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Conversando con… France Dariz

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Conversare con France Dariz  è come immergersi in una materia liquida, perché si entra dentro un processo di formazione e maturazione attraversando il repertorio italiano, francese e tedesco. La voce ampia e gli acuti “facili” sono le sue credenziali di accesso  per una carriera agli albori che passa dal Macerata Opera Festival  2017. Da cover di Irene Thèorin, il soprano francese si è infatti ritrovata a debuttare allo Sferisterio in Turandot per un infortunio occorso alla titolare. Incontrandola tra una recita e l’altra è piacevole andare alla scoperta di una personalità solare,  dalle idee  chiare e già ben proiettata alla costruzione intelligente di un percorso professionale.

Confesso di non sapere nulla di te, della tua formazione e di come ti sei accostata allo studio del canto…

La mia è una famiglia di musicisti. Dal bisnonno al nonno fino a mio padre, tutti sono musicisti. Mia nonna materna era cantante, quindi è stato naturale per me e mio fratello studiare musica. Ho iniziato con il pianoforte e con l’arpa, anche se ho sempre cantato a casa, il canto lirico non era mai entrato nella mia prospettiva. Mio padre è jazzista, quindi guardavo più che altro alle grandi cantanti jazz. Poi, per caso, il maestro di canto della mia scuola mi ha fatto una piccola audizione ed è partito tutto da lì.  Ho lasciato lo studio di pianoforte ed arpa e mi sono dedicata completamente al canto.

Com’è stata la tua formazione specifica? Hai subito trovato la tua voce?

Il mio primo maestro con il quale mi sono diplomata era indeciso all’inizio. Ho iniziato come soprano lirico partendo dal repertorio francese con Les Pecheurs des Perles, Roméo et Juliette Manon per via della mia  facilità in acuto. Ricordo che già ai primi esercizi, partendo dal do centrale riuscivo ad arrivare al si bemolle senza grande sforzo. Per migliorare la salita all’acuto allora ho iniziato a studiare parti come Rosina la Contessa. Infine il mio maestro mi ha fatto studiare In quelle trine morbide dalla Manon Lescaut di Puccini e ho capito che ero piuttosto un soprano drammatico di agilità.

Attualmente da chi sei seguita e con chi ti consulti nell’affrontare lo studio di ruoli nuovi ?

Sei anni fa ho vinto un concorso in Francia e lì ho conosciuto la mia attuale maestra Lise Arseguet con la quale ho un rapporto di totale fiducia. È per me fonte di grande sicurezza ed i suoi insegnamenti e consigli hanno sempre funzionato. È stata un grande soprano che per motivi di salute ha dovuto abbandonare la carriera forzatamente. Ha lavorato anche con Messiaen e con lui ha inciso la versione per pianoforte e soprano de Le poéme pour Mi. È stata la prima a sentirmi mentre studiavo Turandot e da subito ha riconosciuto che la mia voce era adatta alla parte. Oggi sono in continuo contatto con lei per ogni nuova proposta e ogni volta che preparo un ruolo.

Raccontami di questa Turandot al Macerata Opera Festival che è un po’ il caso dell’estate operistica festivaliera italiana.

Intanto ci tengo a dire che non avrei mai pensato di cantare qui. È stato un doppio debutto il mio, allo Sferisterio e nel ruolo, e non avrei mai pensato di sostituire Irene Thèorin con la quale sin da subito si è instaurato un rapporto improntato ad una grande e sincera cordialità. Purtroppo per lei si è infortunata subito dopo la prima, così a due giorni dalla seconda recita ho avuto la comunicazione che avrei cantato io. Avevo seguito tutto l’iter delle prove sin dal 20 giugno, ma non avevo mai provato in palcoscenico. C’è però un elemento importante che mi ha aiutato a superare lo stress del debutto: in questa produzione Turandot è in scena sin dall’inizio quindi ho potuto respirare l’atmosfera dello spettacolo da subito e soprattutto avere contezza del rapporto buca-palco.

Molti cantanti sostengono che per un debutto in un ruolo sia più facile essere impegnati in allestimenti tradizionali piuttosto che in produzioni maggiormente innovative.

In questo caso non sono d’accordo.  Perché Ricci e Forte  hanno studiato a fondo l’opera. La forza del loro spettacolo sta nel fatto di avere offerto una lettura nella quale niente è lasciato al caso, anzi tutto è pensato nel quadro di una visione quasi psicoanalitica. Questa è una Turandot che spinge alla riflessione e si sviluppa su diversi piani di lettura. Non è per un pubblico passivo perché ti spinge a pensare al significato dell’amore,  del desiderio e quindi alla paura che queste forze innescano.

