Articoli con tag: Pappano

Vademecum per la visione di Otello al cinema

20170628_102531

Oggi, 28 Giugno, é una data che i molti melomani sparsi nel mondo aspettano. Fra poche ore verrà infatti trsmesso, in diretta cinematografica, Otello di Verdi dalla Royal Opera House di Londra.

Come ho già avuto modo di commentare su Operaclick http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/londra-royal-opera-house-otello , siamo di fronte ad una chiave di lettura quasi psicoanalitica. Il  Moro esordisce con  poche frasi in declamato, emerge quasi di soppiatto da una pedana che si innalza al di sopra del coro, e già lo sentiamo e vediamo umanamente esposto agli umori del popolo cipriota. Da subito l’Otello di Jonas Kaufmann ci appare come il prototipo dell’antieroe, condottiero vittorioso in battaglia ma dalla personalità spezzata in due. La sua vulnerabilità è facile preda del diretto e frontale attacco portato da Jago. Nessun contrasto è meglio riuscito di quello fra l’alfiere nefasto di Marco Vratogna, rozzo, brutale, e l’insicurezza latente del Moro. Bianco e nero, facce speculari della stessa medaglia, il rapporto fra i due avvelena e contamina l’esistenza di Otello grazie alla concertazione vibrante e drammaticamente efficace di Antonio Pappano .

Per tutti coloro che saranno al cinema questa sera vi suggerisco di prestare attenzione all’interpretazione del tenore tedesco già dal duetto d’amore del primo atto. Il condottiero dalle gonfie labbra si abbandona in grembo ad una maternale Desdemona, Maria Agresta, indifeso e totalmente in balia della sua sposa.  Lo spirito indomito, il condottiero glorioso, ha già deposto le sue armi, lasciando l’iniziativa alla donna che ha lottato per averlo.

received_10213517578235147

Photo Helga Geistanger

Salto temporale: Jago ha inoculato il veleno nel corpo di Otello. In apertura di terzo atto il processo di Jaghizzazione  è già in atto e Kaufmann oscilla tra il canto mellifluo pubblico e il livore degli a parte. L’insinuante datemi ancor l’eburnea mano si scontra col feroce insulto  Vi credea…quella vil cortigiana che è la sposa di Otello. La mente vacilla, tra l’angoscioso e ardente desiderio di credere Desdemona innocente e la spietata certezza della colpa. Tutto è racchiuso in poche battute, la discesa agli inferi è davanti a noi.

Il monologo successivo è il vertice interpretativo di quest’Otello londinese. Vero soliloquio,  oscilla tra l’atroce sofferenza e il selvaggio Si  bemolle acuto all’arrivo di Cassio, ricadendo nel registro grave Orror,  supplizi immondi. Kaufmann si rifugia su una passerella al di sotto della quale ascolta Jago irretire Cassio a proposito delle sue conquiste amorose. Carponi, le frasi spezzate, lo sguardo velato rivelano un Moro schiantato.

La furia trattenuta che lo porta ad architettare l’uccisione di Desdemona é da brividi. Tra frasi sibilanti indirizzate alla moglie Frenate dunque le labbra loquaci e accenti d’ira incontrollata il terzo atto di Kaufmann é un capolavoro di interpretazione.  Il suo Otello arriva a compimento proprio lungo l’arco temporale di quell’atto.

Il canto sublime della scena finale, la carezza quasi pentita alla sposa addormentata prima di impugnare la scimitarra, è la logica conseguenza di una caratterizzazione finalmente arrivata a compimento dopo due atti discontinui.

Si esce da teatro contratti, consapevoli di aver assistito ad uno spettacolo imperfetto, ma allo stesso tempo consapevoli che nessun’altra chiave di lettura del capolavoro verdiano ci appagherà dopo questa.

received_10213517578275148

Photo Helga Geistanger

Categorie: Boito, cinema e musica, Opera Lirica, riflessioni, Rossini, Royal Opera House, Verdi | Tag: , , , , | Lascia un commento

Sinergie

screenshot_2017-02-14-13-09-46-1-1

In area germanica si parla spesso di zusammen musizieren e lo stesso Claudio Abbado ne aveva fatto il suo credo o il suo motto se vogliamo. Non c’è prova musicale che possa prescindere da questo assunto, in quanto esempio massimo di comunicazione non verbale. Dopo tutto è quello che ci colpisce, quello che cerchiamo in teatro e nella sale da concerto durante le performance degli artisti che andiamo a sentire e vedere.

