Damnation de Faust: il mito secondo Berlioz

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L’11 Dicembre 1803 nasceva Hector Berlioz, compositore che avrebbe spinto enormemente le potenzialità dell’orchestra e degli impasti timbrici senza aver mai padroneggiato l’uso di un qualsivoglia strumento. Si era infatti dedicato agli studi di medicina prima di votarsi completamente alla musica.

Ricordiamo la data di nascita del compositore francese  il giorno che precede l’inaugurazione della stagione 2017/18 del Teatro dell’Opera di Roma, domani infatti andrà in scena al Costanzi La Damnation de Faust e l’occasione si annuncia ghiotta ed entusiasmante, molto più che il Sant’Ambrogio scaligero giocato per lo più sul glamour di Anna Netrebko e sul relativo gossip riguardo al di lei marito, titolare del ruolo eponimo nell’Andrea Chènier.

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Opera controversa e di alterne fortune, sin dalla sua definizione (Opéra de Concert, Oratorio,  Légende Dramatique? ), rappresentò uno dei fallimenti professionali più cocenti di Berlioz. Nel novembre del 1846 fu il compositore stesso a dirigere la sua nuova creazione in forma di concerto all’Opéra Comique di Parigi. Nelle sue Mémoires, autobiografia che illustra con profondità l’essenza del musicista, a proposito della prima egli riporta con dolore: “Rien dans ma carriere d’artiste ne m’a plus profondamente blessé  que cette indifference inattendue. La découverte fut cruelle,  mais  utile au moins,  en ce sens que j’en profitai, et que, depuis lors,  il ne m’est pas arrivé d’aventurer vingts francs sur la foi de l’Amour du public parisien pour ma musique”.

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D’altra parte chi era Faust  se non un archetipo di una figura o meglio un topic letterario che sfidava la musica ad appropriarsene con un linguaggio differente? Berlioz aveva letto l’opera di  Goethe nella traduzione francese di Gérard de Nerval e ne era rimasto affascinato come altri compositori prima e dopo di lui. Componendo in origine Les huits scènes de Faust, dando loro forma compiuta  nel 1846 con la Damnation, il musicista conferma e ribadisce una libertà creatrice pressoché assoluta, ricoprendo il mito di Faust di una coltre nuova.

Secondo Berlioz l’uomo che aveva siglato un patto con il diavolo deve finire all’inferno, dannato per l’eternità. Ma l’audacia e il desiderio di trasgressione, il sogno faustiano diventano alla fine quello di un linguaggio musicale che reinventa le forme, le piega nell’associazione mai sperimentata di timbri in un’esperienza essenzialmente sonora.

Tutto ciò rappresenta una sfida per un regista d’opera di oggi, terreno più che fertile per Damiano Michieletto che fa della sua enorme inventiva al servizio di musica e libretto la carta vincente delle sue mises en scène. 

Per chi non sarà in teatro domani, Rai 5 trasmetterà lo spettacolo in leggera differita alle 21,15.

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Veronica Simeoni é entusiasta del lavoro svolto in prova e debutta nel ruolo di Marguerite. Qui di seguito potete leggere le sue dichiarazioni in attesa di vederla in azione da domani e fino al 23 dicembre.

http://www.operaclick.com/interviste/veronica-simeoni-merito-la-damnation-de-faust

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Recensione espressa e morigerata di Andrea Chénier al Teatro alla Scala di Milano: vince Riccardo Chailly, perde il teatro lirico.

Questo è un reblog. Amfortas non avrebbe potuto dir meglio, condivido in toto le sue impressioni.

Di tanti pulpiti.

Repetita iuvant.
Questa recensione è frutto della visione televisiva della prima scaligera, perciò attenzione: solo dal vivo uno spettacolo può essere valutato in modo completo, per ragioni tanto evidenti che non sto neanche a elencare. Detto questo, andiamo avanti.
Anche quest’anno soffro di recensione praecox, non c’è nulla da fare. Insomma mi espongo un po’ ma è tradizione di questo blog sgravare una recensione espressa, cotta sul momento.
Andiam, incominciaaaaaaaaaate (dai, è una citazione facile e mi si addice, strasmile).eyvazov_netrebko-kZT--1280x960@Web

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Colpo di fulmine : Thaïs di Jules Massenet

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Chiunque frequenti le sale da concerto si sarà imbattuto di certo in una trascrizione della Méditation de Thais nel corso di recital solistici. Ma quanti melomani hanno invece assistito ad una versione scenica completa della Comédie Lyrique di Jules Massenet?

Se guardiamo alla genesi dell’opera troviamo il librettista Louis Gallet intento a trasformare l’omonimo romanzo di Anatole France utilizzando quella poésie mélique che ben si sposava  con lo stile compositivo di Massenet. La trama originaria resta quasi immutata,  sfrondata e semplificata dalla dialogica filosofica presente nel testo originario.

Il compositore aveva ultimato la partitura nel 1892, consegnando dopo pochi mesi la versione definitiva all’Opéra Garnier, teatro nel quale avrebbe debuttato nel marzo dell’anno successivo. L’edizione corrente, quantunque molto poco rappresentata nel Novecento, è invece la seconda che vide la luce nel 1898 e nella quale sono più spiccate le connotazioni magiche ed arcane.

La vicenda della courtisane greca dalla bellezza abbagliante, dedita al culto di Venere in un’Alessandria d’Egitto decadente e corrotta, strappata ad una vita lussuriosa  di agi dal monaco cenobita Athanaël e assurta alla santità nel finale dell’opera, ritorna nel freddo autunno newyorchese al Met. Le sonorità rarefatte associate all’ascetico ambiente dei padri cenobiti si contrappongono all’esotismo alessandrino, descritto dal vortice arcano di percussioni e legni, seguendo uno schema a clessidra. La peccatrice si sottrae ad una perdizione certa optando per un cammino  di espiazione attraverso la mortificazione della carne, fino all’estasi finale che la innalzerà alle sfere celesti.

All’opposto il severo ed inflessibile Athanaël percorre un cammino inverso e altrettanto doloroso fatto di visioni oniriche e tentatrici che ne scuotono la coscienza, culminante con l’accettazione e il riconoscimento del suo amore affatto spirituale, nei confronti di colei che, redenta ed in trance ascetica, si accommiata dalla vita terrena.

La vicenda è ovviamente imperniata sulla dicotomia peccato-redenzione, piacere terreno-spiritualità, particolarmente in voga negli anni in cui poesia e teatro erano impregnati di parnassianesimo e simbolismo. La cifra stilistica di Massenet  aderisce completamente al clima decadente fin de siècle,  quasi una premonizione di ciò che avverrà con Debussy negli anni successivi, mentre il wagnerismo rielaborato nei temi (sorta di idées fixes) che caratterizzano situazioni e personaggi permea l’opera intera. La pagina più celebre, la Méditation sopravvissuta al lungo periodo di oblio dell’intera partitura, è il vero baricentro di Thais. Simbolicamente rappresenta la parte mediana e più stretta della clessidra e ritorna nei momenti di più intenso lavorío spirituale. Dal momento in cui avviene la conversione della protagonista, assimilabile alla notte dell’Innominato nella letteratura italiana, il tema riappare nel terzo atto nel quadro dell’oasi. I due protagonisti sembrano allora aver raggiunto una sorta di intesa mistica durante il lungo cammino verso il monastero nel quale Thais completerà il suo percorso di redenzione.

Cellule motiviche si ripresentano anche nel duetto finale, lei in totale trance ascetica, lui in preda al tormento, due strade divergenti che conducono la donna alla grazia divina e il monaco alla disperata dichiarazione d’amore.

Nella storia del Met l’opera è stata rappresentata di rado, la stagione in corso ripropone una produzione concepita originariamente nel 2002 per il Lyric Opera di Chicago e poi trasmigrata a New York sei anni più tardi. In quella occasione Renée Fleming e Thomas Hampson avevano prestato voce e fisicità ai due protagonisti.

Attraverso la diretta radiofonica dell’11 novembre scorso l’universo sensuale e allo stesso tempo intransigente à la Massenet  si è rivelato attraverso  la concertazione ricca di pathos e tensione drammatica di Emmanuel Villaume, il quale da vero specialista del repertorio francese ha saputo pennellare l’aspro contrasto tra una civiltà pagana in piena deriva materialista e la religiosità cristiana di monaci e suore.

Il teatro newyorchese sembra puntare molto su Ailyn Perez, giovane soprano di origine messicana vista recentemente alla Scala in alcune recite di Traviata, ed in effetti il timbro voluttuoso ha un che di carnale che ben si attaglia al ruolo della cortigiana. La trasformazione in creatura quasi incorporea in seguito al percorso di espiazione le riesce forse meno agevole, ma il duetto finale con l’Athanaël di Gerald Finley è probabilmente il vertice assoluto della serata. Senza le sovrastrutture di scene, costumi e regia, sia pure attraverso la mediazione del suono riprodotto, ci si può concentrare sulla ricchezza della partitura e sulle sue innumerevoli sfumature.

Sfumature che, nel canto sfaccettato e dagli accenti mutevoli, nel continuo oscillare tra intransigenza e tormento, fanno  del monaco cenobita à la Finley la quintessenza della  fragilità umana. L’emissione morbida ed omogenea su tutta la gamma, in una tessitura che sollecita particolarmente il registro acuto,  la nobiltà del timbro e l’immacolata capacità di fraseggiare con eleganza e grande pertinenza sono il segno palpabile di un’interpretazione interamente risolta.

La rinascita di Massenet e delle sue opere che non siano solo Manon e Werther,  passa giusto attraverso la personalità e la capacità di artisti in grado di dar voce all’ineffabile nascosto nelle pieghe di un lirismo troppo spesso enfatizzato.

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Don Carlo/s secondo Jonas Kaufmann: processo evolutivo del personaggio

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Con le ultime recite di Don Carlos l’Opéra National de Paris prosegue nel suo percorso di riproposizione di opere che hanno debuttato nella capitale francese. Il grand opéra verdiano presentato nella partitura originaria (al netto del balletto) e con un cast stellare è un pretesto per riflettere sulla prassi interpretativa del ruolo eponimo secondo Jonas Kaufmann.

Dati alla mano il tormentato Infante è fra i personaggi che più frequentemente hanno attraversato la carriera del tenore tedesco e che ne hanno accompagnato l’ascesa in termini di fama e consenso popolare e di critica. A tutt’oggi per numero di recite il prence spagnolo segue da vicino Mario Cavaradossi e Don José in un arco temporale che, dal 2007, arriva sino ai giorni nostri, più o meno come per le performances di Tosca e Carmen.

E’ ovvio che voce ed interpretazione siano molto cambiate in un periodo che può essere definito di  consolidamento e affinamento della prassi esecutiva. Degli anni zurighesi è il debutto nella versione milanese del 1884, quattro atti che fanno della stringatezza la caratteristica essenziale dell’opera, oltre ad affidarsi meno ai talenti del tenore di turno. La stessa produzione è ancora in repertorio nella cittadina svizzera, e nel 2007 fu test importante per la vocalità robusta e sfogata in alto di Kaufmann.

Due anni più tardi l’incontro con l’edizione di Modena del 1886 che ripristina l’atto di Fontainebleau, determinante dal punto di vista drammaturgico, la quale esalta la tinta cupa che attraversa tutta la narrazione. Accanto ad una Marina Poplavskaya diafana, ad  un  sensibile Simon Keenlyside e ad un Filippo II di riferimento grazie a Ferruccio Furlanetto, comincia a far capolino il fraseggio interiorizzato e miniato del cantante bavarese.

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Nel frattempo si susseguono le recite di Carmen e Tosca, tra l’inaugurazione scaligera del 2009 e le riprese al Met, alla Bayerische Staatsoper, a Vienna, Berlino e ancora alla Royal Opera House. La maturazione dell’interprete, la completa padronanza della tecnica vocale, così particolare e francamente poco ortodossa, lo riportano al principio del 2012 nei panni dell’infelice infante.

Il Nationaltheater lo ha ormai accolto a braccia aperte quasi come figliol prodigo, la bacchetta è quella routinière di Asher Fisch, nel cast disomogeneo spiccano l’Elisabetta di Anja Harteros, sempre più nemesi interpretativa di Kaufmann, e lo spietato Filippo di René Pape. La versione prescelta è ancora quella in cinque atti, pur tuttavia vi è il taglio doloroso del coro introduttivo dei boscaioli. La produzione è quella di Juergen Rose, fosca, minimalista e allo stesso tempo altamente teatrale nelle scene cruciali da grand opéra. La vocalità sfrontata di Carlo si piega alle nevrosi del personaggio. Il peso drammatico è ben distribuito nei momenti di canto spiegato, ma compare una sorta di tinta cinerea che accompagna l’interprete nell’interazione con la regina.

Il 2013 consolida lo scavo del personaggio con le recite di Londra e di Salisburgo nell’ambito del Festival estivo. Anja Harteros si conferma partner ideale così come Antonio Pappano  è perfetto accompagnatore e motivatore. La simbiosi artistica fra la coppia tenore-soprano e il direttore sposta in secondo piano il taglia e cuci fra le edizioni parigina e milanese operato dal maestro anglo-italiano. La regia rinunciataria di Peter Stein permette allo spettatore di apprezzare l’ampio catalogo kaufmanniano fatto di mezze voci crepuscolari su fiati lunghissimi, un si naturale di sfrontata naturalezza nell’Autodafé  e un duetto Carlo-Elisabetta dell’atto secondo che sfiora il sublime per intensità e pertinenza di accenti.

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Quattro anni sono trascorsi da allora, un altro tassello prezioso entra a far parte dell’ampio repertorio di quello che oggi viene dai più definito Star-tenor. Ur-Don Carlos è un’espressione che definisce la versione primigenia concepita da Verdi per l’Opéra di Parigi, prima che interi passaggi fossero espunti dal compositore per permettere agli spettatori di prendere l’ultimo treno e rientrare a casa. Il ripristino di tali brani e la particolare versificazione dell’originale francese conferiscono un colore ed  un equilibrio interno profondamente diversi rispetto alle edizioni in italiano (siano esse in cinque o quattro atti).

Il personaggio dell’Infante assume una nevroticità ai limiti della psicosi, ed è proprio su questo versante che si concreta l’aderenza al ruolo di Kaufmann. Le improvvise accensioni,  la maestria nel declamare le frasi brevi, quasi smozzicate, che innervano l’irregolarità ritmica del prolungato duetto del secondo atto (sempre quello, vero snodo interpretativo  perché  rivela tutta l’instabilità del protagonista) compensano un appena percettibile indurimento della linea vocale. La prestazione che offre si basa su un continuo oscillare fra intimi ripiegamenti di nera tristezza e sfoghi inaspettati, con una tenerezza ormai sfiduciata che emerge nelle piccole legature e nei pianissimo sostenuti, eppure funerei, del duetto finale.

La parabola interpretativa ha raggiunto il suo punto più alto? Quanti altri Don Carlo/s lo attendono? Avrà ancora voglia di aggiungere altre stratificazioni alla complessità di un personaggio che il suo carisma artistico  ha ormai risolto? La sua statura di cantante-attore è ormai acclarata, resta solo da capire se i suoi progetti futuri porteranno gli stimoli più adatti a solleticarne il temperamento.

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Soave “É” il vento…nonostante la lirica danzata

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La perfetta scansione del Così fan tutte ha un andamento circolare che, dall’ordine iniziale, procede attraverso l’alterazione di quello stesso ordine per poi ricostituirlo nel finale. Se il cerchio è l’elemento sul quale si basa l’architettura dell’opera non basta riprodurlo all’infinito con un numero di varianti imprecisate per rappresentare sulla scena l’insondabile verità sulle relazioni amorose concepita da Mozart Da Ponte. 

Siamo all’Opéra Garnier che, nel suo scrigno prezioso, accoglie la ripresa di Così fan tutte. La coreografa Anne Teresa De Keersmaeker, alla sua ultima regia lirica dopo Il Castello di Barbablu, I due Foscari ed altre creazioni nelle quali la danza si è unita al canto, ha infatti presentato una mise en scène nella quale ogni personaggio è affiancato sempre e costantemente da un suo doppio danzante. L’idea di fondo è quella di trovare una terza via alternativa a quanto espresso da musica e libretto che funga quasi da sottotesto. Il palcoscenico è nudo, retropalco completamente a vista, bianco di un candore lattiginoso come le luci che lo illuminano, senza nessun altro arredo scenico che non dei pannelli trasparenti, bordati anch’essi di bianco, che pendono all’estrema destra e sinistra come delle quinte mobili. La dimensione è fortemente astraizzante, quasi fossimo in presenza di una creazione balanchiniana, le tavole del palcoscenico contaminate da linee curve colorate che si intrecciano in una prospettiva ora concentrica ora allocentrica.

Alla fine dell’ouverture dodici interpreti entrano in scena: sei cantanti e i rispettivi doppi impersonati da altrettanti danzatori. L’idea non è affatto nuova, anzi il raddoppio dei personaggi, così come la visione intimistica utilizzata ad libitum anche per il grand opéra, è ormai un vezzo di molte visioni registiche. Solo che qui la parte coreografica non si dimostra chiarificatrice ma invadente oltre misura. Le note di regia parlano di movimenti che la Compagnia Rosas esegue talvolta seguendo all’unisono l’atteggiamento corporeo dei cantanti, talaltra discostandosene come a voler rappresentare quelli che sono i veri pensieri indipendentemente da ciò che canto e musica esprimono.

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La realtà è che si fa fatica a seguire ciò che avviene in palcoscenico, l’insieme delle tre dimensioni cantata-strumentale-tersicorea non arriva mai ad una vera sintesi, anzi il terzo elemento costituito dalla presenza dei danzatori in continua attività diventa elemento separatore. Come pretendere di dare una sostanza alla sublime ambiguità riposta nella commistione libretto-musica mediante l’espressione corporea…ma sopratutto perchè?

Le coppie Fiodiligi-Guglielmo e Dorabella-Ferrando si scompongono e ricompongono secondo nuovi parametri; può una coreografia spiegare più e meglio di Mozart e Da Ponte ciò che avviene nei loro cuori e nelle loro menti, il processo di cambiamento insito in questa sorta di iniziazione all’amore vero e non idealizzato? Riusciamo a comprendere il sagace pensiero illuminista di Don Alfonso attraverso il danzatore barbuto che si agita in lungo e in largo?

Alla fine  ciò che resta è sempre e solo un’affiatata compagnia di canto che segue con grande partecipazione ciò che la concertazione pulita, quantunque priva d’involo, di Marius Stieghorst (ma quanto di suo c’è se, delle 14 repliche previste, Philippe Jordan ne ha dirette dieci lasciando le ultime al suo assistente…) prevede. L’elegante Ferrando di Cyrille Dubois completa l’esuberanza dell’ottima Dorabella di Stephanie Lauricella, mentre il Guglielmo sanguigno di Edwin Crossley-Mercer ritrova la fresca e pensosa Fiordiligi di Ida  Falk-Winland. Simone Del Savio è un Don Alfonso pacioso e bonario solo apparentemente, in realtà sottile ed analitico, così come irresistibile è la Despina di Maria Celeng che per fortuna rinuncia alla rozza caratterizzazione della serva intrigante a favore di una spumeggiante baldanza ed ironia.

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Psicodramma alla corte di Filippo II

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E’ davvero così importante stabilire la supremazia della prosodia francese su quella italiana per ragioni di primogenitura in un’opera eminentemente politica come il Don Carlos/Don Carlo? Giova accapigliarsi sulle sue caratteristiche di grand opéra in contrapposizione all’inarrestabile lavoro di labor limae che Verdi sublimò nelle revisioni che seguirono la prova generale del 9 Marzo 1867? Le questioni squisitamente musicologiche, o più semplicemente campanilistiche, diventano alquanto ininfluenti se confinate nell’ambito dello spettacolo attualmente à l’affiche all’Opéra Bastille. Dunque Don Carlos in lingua francese, in terra francese e a 150 anni dal debutto all’Opéra, prevedibilmente preceduto da esposizione mediatica e febbrile attesa grazie al cast straordinario scritturato per l’occasione. Ma soprattutto Don Carlos spogliato da ogni connotazione politica e ridimensionato ad un dramma dell’alta borghesia (forse imprenditoriale…chissà…) nella quale i rapporti distorti e malati di una famiglia allargata trascinano ogni singolo componente, padre, matrigna, figliastro, amante, in un abisso di crudeltà mentali più o meno sottili. La prospettiva di Krzysztof Warlikowsky,  regista polacco che insieme a Christian Longchamp ha sviluppato la drammaturgia dello spettacolo, si concentra quindi solamente sull’aspetto privato dell’opera. Così facendo dimentica che Verdi ha inteso affrontare temi politici che trattano essenzialmente della natura del potere e della contrapposizione tra l’assolutismo declinante negli anni in cui nasce la partitura, e il liberalismo. Oltretutto tralascia un aspetto fondamentale che è il rapporto tra Stato e Chiesa, quasi un trattato sul delicato equilibrio che ha sempre legato a doppio filo potere temporale a potere spirituale.

La sfera intima prende il sopravvento e diventa un catalogo degli orrori: Carlos psicolabile, ovviamente a piedi nudi ma con strano maglioncino da cricket infeltrito, che, con sguardo retrospettivo post tentativo di suicidio, ritorna sul suo amore univoco verso la matrigna, Elisabeth elegante signora, triste ed annoiata che la costumista e scenografa Malgorzata Szczesniak veste a metà tra Grace Kelly e Soraya, Philippe dedito all’alcool e in abito scuro, Eboli in versione dominatrice sado-bisex ed infine il Grande Inquisitore forse esponente della Cupola…

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Nel panorama sconfortante che una umanità di tal fatta offre al pubblico dell’Opéra Bastille, si salva solo Posa (in effetti quasi dimenticato da Warlikowski forse perchè ritenuto elemento poco interessante). Anche qui errore grave di valutazione in quanto il personaggio manca di quell’ambiguo oscillare tra amicizia sincera e sottile gioco politico che diventano la forza propulsiva che fa precipitare gli eventi. Se lo spettatore medio riesce a superare senza troppa fatica le cinque ore dello spettacolo, digerendo cori di boscaioli diventati visitatori di un museo, schermidrici sottomesse agli amori saffici di Eboli durante la Canzone del velo, tentativi di strangolamento nella scena del cofanetto contenente il ritratto di Carlos e suicidio per avvelenamento di Elisabeth dopo il duetto finale, il merito è solo ed esclusivamente del cast e della concertazione di Philippe Jordan.

Alla quinta recita dell’ipertrofico Don Carlos, l’assimilazione della lingua francese per i cantanti che avevano in memoria la più consueta versione italiana sembra perfetta. Se pure l’allestimento conferma una sovrabbondanza di simboli spesso slegati da un contesto unitario, restano alcuni momenti in cui il canto ispirato, talvolta doloroso e addolorato o rutilante o sfrontato di alcuni degli artisti in scena marca il territorio.

Jonas Kaufmann conferma la sua naturale affinità verso quella tipologia di personaggi  fragili, in balia degli eventi, incapaci di risolvere insanabili contrasti dell’animo e della mente. L’emissione morbida, la capacità unica di scolpire la parola caricandola di significati che valgono infinitamente più di qualsiasi trovata registica, fanno di lui interprete di valore assoluto di un antieroe che Verdi costringe a faticare per tutta la durata dell’opera senza null’altra gratificazione che una sola aria, per giunta a freddo all’inizio del primo atto. La psiche turbata, sempre oscillante tra il desiderio di allontanarsi dalla gelida vita di corte e l’empito d’amore verso la belle fiancée ora matrigna, il Carlos del duetto Je viens solliciter de la reine… pennella un capolavoro di equilibrio tra disperazione e impotenza, terminando con uno psicotico si bemolle conclusivo.

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Altro vertice  della serata l’incontro immediatamente precedente con Rodrigue che suggella la grande affinità elettiva fra i due interpreti maschili che più si comprendono ed interagiscono nel corso della lunga serata. Ludovic Tézier e Kaufmann hanno infatti una storia comune di collaborazioni professionali, il che conferma l’istintiva empatia tra i due e la conseguente capacità di fondere le due interpretazioni grazie anche alla vicinanza e rotondità del timbro. Quasi come fratelli più che come amici, l’Infante e il Marchese di Posa si sacrificano l’uno per l’altro mentre colpevolmente Warlikovski li tiene separati, Carlos ingabbiato in una cella più simile ad un pollaio, mentre il liberale muore tendendo le braccia verso l’altro.

In precedenza tenore e baritono avevano fatto scintille nel terzetto del giardino con la strepitosa Elina Garanca, al suo debutto come Eboli. Eblouissante, questa Principessa dominatrice sciorina trilli, volatine e colorature fenomenali nella Chanson sarrasine con un gioco di ammiccamenti e sguardi che personalizzano un momento di assoluta bellezza. Il suo Don fatal rabbioso scatena il pubblico della Bastille per l’insolenza e la sicurezza con le quali l’aria viene condotta e ultimata. Il mezzosoprano lettone è l’indiscusso trionfatore della serata. Al suo cospetto la sapienza tecnica e l’opulenza del timbro della Elisabeth di Sonia Yoncheva sono ben poca cosa perchè lasciano un ricordo poco incisivo di una regina di Spagna malgré elle, così come per il Philippe di Ildar Abdrazakov, ben lontano dalla caratura necessaria per interpretare colui che è il vero protagonista dell’opera.

Philippe Jordan tiene insieme saldamente le redini di un organico orchestrale quasi titanico, riuscendo a dosare e fondere gli impasti timbrici così particolari e cupi lungo tutto l’arco temporale. Ciò che ancora manca è la capacità di penetrare e conquistare la grandezza sia musicale che drammatica che determinano i significati più profondi dell’opera.

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Conversando con… France Dariz

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Conversare con France Dariz  è come immergersi in una materia liquida, perché si entra dentro un processo di formazione e maturazione attraversando il repertorio italiano, francese e tedesco. La voce ampia e gli acuti “facili” sono le sue credenziali di accesso  per una carriera agli albori che passa dal Macerata Opera Festival  2017. Da cover di Irene Thèorin, il soprano francese si è infatti ritrovata a debuttare allo Sferisterio in Turandot per un infortunio occorso alla titolare. Incontrandola tra una recita e l’altra è piacevole andare alla scoperta di una personalità solare,  dalle idee  chiare e già ben proiettata alla costruzione intelligente di un percorso professionale.

Confesso di non sapere nulla di te, della tua formazione e di come ti sei accostata allo studio del canto…

La mia è una famiglia di musicisti. Dal bisnonno al nonno fino a mio padre, tutti sono musicisti. Mia nonna materna era cantante, quindi è stato naturale per me e mio fratello studiare musica. Ho iniziato con il pianoforte e con l’arpa, anche se ho sempre cantato a casa, il canto lirico non era mai entrato nella mia prospettiva. Mio padre è jazzista, quindi guardavo più che altro alle grandi cantanti jazz. Poi, per caso, il maestro di canto della mia scuola mi ha fatto una piccola audizione ed è partito tutto da lì.  Ho lasciato lo studio di pianoforte ed arpa e mi sono dedicata completamente al canto.

Com’è stata la tua formazione specifica? Hai subito trovato la tua voce?

Il mio primo maestro con il quale mi sono diplomata era indeciso all’inizio. Ho iniziato come soprano lirico partendo dal repertorio francese con Les Pecheurs des Perles, Roméo et Juliette Manon per via della mia  facilità in acuto. Ricordo che già ai primi esercizi, partendo dal do centrale riuscivo ad arrivare al si bemolle senza grande sforzo. Per migliorare la salita all’acuto allora ho iniziato a studiare parti come Rosina la Contessa. Infine il mio maestro mi ha fatto studiare In quelle trine morbide dalla Manon Lescaut di Puccini e ho capito che ero piuttosto un soprano drammatico di agilità.

Attualmente da chi sei seguita e con chi ti consulti nell’affrontare lo studio di ruoli nuovi ?

Sei anni fa ho vinto un concorso in Francia e lì ho conosciuto la mia attuale maestra Lise Arseguet con la quale ho un rapporto di totale fiducia. È per me fonte di grande sicurezza ed i suoi insegnamenti e consigli hanno sempre funzionato. È stata un grande soprano che per motivi di salute ha dovuto abbandonare la carriera forzatamente. Ha lavorato anche con Messiaen e con lui ha inciso la versione per pianoforte e soprano de Le poéme pour Mi. È stata la prima a sentirmi mentre studiavo Turandot e da subito ha riconosciuto che la mia voce era adatta alla parte. Oggi sono in continuo contatto con lei per ogni nuova proposta e ogni volta che preparo un ruolo.

Raccontami di questa Turandot al Macerata Opera Festival che è un po’ il caso dell’estate operistica festivaliera italiana.

Intanto ci tengo a dire che non avrei mai pensato di cantare qui. È stato un doppio debutto il mio, allo Sferisterio e nel ruolo, e non avrei mai pensato di sostituire Irene Thèorin con la quale sin da subito si è instaurato un rapporto improntato ad una grande e sincera cordialità. Purtroppo per lei si è infortunata subito dopo la prima, così a due giorni dalla seconda recita ho avuto la comunicazione che avrei cantato io. Avevo seguito tutto l’iter delle prove sin dal 20 giugno, ma non avevo mai provato in palcoscenico. C’è però un elemento importante che mi ha aiutato a superare lo stress del debutto: in questa produzione Turandot è in scena sin dall’inizio quindi ho potuto respirare l’atmosfera dello spettacolo da subito e soprattutto avere contezza del rapporto buca-palco.

Molti cantanti sostengono che per un debutto in un ruolo sia più facile essere impegnati in allestimenti tradizionali piuttosto che in produzioni maggiormente innovative.

In questo caso non sono d’accordo.  Perché Ricci e Forte  hanno studiato a fondo l’opera. La forza del loro spettacolo sta nel fatto di avere offerto una lettura nella quale niente è lasciato al caso, anzi tutto è pensato nel quadro di una visione quasi psicoanalitica. Questa è una Turandot che spinge alla riflessione e si sviluppa su diversi piani di lettura. Non è per un pubblico passivo perché ti spinge a pensare al significato dell’amore,  del desiderio e quindi alla paura che queste forze innescano.

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Tu hai già esperienza di canto in spazi aperti come l’arena di Verona ed ora allo Sferisterio.  Quali sono i principali problemi dell’acustica e qual è la tua opinione in merito all’amplificazione così spesso utilizzata outdoor?

Qui a Macerata per fortuna non abbiamo necessità di amplificazione. Questo è un vero teatro anche se non è nato per ospitare l’opera lirica, quindi l’acustica è molto buona. Lo stesso muro di fondo quando cantiamo con le spalle al pubblico serve da cassa di risonanza perché proietta verso la platea la forza della voce. Quanto meno per voci grandi come la mia non pone nessun problema. Lo stesso succede ad Orange il cui teatro antico ha anch’esso un’ottima acustica. Allo Sferisterio inoltre riusciamo a sentire bene l’orchestra, cosa che invece è un problema a Verona dove l’amplificazione impoverisce le voci. Sono convinta che la lirica non sia fatta per i microfoni che appiattiscono la resa musicale e vocale.

Torniamo alle tue scelte di repertorio in una prospettiva futura. Quali sono il tuo orientamento e il tuo criterio di scelta?

Finora devo dire che Verdi e Puccini mi hanno dato le maggiori soddisfazioni. Spero di riprendere Aida e di debuttare come Abigaille, per la quale mi sento pronta, al più presto. In Verdi soprattutto ci sono ruoli formidabili per soprano drammatico e che mi affascinano. Penso ad Odabella e Lady Macbeth. Sono anche molto attratta dal Verismo e ho già un progetto per  Chènier in un teatro italiano. Fare Maddalena di Coigny è infatti uno dei miei sogni. Già da qualche anno inoltre sto studiando le bionde, come dicono in Germania,  di Wagner, quindi Elizabeth,  Elsa , Sieglinde e Senta. Tutte le esperienze  precedenti nel repertorio francese e italiano mi servono così per affrontare meglio anche  quello tedesco. Se Verdi e Puccini colpiscono al cuore,  Wagner invece entra nella mente e ti soggioga. Spero arrivi presto il mio debutto in uno di quei grandi ruoli, sempre tenendo bene a mente che non si può cantare solo Wagner perché si rischia di perdere l’elasticità.

Quanto a Strauss qual è  la tua attitudine?

Per questo genere di repertorio ho il massimo rispetto, ma lo considero un universo a se stante. Per il momento è molto lontano da me, non credo lo affronterò  prima di diversi anni. Dovessi cantare Elektra adesso….non so cosa potrei fare dopo!

Nella costruzione della tua carriera hai dei modelli di riferimento e con chi ti piacerebbe cantare oggi?

Indubbiamente se penso a Wagner un modello inarrivabile è Birgit Nilsson, mentre oggi guardo ad Irene Thèorin, sopratutto dopo aver condiviso con lei quattro settimane di prove per Turandot. Fra i tenori la mia ammirazione va a Franco Corelli per la sua vocalità simile ad un torrente in piena.  Attualmente il mio tenore di riferimento è Jonas Kaufmann  in quanto riesce a passare da un repertorio all’altro senza mai forzare, usando sempre la sua voce. Lo ammiro per la sua grande intelligenza di interprete e anche per essere riuscito con grande abilità a non farsi “incasellare” in un determinato genere come succede abitualmente nel nostro mondo. Nel mio piccolo pure io non vorrei mai dover circoscrivere la carriera fra un esiguo numero di ruoli.

Veniamo a qualcosa di più personale.  Hai una routine particolare oppure un’alimentazione specifica a seconda che tu abbia uno spettacolo  o meno?

Non credo si possa definire una vera e propria routine. Certo è che di solito arrivo in teatro due o tre ore prima dell’inizio. Nel pomeriggio comincio a riscaldare la voce, poi  se, come a Macerata, la recita comincia alle 21,00, alle 18 mangio qualcosa che mi dia la giusta energia. In generale cerco di stare molto attenta all’alimentazione, perché noi cantanti lirici abbiamo spesso problemi di reflusso gastroesofageo.

Questa sera hai l’ultima recita di Turandot. Cosa farai adesso?

Ritorno a casa ad Avignone, da mio marito che è il punto fermo della mia vita. Lui non è nè cantante nè musicista, quindi mi tiene  con i piedi ben piantati a terra. Siamo insieme da molti anni e lui è la parte saggia della coppia. Insieme ce ne andremo a Bayreuth per  una vacanza e nell’occasione mi godrò  il Festival.

France Dariz chiacchiera ancora in libertà e poi si allontana ridendo, forse già proiettata verso la sua vacanza tedesca. In bocca al lupo, toi toi toi!

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Con onor muore chi non può serbar vita con onore

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“Caro nostro e grande Maestro,

la farfallina volerà:

ha l’ali sparse di polvere,

con qualche goccia qua e là,

gocce di sangue,

gocce di pianto…

Vola, vola farfallina,

a cui piangeva tanto il cuore;

e hai fatto piangere il tuo cantore…

Canta, canta farfallina,

con la tua voce piccolina,

col tuo stridere di sogno,

soave come l’ombra,

dolce come una tomba,

all’ombra dei bambù

a Nagasaki ed a Cefù”

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All’indomani del fiasco scaligero preordinato di Madama Butterfly, nel Febbraio del 1904 Giovanni Pascoli scriveva così a Giacomo Puccini, il quale rispondeva molto più prosaicamente:

“Caro grande poeta, con tanta gioia ho letto la sua fine cartolina e ne la ringrazio. Anch’io ho così fede (sia pur tenue) nel volo di Cio Cio  San!”

Nel rapporto di amicizia e di collaborazione mai nati fra i due, c’è racchiusa la duplice essenza di Butterfly: tenue farfalla che ispira un bene piccolino nell’immaginario della fanciulla abbacinata dal sogno americano e innamorata dell’amore, aspetto privilegiato nelle parole di Pascoli,  e donna cresciuta troppo in fretta nella concreta replica del compositore che utilizza il nome del personaggio.

Statisticamente quanti di noi si riferiscono alla sposa “per finta”, ingannata, ingravidata e abbandonata, definendola con il suo nome invece che con il nomignolo del titolo? Pochi pochissimi, perché è  il milieu finto decadente che colpisce lo spettatore. L’orientalismo di maniera che serpeggia a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo breve cattura l’attenzione in superficie, salvo nascondere sotto il pelo dell’acqua la nascita, lo sviluppo e l’annientamento di un’illusione che si dissolve nella cruda esperienza della vita.

Quale realtà è più illusoria, finta, costruita a tavolino, di quella cinematografica? Il personaggio Madama Butterfly secondo Nicola Berloffa, regista della coproduzione fra il Teatro Massimo di Palermo  e il Macerata Opera Festival, è fondamentalmente Cio  Cio San, che dai quindici ai diciotto anni si ritrova schiacciata dal suo stesso stridere di sogno di pascoliana memoria.

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Tra cinema di quart’ordine dal doppio uso di case  di piacere, e postriboli  che accolgono orde di soldati americani pronti a pagare allo stesso modo alcool e donne, c’è un’oasi di speranza nella quale la ex-tenua farfalla si muove. Dolore è un bimbo biondo, protetto quasi con ferocia da una madre risoluta acché la sua sia un’infanzia lontana dal sogno americano spezzato. Piedini che penzolano e si muovono ritmicamente mentre  siede su di una sedia troppo alta per lui, l’infantile gioia nello spargere i petali dei fiori durante il duetto Butterfly-Suzuki, il tradizionale sventolamento di bandierine americane (dopo essere stato bendato) che precede il crudo finale dell’opera, il fanciullo dagli occhi azzurrini è il prolungamento dell’illusoria corsa verso l’America salvifica della madre.

L’Arena Sferisterio  meglio si presta dello spazio chiuso del Teatro Massimo, le incongruenze della messa in scena risultano infatti più sfumate. Il maxi schermo del cinema sul quale la stessa protagonista proietta le immagini di Bette Davis in Perdutamente tua e spezzoni dai film acquatici con Esther Williams,  ha una sua migliore pertinenza perché inquadrato in un contesto più  ampio e nel quale i particolari assumono un altro aspetto.

Maria José Siri è molto più a suo agio nel doloroso e progressivo processo di disilluso autoannientamento, piuttosto che nella finta gioiosità  del primo atto. Ed è l’unica vera luce nella resa vocale dello spettacolo. Taciamo di Pinkerton che difficilmente si riesce a digerire nella spietata bassezza conferitagli dall’autore e del quale ci domandiamo qui come abbia potuto irretirne  la fanciulla di Nagasaki, taciamo di Sharpless che, da paterno e compassionevole qui abbiamo sentito verista, taciamo dello sforzo imposto all’orchestra da Massimo Zanetti di asciugare e rendere scabre le sonorità pucciniana.

Ammiriamo però incondizionatamente l’Intermezzo sinfonico che ci conduce verso la fine. La tenue farfalla nonostante tutto sa di correre verso il baratro, e  lo fa rifugiandosi nel mondo illusorio dei film, in un cinema malfamato.


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Mitridate Re di Ponto alla Royal Opera House di Londra

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Il Seicento fu il secolo d’oro per il teatro francese, i tre grandi Corneille, Racine e Molière, portatori  di istanze teatrali differenti e attivi in contemporanea. La produzione di Jean Racine fu nettamente inferiore quantitativamente rispetto a quella degli altri due esponenti, ma, pur nel rispetto delle tre unità aristoteliche, ebbe il merito di presentare sempre la fragilità dell’uomo soggetto ai capricci degli dei oppure in balia di passioni incontrollate quali l’amour fou o il desiderio esacerbato di potere.

Ad un secolo di distanza il Mozart adolescente (ma lo fu mai bambino, fanciullo o giovanotto?) si accinse a comporre la prima opera seria, commissionatagli dal Regio Ducal Teatro di Milano. Si trattava di Mitridate, re di Ponto  il cui libretto di Vittorio Amedeo Cigna-Santi era stato tratto dal Mithridate di Racine nella traduzione di Giuseppe Parini, nel pieno rispetto dell’estetica metastasiana. Il quattordicenne salisburghese completò la partitura in due mesi in modo che potesse andare in scena per l’inaugurazione della stagione di carnevale, riportando un caloroso successo sancito dalle venti repliche documentate dalle cronache del tempo.

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I fasti e i successi dell’epoca si rinnovano in questo scorcio d’inizio estate alla Royal Opera House  di Londra. Non è mai semplice portare in scena un’opera tale, viste le difficoltà estreme e le sfide vocali poste ai cantanti, ma ancor più lo è dal momento che l’azione scenica é ridotta all’osso e l’articolazione drammatica rischia di sembrare un’elencazione a mo’ di catalogo di arie, in presenza di un solo duetto in conclusione del secondo atto e di un solo pezzo d’insieme nel finale ultimo. Lo spettacolo ha una durata di circa quattro ore inclusi i due intervalli,  il rischio è che ci si ritrovi in pochi intimi per l’improbabile lieto fine nel quale il conflitto fra i due fratelli Farnace Sifare e il padre tiranno Mitridate arriva ad una conciliazione.

 

Eppure il regista Graham Vick concepisce uno spettacolo eclettico che unisce suggestioni del teatro kabuki all’iperrealtà del teatro barocco, movenze di danza balinese al Teatro delle Ombre giavanese. Colpisce la freschezza e la straripante inventiva di una produzione nata nel 1991,  le cui scene di Paul Brown, pannelli e poche suppellettili dai colori squillanti, unite ai suoi straordinari costumi, enormemente elaborati, costituiti da crinoline volutamente esagerate, creano una fantasmagoria di stimoli visivi. Ventisei anni dopo  la capacità di fare teatro, all’interno di una struttura rigida e altamente antiteateale quale l’opera della seconda metà del Settecento, è intatta, oltre che supportata da una componente musicale in grado di sfidare le lunghezze e le estenuanti richieste vocali presenti in partitura.

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Pare che Mozart, pur quattordicenne, avesse infatti ceduto in parte alle pretese dei cantanti dell’epoca, infarcendo le arie di perigliose agilità e  salti d’ottava, oltre che mettendo l’orchestra a dura prova come in occasione della marcia che accompagna l’arrivo di Mitridate nel corso del primo atto.

Christophe Rousset, fine clavicembalista come dimostrato nell’ accompagnamento ai recitativi, dimostra di conoscere a fondo la struttura e le insidie della partitura per averla già diretta a La Monnaie  e a Digione. Attraverso la sua bacchetta l’ouverture e il coro finale risplendono delle sottili trame di un compositore già grande pur nella giovane età.

Il cast radunato per questo revival include alcuni fra gli specialisti del reportorio: in ordine sparso Michael Spyres – Mitridate, Bejun Mehta – Farnace, Salome Jicia – Sifare, Albina Shagimuratova – Aspasia e Lucy Crowe – Ismene. Quest’ultima ci delizia con movenze da danzatrice balinese ed eccelle nell’aria Tu sai che m’accese, mentre la scena del veleno con la cavatina di Aspasia Pallid’ombre  ci conquista per l’estatica rassegnazione della protagonista oltre che per la sfrenata inventiva del costumista che la ricopre di un abito-scultura.

Quattro ore scivolano in scioltezza tra arie e recitativi ospitati fra pareti rosso lacca, con coreografie da fumetto manga e un congegno teatrale perfettamente oliato. Dopo ventisei anni tutto funziona e rende un ottimo servizio al genio quattordicenne.

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Photo Wisdom Hill 

 

 

 

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Vademecum per la visione di Otello al cinema

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Oggi, 28 Giugno, é una data che i molti melomani sparsi nel mondo aspettano. Fra poche ore verrà infatti trsmesso, in diretta cinematografica, Otello di Verdi dalla Royal Opera House di Londra.

Come ho già avuto modo di commentare su Operaclick http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/londra-royal-opera-house-otello , siamo di fronte ad una chiave di lettura quasi psicoanalitica. Il  Moro esordisce con  poche frasi in declamato, emerge quasi di soppiatto da una pedana che si innalza al di sopra del coro, e già lo sentiamo e vediamo umanamente esposto agli umori del popolo cipriota. Da subito l’Otello di Jonas Kaufmann ci appare come il prototipo dell’antieroe, condottiero vittorioso in battaglia ma dalla personalità spezzata in due. La sua vulnerabilità è facile preda del diretto e frontale attacco portato da Jago. Nessun contrasto è meglio riuscito di quello fra l’alfiere nefasto di Marco Vratogna, rozzo, brutale, e l’insicurezza latente del Moro. Bianco e nero, facce speculari della stessa medaglia, il rapporto fra i due avvelena e contamina l’esistenza di Otello grazie alla concertazione vibrante e drammaticamente efficace di Antonio Pappano .

Per tutti coloro che saranno al cinema questa sera vi suggerisco di prestare attenzione all’interpretazione del tenore tedesco già dal duetto d’amore del primo atto. Il condottiero dalle gonfie labbra si abbandona in grembo ad una maternale Desdemona, Maria Agresta, indifeso e totalmente in balia della sua sposa.  Lo spirito indomito, il condottiero glorioso, ha già deposto le sue armi, lasciando l’iniziativa alla donna che ha lottato per averlo.

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Photo Helga Geistanger

Salto temporale: Jago ha inoculato il veleno nel corpo di Otello. In apertura di terzo atto il processo di Jaghizzazione  è già in atto e Kaufmann oscilla tra il canto mellifluo pubblico e il livore degli a parte. L’insinuante datemi ancor l’eburnea mano si scontra col feroce insulto  Vi credea…quella vil cortigiana che è la sposa di Otello. La mente vacilla, tra l’angoscioso e ardente desiderio di credere Desdemona innocente e la spietata certezza della colpa. Tutto è racchiuso in poche battute, la discesa agli inferi è davanti a noi.

Il monologo successivo è il vertice interpretativo di quest’Otello londinese. Vero soliloquio,  oscilla tra l’atroce sofferenza e il selvaggio Si  bemolle acuto all’arrivo di Cassio, ricadendo nel registro grave Orror,  supplizi immondi. Kaufmann si rifugia su una passerella al di sotto della quale ascolta Jago irretire Cassio a proposito delle sue conquiste amorose. Carponi, le frasi spezzate, lo sguardo velato rivelano un Moro schiantato.

La furia trattenuta che lo porta ad architettare l’uccisione di Desdemona é da brividi. Tra frasi sibilanti indirizzate alla moglie Frenate dunque le labbra loquaci e accenti d’ira incontrollata il terzo atto di Kaufmann é un capolavoro di interpretazione.  Il suo Otello arriva a compimento proprio lungo l’arco temporale di quell’atto.

Il canto sublime della scena finale, la carezza quasi pentita alla sposa addormentata prima di impugnare la scimitarra, è la logica conseguenza di una caratterizzazione finalmente arrivata a compimento dopo due atti discontinui.

Si esce da teatro contratti, consapevoli di aver assistito ad uno spettacolo imperfetto, ma allo stesso tempo consapevoli che nessun’altra chiave di lettura del capolavoro verdiano ci appagherà dopo questa.

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Photo Helga Geistanger

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