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Tu hai già esperienza di canto in spazi aperti come l’arena di Verona ed ora allo Sferisterio.  Quali sono i principali problemi dell’acustica e qual è la tua opinione in merito all’amplificazione così spesso utilizzata outdoor?

Qui a Macerata per fortuna non abbiamo necessità di amplificazione. Questo è un vero teatro anche se non è nato per ospitare l’opera lirica, quindi l’acustica è molto buona. Lo stesso muro di fondo quando cantiamo con le spalle al pubblico serve da cassa di risonanza perché proietta verso la platea la forza della voce. Quanto meno per voci grandi come la mia non pone nessun problema. Lo stesso succede ad Orange il cui teatro antico ha anch’esso un’ottima acustica. Allo Sferisterio inoltre riusciamo a sentire bene l’orchestra, cosa che invece è un problema a Verona dove l’amplificazione impoverisce le voci. Sono convinta che la lirica non sia fatta per i microfoni che appiattiscono la resa musicale e vocale.

Torniamo alle tue scelte di repertorio in una prospettiva futura. Quali sono il tuo orientamento e il tuo criterio di scelta?

Finora devo dire che Verdi e Puccini mi hanno dato le maggiori soddisfazioni. Spero di riprendere Aida e di debuttare come Abigaille, per la quale mi sento pronta, al più presto. In Verdi soprattutto ci sono ruoli formidabili per soprano drammatico e che mi affascinano. Penso ad Odabella e Lady Macbeth. Sono anche molto attratta dal Verismo e ho già un progetto per  Chènier in un teatro italiano. Fare Maddalena di Coigny è infatti uno dei miei sogni. Già da qualche anno inoltre sto studiando le bionde, come dicono in Germania,  di Wagner, quindi Elizabeth,  Elsa , Sieglinde e Senta. Tutte le esperienze  precedenti nel repertorio francese e italiano mi servono così per affrontare meglio anche  quello tedesco. Se Verdi e Puccini colpiscono al cuore,  Wagner invece entra nella mente e ti soggioga. Spero arrivi presto il mio debutto in uno di quei grandi ruoli, sempre tenendo bene a mente che non si può cantare solo Wagner perché si rischia di perdere l’elasticità.

Quanto a Strauss qual è  la tua attitudine?

Per questo genere di repertorio ho il massimo rispetto, ma lo considero un universo a se stante. Per il momento è molto lontano da me, non credo lo affronterò  prima di diversi anni. Dovessi cantare Elektra adesso….non so cosa potrei fare dopo!

Nella costruzione della tua carriera hai dei modelli di riferimento e con chi ti piacerebbe cantare oggi?

Indubbiamente se penso a Wagner un modello inarrivabile è Birgit Nilsson, mentre oggi guardo ad Irene Thèorin, sopratutto dopo aver condiviso con lei quattro settimane di prove per Turandot. Fra i tenori la mia ammirazione va a Franco Corelli per la sua vocalità simile ad un torrente in piena.  Attualmente il mio tenore di riferimento è Jonas Kaufmann  in quanto riesce a passare da un repertorio all’altro senza mai forzare, usando sempre la sua voce. Lo ammiro per la sua grande intelligenza di interprete e anche per essere riuscito con grande abilità a non farsi “incasellare” in un determinato genere come succede abitualmente nel nostro mondo. Nel mio piccolo pure io non vorrei mai dover circoscrivere la carriera fra un esiguo numero di ruoli.

Veniamo a qualcosa di più personale.  Hai una routine particolare oppure un’alimentazione specifica a seconda che tu abbia uno spettacolo  o meno?

Non credo si possa definire una vera e propria routine. Certo è che di solito arrivo in teatro due o tre ore prima dell’inizio. Nel pomeriggio comincio a riscaldare la voce, poi  se, come a Macerata, la recita comincia alle 21,00, alle 18 mangio qualcosa che mi dia la giusta energia. In generale cerco di stare molto attenta all’alimentazione, perché noi cantanti lirici abbiamo spesso problemi di reflusso gastroesofageo.

Questa sera hai l’ultima recita di Turandot. Cosa farai adesso?

Ritorno a casa ad Avignone, da mio marito che è il punto fermo della mia vita. Lui non è nè cantante nè musicista, quindi mi tiene  con i piedi ben piantati a terra. Siamo insieme da molti anni e lui è la parte saggia della coppia. Insieme ce ne andremo a Bayreuth per  una vacanza e nell’occasione mi godrò  il Festival.

France Dariz chiacchiera ancora in libertà e poi si allontana ridendo, forse già proiettata verso la sua vacanza tedesca. In bocca al lupo, toi toi toi!

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NESSUN DORMA ? No, QUINTESSENTIAL PUCCINI !

by Caterina De Simone

 

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Sembra quasi inevitabile parlare del nuovo CD di Jonas Kaufmann, dedicato interamente al repertorio pucciniano  in uscita fra  pochi giorni. A scanso di equivoci, e prima che i soliti “Ahhhhh” e “Ohhhhh” invadano il web è bene chiarire che dietro la banalità del titolo “Nessun dorma” , scelto presumibilmente dalla SONY per avere  immagine e visibilità uniche in tutto il mondo, c’è un prodotto che gli anglosassoni definirebbero quintessential Puccini.  Prodotto che non offre solo un recital monografico del tenore tedesco, poichè  non c’è un solo protagonista supportato da un’orchestra con conseguente direttore, ma  tre entità distinte che partecipano in egual misura ad un  formidabile lavoro di squadra. Quindi tre protagonisti irrinunciabili e un unico team formato da Jonas Kaufmann, Antonio Pappano e l’Orchestra di Santa Cecilia.  Alla terza incisione in studio dopo Madama Butterfly e Verismo  e anticipando  Aida con cast stellare  in uscita in autunno, il feeling tra i tre protagonisti assurge qui ad una sorta di simbiosi nella quale tutto è bilanciato ed oliato ma spontaneo e senza alcuna caduta nella retorica .  Ed eccolo vivo, palpitante il  Cavaliere Des Griex riprendere il Leitmotiv di Manon in Donna non vidi mai mentre i violini seguono il coup de foudre  giovanile.

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Palpitante, amaro e infine disperato nel duetto dall’Atto II cantato con Kristine Opolais , sua partner già in due produzioni di Manon Lescaut , e poi angosciato nel Guardate….pazzo son dall’Atto III . Kaufmann dimostra ancora una volta la sua statura di grande interprete proprio nel finale III. Punti di forza del CD oltre ai brani da  Manon Lescaut  sono gli estratti da Fanciulla del West e  da Turandot, i nei quali Kaufmann si mostra vinto e disfatto come nella perorazione dell’Atto II Una parola sola….or son sei mesi, e poi orgoglioso fino all’accorata preghiera dell’unico pezzo chiuso dell’opera Ch’ella mi creda . E davvero fra i tre ruoli totem di questo recital  il suo Des Grieux e il suo  Dick Johnson, forse perchè già portati in scena, incarnano alla perfezione l’eroe pucciniano sfaccettato seguendone la formidabile evoluzione del personaggio. Le premesse perchè ciò avvenga anche con il Calaf  di Turandot , quando lo canterà integralmente in palcoscenico , ci sono tutte. In special modo se guardiamo al Non pianger Liù , di una dolcezza estrema, con mezze tinte di rara bellezza che poi si stemperano in un Nessun dorma scuro, deciso e culminante nell’accorato sfogo sensuale della sua cadenza plagale. Questi tre personaggi da soli valgono già l’intero CD , e se aggiungiamo anche l’amaro sfogo di Luigi nel Tabarro dal quale si propaga  tutta la vocalità tesa e la finezza della scrittura pucciniana otteniamo quasi una perfetta sintesi di ciò che oggi  definiremmo appunto quintessential Puccini.  Poco importa se il Rinuccio dello Schicchi non è lieve e solare , gli acuti di Viva la gente nova e Gianni Schicchi sono pieni e senza sforzo pur mancando il colore richiesto , e se il Ruggero manca di ingenuità nell’estratto dalla Rondine. Ci sono ancora dei bonus da cofanetto di lusso nelle arie del Puccini giovanile da Le Villi e da Edgar e c’è un Pinkerton che in Addio fiorito asil mostra finalmente una umanità e un sincero pentimento che ce lo rendono quasi simpatico.

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Peccato solamente che nella scelta dei brani non sia stato inserito anche il duetto dall’Atto I fra Tosca e Cavaradossi , probabilmente troppo per Kristine Opolais che non dispone di un metallo pregiato ma che supplisce con interpretazione ed emozionalità ai suoi limiti (duetti da Manon Lescaut e Bohème ). Ci resta in ogni caso un Recondita armonia a completare l’excursus in campo pucciniano. Quindi niente Ahhhh e niente Ohhhh , lasciamo semplicemente che Pappano alla testa di una formidabile Orchestra di Santa Cecilia e uno Jonas Kaufmann in forma smagliante  le ascose fibre vadano a carezzare.

 

Categorie: CD, Opera Lirica, Puccini | Tag: , , , , , , , , , , , , , | 6 commenti

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