Dunque la sinergia tra le parti è quanto rende una prova più o meno riuscita. E’ questa la chiave dello zusammen musizieren, l’essere in relazione sinergica, lontano da gerarchie e senza alcuna supremazia l’uno sull’altro. Questo è quanto succede quando Sir Tony Pappano dirige o accompagna al piano. Succede allora che il cd Shakespeare Songs, nel quale Ian Bostridge canta liriche ispirate dai drammi e sonetti del Bardo accompagnato al piano dal direttore baronetto, vinca un Grammy Award, l’equivalente dell’oscar della musica.

Succede anche che Jonas Kaufmann, in un momento delicato della sua carriera, si affidi a Pappano per ritornare a Siegmund a sei anni dal debutto newyorkese nel ruolo. Lo si vede inequivocabilmente nell’eye contact che corre come un filo sotterraneo tra cantante e direttore durante tutto il concerto. Lo sguardo da camaleonte del maestro segue contemporaneamente gli strumentisti, la Sieglinde impetuosa di Karita Mattila e il selvaggio Hunding di Eric Halfvarson , ma sorregge in special modo il Siegmund fragile, estremamente umano del tenore tedesco. Lo si sente respirare con lui, attento a costruire il più straordinario tappeto sonoro che Wagner abbia mai potuto concepire per questo scontro fra umani disperati, braccati e senza speranza. Fragende Frau diventa l’amaro canto del condannato dalle cui viscere  erompe l’urlo quasi sovrumano dell’anti-eroe che invoca l’aiuto del padre, un Waelse Waelse! che squassa la Barbican Hall sui tremoli ostinati degli archi e che lascia il posto ad accenti vibranti su Schwert e Herz.

Tutto questo parla di sinergie che permettono il superamento degli individualismi e delle difficoltà altrove insormontabili, lo si vede negli sguardi che ridono alla fine del concerto, in quel mordersi soddisfatto il labbro inferiore di Kaufmann e nel sorriso smagliante di Sir Tony.

Questo è zusammen musizieren.

20170214_131443

Categorie: Barbican Hall, CD, riflessioni, Wagner | Tag: , , , , , , , , , | 2 commenti

Traghettando nel 2017

Amneris Vagante traghetta nel 2017  accingendosi così ad entrare nel terzo anno di vita. Questo non è un consuntivo né un bilancio, ma una valutazione soggettiva basata su una personale statistica e su passioni e preferenze consolidate.

fb_img_1450229314458

Il 2015 è stato l’anno di Jonas Kaufmann, seguito nella sua evoluzione verso un repertorio sempre più lirico – spinto se non addirittura drammatico. Da uno Chènier memorabile  al Radamès sottilmente combattuto,  al Canio femminicida  alter ego di un  Turiddu da cartolina mafiosa, passando per Don José,  Des Grieux che è ormai la sua seconda pelle, Florestan affetto da PTSD (Post Traumatic Shock Disease) finendo con Faust in procinto di partire per Marte …….il talento camaleontico del tenore tedesco ha marcato  il territorio in quell’anno solare.

La Damnation de Faust (Saison 2015-2016)

Nel caldo giugno milanese il suo recital scaligero lo ha anche mostrato fragile, nonostante la solita kontrollierte Extase che dice essere il suo unico credo . Ansia da prestazione impalpabile che aleggiava in sala, tenuta a freno con rigore fino al fremito finale…..pubblico in delirio, guest list interminabile con assalto al camerino …..pressione psicologica e invadenza dei fans…..

Non è semplice gestire una carriera fatta di aerei e ipad con nuovi ruoli da studiare e personaggi da approfondire e consolidare,  tra tour promozionali e mondi paralleli che si avvicinano pericolosamente. Inchino profondo di fronte ad un anno d’oro in cui ha espresso il meglio di sé,  ma che gli ha anche mostrato il lato oscuro della fama e di relazioni professionali e personali spesso mendaci. Si sa , il tenore è l’eroe sul quale si concentrano le aspettative maggiori del pubblico operistico seriale, tra tessiture più o meno estese, note più o meno acute, puntature  e portamenti.

Il 2016 così non è stato  l’anno di Jonas Kaufmann, impossibile ripetere una stagione di grazia come quella precedente e in attesa di un 2017 con un traguardo importante, forse decisivo, in una carriera ventennale : Otello alla Royal Opera House con Sir Tony Pappano a supportarlo e sostenerlo nel suo debutto nel ruolo.

20161210_223416

Il 2016 per Amneris Vagante reca  un altro sigillo , quello di Renè Pape e  del suo Filippo II. Visto e ascoltato alla Opernhaus di Zurigo, questo sovrano spagnolo è un uomo imprigionato nella sua funzione pubblica. La ragione di Stato lo fa spavaldo nel cacciare la contessa d’Aremberg,  per poi renderlo meschino, roso dal tarlo della gelosia nel suo studio, al cospetto di una consorte irreprensibile e giustamente irata per il furto del cofanetto contenente i gioielli. Già l’introduzione del violoncello solo si era aperta su un Filippo incapace di prender sonno ,  vinto dal dubbio se dorme il prence,  veglia il traditor, il capo appoggiato alla spalliera della poltrona, piegato ora a destra ora a sinistra, e poi il ricordo amaro dell’arrivo della giovane sposa quasi rassegnata all’idea di un marito già avanti negli anni. La voce di Renè Pape oscilla tra l’orgoglio ferito del sovrano e l’anelito verso affetti sinceri che il suo stesso rango gli preclude, in un flusso continuo mobilissimo, elegante e  nuancé sovra ogni cosa.  L’allestimento è minimal,  la ripresa della produzione è di routine, ma Filippo II emerge come cesellato da un grande artista.

20161210_204912

Il 2016 di Amneris Vagante si chiude così,  con l’immagine di un nobile capo che non trova pace nel privato del suo studio. Ci scopriamo tutti più fragili e fatti di materia povera grazie alla sapienza di Giuseppe Verdi e all’interpretazione di Renè Pape.

Per un attimo ritorna alla mente un’altra grande parabola: quella di Wotan, il Wotan collerico eppure addolorato per la disubbidienza della figlia prediletta Brünnhilde.  Ancora Renè Pape a Baden-Baden in un ruolo dalla tessitura scomoda per un basso cantante come lui. Il  performer intelligente aveva schivato le difficoltà optando per una interpretazione sfumata e piena di sottigliezze, laddove non poteva competere sulla muscolarità e sulla potenza.

Sì,  il 2016 è per Amneris Vagante quello di Renè Pape.

fb_img_1468507684657

Photo Helga Geistanger

Categorie: Baden Baden Sommerfestspiele, Opernhaus Zürich, riflessioni, Royal Opera House, Teatro alla Scala, Verdi, Wagner | Tag: , , , , , , , , , , | 5 commenti

NESSUN DORMA ? No, QUINTESSENTIAL PUCCINI !

by Caterina De Simone

 

20150907_000135-1

Sembra quasi inevitabile parlare del nuovo CD di Jonas Kaufmann, dedicato interamente al repertorio pucciniano  in uscita fra  pochi giorni. A scanso di equivoci, e prima che i soliti “Ahhhhh” e “Ohhhhh” invadano il web è bene chiarire che dietro la banalità del titolo “Nessun dorma” , scelto presumibilmente dalla SONY per avere  immagine e visibilità uniche in tutto il mondo, c’è un prodotto che gli anglosassoni definirebbero quintessential Puccini.  Prodotto che non offre solo un recital monografico del tenore tedesco, poichè  non c’è un solo protagonista supportato da un’orchestra con conseguente direttore, ma  tre entità distinte che partecipano in egual misura ad un  formidabile lavoro di squadra. Quindi tre protagonisti irrinunciabili e un unico team formato da Jonas Kaufmann, Antonio Pappano e l’Orchestra di Santa Cecilia.  Alla terza incisione in studio dopo Madama Butterfly e Verismo  e anticipando  Aida con cast stellare  in uscita in autunno, il feeling tra i tre protagonisti assurge qui ad una sorta di simbiosi nella quale tutto è bilanciato ed oliato ma spontaneo e senza alcuna caduta nella retorica .  Ed eccolo vivo, palpitante il  Cavaliere Des Griex riprendere il Leitmotiv di Manon in Donna non vidi mai mentre i violini seguono il coup de foudre  giovanile.

20150907_000807-1

Palpitante, amaro e infine disperato nel duetto dall’Atto II cantato con Kristine Opolais , sua partner già in due produzioni di Manon Lescaut , e poi angosciato nel Guardate….pazzo son dall’Atto III . Kaufmann dimostra ancora una volta la sua statura di grande interprete proprio nel finale III. Punti di forza del CD oltre ai brani da  Manon Lescaut  sono gli estratti da Fanciulla del West e  da Turandot, i nei quali Kaufmann si mostra vinto e disfatto come nella perorazione dell’Atto II Una parola sola….or son sei mesi, e poi orgoglioso fino all’accorata preghiera dell’unico pezzo chiuso dell’opera Ch’ella mi creda . E davvero fra i tre ruoli totem di questo recital  il suo Des Grieux e il suo  Dick Johnson, forse perchè già portati in scena, incarnano alla perfezione l’eroe pucciniano sfaccettato seguendone la formidabile evoluzione del personaggio. Le premesse perchè ciò avvenga anche con il Calaf  di Turandot , quando lo canterà integralmente in palcoscenico , ci sono tutte. In special modo se guardiamo al Non pianger Liù , di una dolcezza estrema, con mezze tinte di rara bellezza che poi si stemperano in un Nessun dorma scuro, deciso e culminante nell’accorato sfogo sensuale della sua cadenza plagale. Questi tre personaggi da soli valgono già l’intero CD , e se aggiungiamo anche l’amaro sfogo di Luigi nel Tabarro dal quale si propaga  tutta la vocalità tesa e la finezza della scrittura pucciniana otteniamo quasi una perfetta sintesi di ciò che oggi  definiremmo appunto quintessential Puccini.  Poco importa se il Rinuccio dello Schicchi non è lieve e solare , gli acuti di Viva la gente nova e Gianni Schicchi sono pieni e senza sforzo pur mancando il colore richiesto , e se il Ruggero manca di ingenuità nell’estratto dalla Rondine. Ci sono ancora dei bonus da cofanetto di lusso nelle arie del Puccini giovanile da Le Villi e da Edgar e c’è un Pinkerton che in Addio fiorito asil mostra finalmente una umanità e un sincero pentimento che ce lo rendono quasi simpatico.

20150907_000912-1

Peccato solamente che nella scelta dei brani non sia stato inserito anche il duetto dall’Atto I fra Tosca e Cavaradossi , probabilmente troppo per Kristine Opolais che non dispone di un metallo pregiato ma che supplisce con interpretazione ed emozionalità ai suoi limiti (duetti da Manon Lescaut e Bohème ). Ci resta in ogni caso un Recondita armonia a completare l’excursus in campo pucciniano. Quindi niente Ahhhh e niente Ohhhh , lasciamo semplicemente che Pappano alla testa di una formidabile Orchestra di Santa Cecilia e uno Jonas Kaufmann in forma smagliante  le ascose fibre vadano a carezzare.

 

Categorie: CD, Opera Lirica, Puccini | Tag: , , , , , , , , , , , , , | 6 commenti

KROL ROGER o la Sicilia Normanna di SZYMANOWSKI

by Caterina De Simone

http://www.theoperaplatform.eu/en/opera/szymanowski-krol-roger

images

Non cercate la Sicilia normanna del XII secolo in Krol Roger, l’opera di Karol Szymanowski ispirata alla figura di Ruggero II di Sicilia, trasmessa in streaming dalla Royal Opera House di Londra per the Opera Platform   poche ore fa. Il compositore polacco pare fosse rimasto colpito dalla storia millenaria e dalla multietnicità dell’isola durante un suo viaggio nel mediterraneo , anche lui alla ricerca di quelle radici dell’albero della cultura contemporanea così come altri suoi illustri predecessori. In realtà l’ambientazione normanna, presumibilmente presso il palazzo reale di Ruggero II a Palermo, è più un pretesto, un falso storico , per inscenare il fortissimo contrasto interiore che  lacerava il musicista, incarnato nella figura del protagonista, negli anni in cui la partitura fu iniziata, accantonata e poi ripresa con cambi sostanziali (v. finale). Dunque attorno a Re Ruggero e alla sua anima lacerata Szymanowski costruisce tre atti dal colore e dall’anima profondamente diversi come se volesse  descrivere tre delle molteplici etnie ancora presenti in Sicilia durante il regno   normanno. Casa regnante  con alti ideali di tolleranza, gli Altavilla furono sovrani che consentirono, anzi incoraggiarono, la convivenza fra i  diversi gruppi razziali discendenti dalle varie culture che si erano avvicendate nell’isola. Succedeva così che lingue ufficiali di corte fossero almeno due , il greco e il latino, come ampiamente dimostrato dagli esempi più fulgidi della tecnica  musiva di quel tempo, tra l’altro frutto di una sintesi mirabile di arte bizantina-arabo-normanna . mqdefault

Foto Bill Cooper The Royal Opera House 2015

Ma in Krol Roger non c’è nulla di tutto questo. Tra i personaggi la regina Roxana, sposa di Ruggero II, ha un nome che non corrisponde per verità storica a nessuna delle tre mogli del re;  lo stesso dicasi del consigliere  Edrisi   che riprende la figura di al-Idrisi , massimo geografo musulmano del tempo, il quale  aveva redatto per ordine del re normanno la cosiddetta Charta rogeriana , vero atlante storico delle terre allora conosciute. Fa bene allora Kasper Holten a togliere qualsiasi riferimento a questo Regno di Sicilia che non ha alcun vero riferimento storico. La sua produzione, la prima alla Royal Opera House dal debutto assoluto dell’opera avvenuto nel  1926, si concentra sulla vera essenza della partitura, ovvero il tormento interiore vissuto dal protagonista  nelle pulsioni omoerotiche che contrappongono la visione dionisiaca illustrata dal Pastore a quella apollinea che Roger sceglierà nello splendido finale. I tre atti sono come tre unità a sè stanti che espongono la rigida ortodossia della Chiesa Cristiana nell’atto bizantino, la deriva della tentazione nell’atto orientale e infine la scelta in quello greco. E il regista danese concepisce uno spettacolo che serve a dovere l’opera di Szymanowski , coadiuvato dall’impianto scenico di Steffen Aarfing e dalle efficacissime luci di Jon Clark. La gigantesca testa che campeggia al centro del palcoscenico è inquietante nel voler rappresentare la tirannia della Chiesa all’inizio, ma lo è ancor di più quando si apre lasciando intravvedere le stanze del palazzo reale e le danze orgiastiche dell’atto orientale, mentre scompare nel finale come inghiottita in un cumulo di macerie fumanti dalle quali risorgerà verso la luce apollinea Roger . FB_IMG_1431886099207Foto Ariane Sarah Wirz

Il protagonista Mariusz Kwiecien domina la scena, vero personaggio pieno di tutte le fragilità umane, incarna con grande convinzione i tormenti di un re nel quale si rispecchia la psicologia del compositore. Il baritono polacco, forte del suo timbro morbido e vellutato , dà il meglio di sè nel secondo atto, quando ogni sguardo ed ogni trasalimento seguono le mille sfaccettature della voce. Non altrettanto sottile il Pastore di Saimir Pirgu che,  pur cantando a voce spiegata, manca di un che di insinuante e di quella sensualità tentatrice che mira ad  inghiottire Roger. Georgia Jarman tratteggia una Roxana affascinante e infelice, in cerca del suo ruolo di donna in carne ed ossa , mentre  ancora una volta il coro della ROH diretto da Peter Manning si dimostra efficacissimo e preparato a dovere. Resta come sempre il trionfatore della serata, Antonio Pappano , che, con il tocco di Mida , conduce all’apoteosi finale un’orchestra in gran spolvero nelle percussioni ma anche in ogni altro settore. La sinergia che Sir Tony sviluppa  con i suoi professori  e con gli artisti con i quali via via collabora fanno di lui un grande concertatore oltre che un ancor più grande comunicatore e servitore della musica.

Categorie: Opera Lirica, recensioni, streaming | Tag: , , , , , | 4 commenti

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: