la vendita del suo nuovo CD di prossima uscita  (Dolce Vita, un excursus sulla canzone italiana) che invece si rivela una fiera delle vanità nel pubblico plastificato presente in sala, perché io devo esserci altrimenti non conto nulla a Napoli. Vetrina più  per le ” eccellenze locali”, lo spettacolo non è  privo di spunti interessanti nelle immagini pregnanti di Mimmo Paladino che fanno da sfondo all’esibizione dell’orchestra di casa e nei monologhi dell’attore Claudio Di Palma su testi di Ruggero Cappuccio che parlano di napoletanità legata alla suggestione della parola e del canto. Ma sono momenti slegati, flash che non nascondono la vera finalità dello spettacolo : autopromozione! E non di Jonas Kaufmann che non ne ha alcun bisogno perchè la sua arte parla per lui. Difatti arriva stanco e sfibrato in fondo alla serata, forse anche infastidito dal circo  mediatico e forse memore di aver detto solo poche ore prima ai ragazzi con i quali l’uomo e non il divo si è divertito: “Il giorno in cui ho spettacolo non concedo mai interviste, si tratti solo di scrivere dieci righe o fare una intervista telefonica di dieci minuti. Me ne sto tranquillo” È affaticato nel canto e le quattro canzoni che regala al pubblico sono un vero regalo perché ci mostrano  l’abnegazione e il senso del dovere che regolano la sua capacità  di musizieren anche quando testa e cuore gli direbbero di sottrarsi a questi riti. Non si uccidono così anche i cavalli?

20160912_220051

Categorie: recensioni, Teatro San Carlo | Tag: , , , , , | 4 commenti

Il Lied, anima del popolo tedesco

20160609_222143

Fu Thomas Mann a definire il Lied come l’anima del popolo tedesco. Questo breve frammento lirico, da forma minore che ne aveva attraversato tutta la storia, passando dai Kirchenlieder  di epoca carolingia al Minnesang trovadorico, per poi approdare ai Meistersinger, in epoca romantica diventò scrigno prezioso di testo poetico e illuminazioni musicali raffinate  grazie a Franz Schubert. Der Wanderer ,  incarnazione della condizione esistenziale  infelice, apparve così in entrambi i cicli liederistici del compositore austriaco Die Schoene Muellerin e Die Winterreise.  Ancora in epoca post-romantica e perfino nel Novecento compositori come Gustav  Mahler e Richard Strauss subirono le suggestioni di tale piccola composizione che non può essere paragonata a nessun altra, nè alla canzone nè al song perchè riflette pienamente l’essenza della germanicità.

20160614_195220-1

E’ sorprendente quindi assistere a serate trionfali come quella dello scorso 9 giugno, in un ambiente di sicuro poco avvezzo ad una Liederabend come il Palau de la Musica di Barcellona. Davvero nessuna barriera sembra in grado di arrestare l’alta marea chiamata Jonas Kaufmann, nè ostacolo costituito da diversa lingua nè cultura più o meno distante possono frenare il successo del tenore tedesco, tanto da ingenerare il dubbio che persino l’elenco del telefono cantato con il suo timbro scuro e vellutato riuscirebbe ad incantare chiunque. Puntualmente la fascinazione della sua voce unita alla sapienza musicale di Helmut Deutsch hanno stregato un pubblico poco avvezzo ad un repertorio così distante e anche restio ad un ascolto concentrato. Sono bastati pochi minuti, due soli Lieder perchè l’atmosfera mutasse. Di seguito il link alla cronaca rapita della serata:

http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/barcellona-palau-de-la-música-jonas-kaufmann-e-helmut-deutsch-nei-liederabend

Categorie: Britten, Liederabend, Mahler, Recital di canto, Strauss | Tag: , | 4 commenti

Fanget an!

Screenshot_2016-05-14-19-05-32-1Alla vigilia della prima de Die Meistersinger von Nurnberg alla Bayerische Staatsoper di Monaco, nuova produzione con Kirill Petrenko nel golfo mistico, David Boesch alla regia, e un cast di prim’ordine comprendente tra gli altri Jonas Kaufmann al suo debutto scenico nel ruolo di Walther von Stolzing,  Wolfgang Koch come Hans Sachs e Markus Eiche come Beckmesser, è quasi inevitabile riflettere sul significato simbolico e sull’autobiografismo presenti in questo capolavoro del Wagner maturo.

La gestazione dell’opera fu lunga e laboriosa come per Gotterdammerung e Parsifal,  tant’è che già nel 1845 il musicista aveva pensato di dedicarsi alla composizione di un’opera che potesse in un certo qual modo affiancare lo sfortunato Tannhauser, riprendendo il tema della sfida tra cantori ma in un contesto comico e con un conseguente happy ending. Il teatro greco, ancora una volta, era stato fonte di ispirazione, dal  momento che, nell’antica Atene,  spesso ad una tragedia seguiva un dramma satiresco incentrato sullo stesso argomento. Il primo abbozzo in prosa della nuova opera fu però ben presto accantonato, per essere ripreso solamente nel 1861 durante lo sfortunato soggiorno parigino in occasione della nuova fischiatissima edizione del Tannhauser,  per poi essere completato nel 1876. In questo ventennale lasso di tempo l’uomo Wagner era molto cambiato. Il trentenne compositore dall’ impeto anarchico non si identificava più con Walther, il giovane presuntuoso che avrebbe dovuto ricoprire il ruolo del protagonista. Era un uomo di mezza età gravato da una condizione personale e professionale disastrosa fatta di debiti, di insuccessi clamorosi e di un matrimonio in via di dissoluzione.

Screenshot_2016-05-14-19-08-51

Quale migliore substrato per la creazione del personaggio Hans Sachs, archetipo dell’ eroe schopenaueriano rivelato nel sublime monologo del III atto articolato tra riflessioni sul destino dell’uomo,  su illusioni e sogni e la conseguente rinuncia all’amore embrionale per Eva. È qui che il cinquantenne Wagner ricorre all’autoimprestito,  dissolvendo brevemente l’universo sonoro di Meistersinger in quello tristanesco. Fa capolino il motivo di Isotta che si intreccia con il dolore bruciante di Re Marke alla scoperta del tradimento, e per alcune battute Sachs canta proprio su quel  tessuto orchestrale in un attimo di rassegnata sospensione. Ecco la rinuncia ad Eva e poi il ritorno alla cornice di Norimberga.  Nel monologo sulla follia del  mondo Wahn!  Wahn!  Uberall Wahn ! ci sono racchiusi il velo di Maya così come il pendolo della vita di Schopenauer interiorizzati in uno scoperto autobiografismo.  L’artista maturo si confronta con l’enfant terrible che era, Sachs visto come naturale evoluzione dell’uomo e artista Walther. Il giovane eroe impetuoso ed egocentrico,  incurante del mondo esterno, irridente e spocchioso, imparerà a dominarsi, ad accettare autorità e regole laddove  necessarie, in un percorso di crescita ed autocoscienza.  Niente di più simile allo stesso processo evolutivo vissuto da Wagner, passato dalla giovanile furia ribelle contro le convenzioni dell’opera,  al ritorno trionfale alle stesse in  un tripudio di corali, pezzi chiusi ed arte contrappuntistica. Del resto qui il preludio cos’è se non un poema sinfonico in  puro stile lisztiano, articolato nei quattro movimenti canonici compressi in un’unica composizione? E il Preislied con il quale Walther vince la gara e si aggiudica la mano di Eva,  non è forse la più convenzionale delle arie nella sua trasfigurata bellezza?

Sentiremo lunedì 16 se la grande attesa che ogni nuova produzione di Meistersinger genera sarà stata giustificata. Sarà infatti possibile ascoltare la diretta a partire dalle ore 16.00 su Rai radio 3.

FB_IMG_1463261712170

Categorie: Bayerische Staatsoper, Opera Lirica, Senza categoria, Wagner | Tag: , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Straniante DAMNATION DE FAUST a Parigi

by Caterina De Simone 

20151215_193445-1

Quando la ripresa video di un complesso spettacolo teatrale quale la Damnation de Faust , in scena all’ Opéra Nationale de Paris fino al 29 dicembre, migliora la qualità visiva della performance live , c’è sicuramente da preoccuparsi. Su questo adattamento del mito di Faust sganciato deliberatamente dagli stilemi dell’ allure romantica pensata da Berlioz, nonchè privato anche di quelle suggestioni preconizzatrici del Decadentismo, si continua a discutere. Alla Bastille non c’è traccia alcuna dell’ennui che incombe su Faust ; la sottile inquietudine la leggiamo e avvertiamo palpabile nel canto sfumato ed interiorizzato di Jonas Kaufmann , ma è quasi sprecata nella lettura del regista-scenografo  Alvis Hermanis. Il metteur en scéne lettone in un impeto di autocompiacimento, lancia l’idea di un Ulisse dantesco in cerca di virtute e conoscenza su Marte, solo che in questa Damnation de Faust non c’è l’ombra della complessità che Dante ci presenta. Semplicemente Hermanis dimentica l’introspezione del personaggio , o meglio di tutti i personaggi di questa creazione ibrida di Berlioz che fonde le forme convenzionali di oratorio profano e poema sinfonico con coro e voci soliste. Nella prima e seconda parte il palcoscenico è ingombro di ballerini che diligentemente si contorcono seguendo le coreografie di Alla Sigalova , sul piano orizzontale superiore un torrente in piena di video in stile National Geographic che accompagnano l’ingresso alla ribalta di uno strano robot in cerca di forme di vita su Marte e che ai più piccoli avrebbe ricordato il simpatico Wall-E di un fortunato cartoon. L’effetto straniente è decisamente assicurato , in special modo in un contesto nel quale l’ascolto concentrato dovrebbe catalizzare l’attenzione del pubblico. Se al contrario lo straniamento si attenua  grazie alla ripresa video basata su inquadrature strette e dettagli preziosi quali il sensuale sogno di Faust che Jonas Kaufmann ci restituisce intatto anzi esaltato nella ricchezza compositiva berloziana, è chiaro che la produzione si risolve in una banale e ingombrante ricerca di attualizzazione del contesto originario.  Aumenta anzi la discrasia tra i tableaux che compongono in modo spesso disomogeneo la légende dramatique che il compositore aveva derivato dalle sue stesse Huit scènes de Faust .

20151215_194644

Nell’autocompiacimento di Alvis Hermanis c’è poco spazio per la direzione di attori , il coro è bloccato sulla scena in formazione compatta  e i formidabili cantanti Jonas Kaufmann-Faust, Bryn Terfel-Mefistofele e Sophie Koch-Margherita  sono lasciati alle loro iniziative personali. Solo un grande interprete com il tenore tedesco può sfuggire al ridicolo di una  course all’abyme affrontata indossando una sorta di maschera da sub ! E solamente l’untuoso e ruvido Mefistofele di Bryn Terfel  può catturare l’attenzione del pubblico durante la  canzone della pulce mentre sulla sua testa transitano continuamente immagini di topi da laboratorio che si agitano nelle loro gabbie. Alla fine, nonostante l’impiego smodato di tutte le più moderne tecnologie che il teatro musicale di oggi possa offrire , ciò che resta scolpito nella mente e nelle orecchie dello spettatore sono le due grandi arie di Margherita e di Faust. Video di balene sulla testa di Sophie Koch ( la più penalizzata dal regista  fra i protagonisti)  ma squisito ed indimenticabile accompagnamento del corno inglese  obbligato nella struggente d’amour l’ardente flamme , e vulcani in eruzione sopra Faust-Jonas Kaufmann  mentre ci regala un Nature immense…. di rara bellezza , perfettamente centrata, bilanciata e carica di pathos , superiore di gran lunga nell’ascolto in teatro rispetto alla trasmissione  al cinema che appiattisce la bellezza del legato. Sono dieci minuti scarsi di musica , ma il sublime che investe il pubblico riconcilia l’auditorium con questa Damnation de Faust . La direzione di Philippe Jordan  è ricca di dettagli , ma talvolta poco attenta alle dinamiche quando copre e perde i cantanti  come nel terzetto finale della parte terza, o nel Pandemonium   poco incisivo. Chissà se Stéphane Lissner  , che si aggirava imperturbabile in sala poco prima dell’inizio dello spettacolo, avrà già pensato a come rimontare lo stesso spettacolo nelle future stagioni senza il lussuoso cast di questo debutto. Il sold out non sarà di certo garantito , a dimostazione che, senza un concept valido  e senza un’idea di fondo che abbia un plausibile e leggibile sviluppo nel corso dello spettacolo, le belle voci, l’orchestrazione scintillante e raffinata, le invenzioni di Berlioz (una fra tutte l’ironica fuga sull’Amen a conclusione della canzone del topo ) escono svilite da qualsiasi  esecuzione in forma scenica della Damnation de Faust. 

20151215_232402

 

Categorie: Berlioz, Opéra National de Paris, Opera Lirica, recensioni | Tag: , , , , , | 4 commenti

AIDA a Monaco tra zatteroni, sandaletti e sneakers

 by Caterina De Simone

20150928_154704

Antonio Pappano, in occasione dell’imminente uscita della sua Aida registrata lo scorso febbraio a Roma con i complessi di Santa Cecilia e con un cast stellare, aveva recentemente dichiarato di non aver mai visto in tutta la sua vita una produzione perfetta del capolavoro verdiano. Mai come nel caso della ripresa dell’allestimento firmato nel 2009 da Christof Nel   con le scene di Jens Kilian e i costumi di Ilse Welter – Fuchs, riproposto a Monaco dalla Bayerische Staatsoper  Sir Tony ha colto nel segno. La produzione si è trascinata stancamente tra scalpi brutalmente tolti ai nemici dai guerrieri egizi, masse che vagavano in palcoscenico senza saper bene cosa fare in sandaletti bianchi direttamente provenienti dalla scarpiera di casa propria per le donne ed espadrillas  per gli uomini, sacerdoti nero vestiti che durante la scena del giudizio si aggiravano con valigetta porta documenti in mano contenente strani cappucci a mo’ di Ku klux klan prontamente indossati ,  e sbandieratori che agitavano i loro enormi drappi bianchi dalla spoglia ed anonima struttura centrale rotante e cigolante. Se si poteva comunque sopravvivere ad una regia banale  e confusa nella sua atemporalita’ , difficile è certo accettare la direzione grossolana ed incongruente di Dan Ettinger , presenza regolare all’Opera di Monaco , che è riuscito a creare scompiglio nel pur ottimo coro , direttore che ha scavato un fossato fra buca e palcoscenico imponendo una lettura fatta di lentezze estreme che si opponevano ad improvvise accelerazioni, e franando nei concertati.

20150928_221913

Onore e merito al cast vocale che tra l’altro vedeva il debutto in palcoscenico del Radamès più atteso del mondo della lirica, quel Jonas Kaufmann che dopo l’ottima prova offerta a Roma nell’Aida concertante aveva da solo riempito il teatro all’apertura della vendita dei biglietti. Il tenore di casa enfant du pays e quindi beniamino del pubblico , è stato il primo a non crederci offrendo una prova diligente nel primo atto con una celeste Aida puntuale e sfumata ma senza il pathos vibrante dell’esecuzione romana e aggirandosi sconsolato durante il trionfo ( evidentemente senza avere ricevuto alcuna indicazione di regia) . L’animale da palcoscenico,  nonché l’artista vero costretto a vivere  la produzione, si è però imposto già  nell’atto del Nilo per poi finire con il solito miracolo di fiati lunghissimi e mezze voci nella fatal pietra. Al suo fianco Krassimira  Stoyanova è stata una ottima Aida , dominando l’impervia tessitura, perfetta nei cieli azzurri  e resistendo al fiume in piena di Anna Smirnova , una Amneris dal volume importante , convincente in scena per quanto la produzione poteva offrire. L’ Amonasro di Franco Vassallo e il Re di Marco Spotti hanno portato un po’ di solida e ordinata tecnica italiana , mentre Ain Anger ha conferito al suo Ramfis la giusta protervia che l’empia razza  prescrive. Di questo allestimento purtroppo resteranno negli occhi di chi guarda i costumi infelici e mortificanti delle due protagoniste, l’armatura da tartaruga ninja su giubbotto antiproiettile indossata di sicuro senza troppo entusiasmo da Jonas Kaufmann insieme ad improponibili sneakers Superga, ma sopratutto i ridicoli zatteroni dorati , vero corso di sopravvivenza per l’ottimo Re di Marco Spotti. Musicalmente aspettiamo il vero battesimo in scena di Radamès – Jonas Kaufmann : merita decisamente di meglio.

20150928_221827

Categorie: Bayerische Staatsoper, Opera Lirica, recensioni, Verdi | Tag: , , , , , , , | 15 commenti

NESSUN DORMA ? No, QUINTESSENTIAL PUCCINI !

by Caterina De Simone

 

20150907_000135-1

Sembra quasi inevitabile parlare del nuovo CD di Jonas Kaufmann, dedicato interamente al repertorio pucciniano  in uscita fra  pochi giorni. A scanso di equivoci, e prima che i soliti “Ahhhhh” e “Ohhhhh” invadano il web è bene chiarire che dietro la banalità del titolo “Nessun dorma” , scelto presumibilmente dalla SONY per avere  immagine e visibilità uniche in tutto il mondo, c’è un prodotto che gli anglosassoni definirebbero quintessential Puccini.  Prodotto che non offre solo un recital monografico del tenore tedesco, poichè  non c’è un solo protagonista supportato da un’orchestra con conseguente direttore, ma  tre entità distinte che partecipano in egual misura ad un  formidabile lavoro di squadra. Quindi tre protagonisti irrinunciabili e un unico team formato da Jonas Kaufmann, Antonio Pappano e l’Orchestra di Santa Cecilia.  Alla terza incisione in studio dopo Madama Butterfly e Verismo  e anticipando  Aida con cast stellare  in uscita in autunno, il feeling tra i tre protagonisti assurge qui ad una sorta di simbiosi nella quale tutto è bilanciato ed oliato ma spontaneo e senza alcuna caduta nella retorica .  Ed eccolo vivo, palpitante il  Cavaliere Des Griex riprendere il Leitmotiv di Manon in Donna non vidi mai mentre i violini seguono il coup de foudre  giovanile.

20150907_000807-1

Palpitante, amaro e infine disperato nel duetto dall’Atto II cantato con Kristine Opolais , sua partner già in due produzioni di Manon Lescaut , e poi angosciato nel Guardate….pazzo son dall’Atto III . Kaufmann dimostra ancora una volta la sua statura di grande interprete proprio nel finale III. Punti di forza del CD oltre ai brani da  Manon Lescaut  sono gli estratti da Fanciulla del West e  da Turandot, i nei quali Kaufmann si mostra vinto e disfatto come nella perorazione dell’Atto II Una parola sola….or son sei mesi, e poi orgoglioso fino all’accorata preghiera dell’unico pezzo chiuso dell’opera Ch’ella mi creda . E davvero fra i tre ruoli totem di questo recital  il suo Des Grieux e il suo  Dick Johnson, forse perchè già portati in scena, incarnano alla perfezione l’eroe pucciniano sfaccettato seguendone la formidabile evoluzione del personaggio. Le premesse perchè ciò avvenga anche con il Calaf  di Turandot , quando lo canterà integralmente in palcoscenico , ci sono tutte. In special modo se guardiamo al Non pianger Liù , di una dolcezza estrema, con mezze tinte di rara bellezza che poi si stemperano in un Nessun dorma scuro, deciso e culminante nell’accorato sfogo sensuale della sua cadenza plagale. Questi tre personaggi da soli valgono già l’intero CD , e se aggiungiamo anche l’amaro sfogo di Luigi nel Tabarro dal quale si propaga  tutta la vocalità tesa e la finezza della scrittura pucciniana otteniamo quasi una perfetta sintesi di ciò che oggi  definiremmo appunto quintessential Puccini.  Poco importa se il Rinuccio dello Schicchi non è lieve e solare , gli acuti di Viva la gente nova e Gianni Schicchi sono pieni e senza sforzo pur mancando il colore richiesto , e se il Ruggero manca di ingenuità nell’estratto dalla Rondine. Ci sono ancora dei bonus da cofanetto di lusso nelle arie del Puccini giovanile da Le Villi e da Edgar e c’è un Pinkerton che in Addio fiorito asil mostra finalmente una umanità e un sincero pentimento che ce lo rendono quasi simpatico.

20150907_000912-1

Peccato solamente che nella scelta dei brani non sia stato inserito anche il duetto dall’Atto I fra Tosca e Cavaradossi , probabilmente troppo per Kristine Opolais che non dispone di un metallo pregiato ma che supplisce con interpretazione ed emozionalità ai suoi limiti (duetti da Manon Lescaut e Bohème ). Ci resta in ogni caso un Recondita armonia a completare l’excursus in campo pucciniano. Quindi niente Ahhhh e niente Ohhhh , lasciamo semplicemente che Pappano alla testa di una formidabile Orchestra di Santa Cecilia e uno Jonas Kaufmann in forma smagliante  le ascose fibre vadano a carezzare.

 

Categorie: CD, Opera Lirica, Puccini | Tag: , , , , , , , , , , , , , | 6 commenti

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: